1979 Revolution: Black Friday — Sono solo videogiochi

Viviamo in un’epoca in cui il diverso, soprattutto se proveniente dal Medio Oriente, viene identificato quasi sempre con il nemico, che sia della Patria o della fede. Le distinzioni possono riguardare il colore della pelle, la provenienza geografica, persino il vestiario. Su queste differenze, facendo leva sull’ignoranza e il pregiudizio della massa, c’è chi ha costruito una campagna vincente (Trump), e chi ne sta portando avanti altre (Le Pen, Salvini). È dunque ironico che, in risposta a una violenza verbale così diffusa e spietata, qualcuno abbia deciso di rispondere con un videogioco. 1979 Revolution: Black Friday è la risposta videoludica ai preconcetti, agli stereotipi e alle bugie, è un deciso atto d’accusa di chi ha vissuto da entrambi i lati di questa invisibile ma solida barricata.

Navid Khonsari, direttore creativo del gioco, ha vissuto in Iran per dieci anni, ma ricorda bene quei momenti, con il padre in giro per le strade a manifestare, con il figlio al fianco. Una volta emigrato in Canada, ha studiato cinema, finendo però a lavorare su alcuni dei più grandi simboli del mercato videoludico occidentale: Max Payne 2, GTA San Andreas, Red Dead Revolver. Una lista che dovrebbe assicurare a chiunque il budget per sviluppare un gioco dalle dimensioni ridotte ma personale e significativo, e che invece non gli ha fatto completare il primo Kickstarter dedicato al suo nuovo progetto, 1979 Revolution. I programmi iniziali, che prevedevano un gioco basato sulla formula degli open world Rockstar, sono totalmente cambiati, e hanno portato la sua opera su binari probabilmente più adatti a una storia così fortemente incentrata sui concetti di scelta e responsabilità.

opzioni di scelta in 1979 Revolution

Il tempo per scegliere è veramente breve, e le opzioni non sono sempre così semplici.

Per fortuna, infatti, in 1979 Revolution, non sono un paio di meccaniche a caratterizzare l’esperienza, ma i suoi temi e il modo in cui vengono affrontati. Se negli ultimi anni abbiamo assistito d un mercato Tripla A che ricorre spesso al contesto storico solo come sfondo esotico per le vicende narrate, titoli come This War of Mine (guerra del Kosovo) o The Town of Light (manicomio di Volterra) hanno dimostrato che il videogioco può essere un strumento eccellente per raccontare vicende e luoghi della nostra contemporaneità. 1979 Revolution non fa eccezione, e anzi è forse il titolo che più di tutti affronta con coraggio e decisione gli eventi narrati, raccontando in maniera cruda e diretta le giornate e i luoghi che portarono il popolo iraniano a ribellarsi al regime repressivo dello scià Mohammad Reza Pahlavi, nel 1978 e 1979. Lo fa a denti stretti, come detto sopra, non lesinando forti critiche all’Occidente nella creazione del regime stesso, e mostrando i conflitti in seno ai ribelli, che sfoceranno poi nel fondamentalismo teocratico di Khomeyni. Dagli Stati Uniti, finanziatori dello scià, ai comunisti, che tentantavano di inserirsi tra le fila dei rivoltosi, passando dai contrasti tra i facinorosi mujaheddin e i pacifisti nazional-liberali, ogni secondo di 1979 Revolution tenta di educare e stimolare il giocatore.

Lo educa ricorrendo a un approccio semidocumentaristico, che ricorda da lontano l’approccio di Valiant Hearts, ma con ancora più cura dei dettagli e degli approfondimenti: foto, video e audio del gioco mostrano un Iran impensabile per molti leghisti, moderno e progredito, dove le donne in costume si abbronzavano sulle coste del Mar Caspio, e dove il rock & roll si faceva già largo tra le mura di Tehran. Khonsari non deve però essere frainteso nelle intenzioni: sebbene voglia mostrare un Iran ben più evoluto di quello che certa propaganda vuole far credere, non rinuncia neanche per un secondo a evidenziare i conflitti  di classe presenti nella società iraniana dell’epoca.

Manifestanti a Theran nel 1979

La folla oceanica che si riversò nelle strade di Theran, per abbattere il regime.

1979 Revolution stimola inoltre il giocatore con trovate narrative che lo spingono a prendere posizione, in una struttura dove anche non rispondere è una scelta. Il gioco infatti saccheggia l’intera produzione Telltale degli ultimi anni, riproponendo in maniera sostanzialmente identica tutti quegli elementi che hanno reso famosa la società californiana: scelte di dialogo multiple, a tempo, e con delle conseguenze sul breve e lungo periodo. Il gioco sfrutta persino l’oramai storica icona «il personaggio si ricorderà di ciò che hai detto», che compare saltuariamente nel momento in cui viene compiuta una scelta più o meno determinante nei confronti di un personaggio o di un evento. Da Telltale, 1979 Revolution recupera anche la creazione di piccole zone da esplorare, che intervallano con una certa regolarità la progressione più decisa delle sessioni costituite esclusivamente da dialoghi. Peccato solo per i Quick Time Event, inseriti in maniera pessima, non contestuale e con animazioni ingessate, quasi ridicole nella resa finale. Come da tradizione per questa formula videoludica, il protagonista non viene presentato come appartenente a una delle fazioni, ma saremo noi a decidere con chi farlo schierare, dando agli eventi un senso e un peso profondamente diversi di volta in volta, anche grazie ai salti temporali che il gioco ci farà vivere. Dovremo quindi schierarci con i mujaheddin o seguire la via pacifista, impedire un pestaggio o fotografare tutto per mostrarlo al mondo, decidere chi condannare e chi salvare.

1979 Revolution non si limita, però, a recuperare formule e meccaniche dalle produzioni Telltale, ma sfrutta anche uno degli elementi alla base di uno dei titoli più amati degli ultimi anni, Life is Strange, e ribaltandolo completamente. 1979 Revolution, infatti, riutilizza il tema della fotografia come mezzo di comunicazione, esplorandone però l’aspetto mediatico e non intimista, come nel titolo Dontnod: qui la fotografia e il fotografo sono gli strumenti che servono per trasmettere e raccontare al mondo i fatti e gli eventi terribili che il popolo iraniano sta affrontando. Così come Rez Shirasi, il fotografo protagonista della vicenda, così Navid Khonsari si impegna, oggi, a ricordare al mondo gli eventi che hanno contributo a rendere il Medio Oriente ciò che è oggi, e a indicare, con il dito chiaramente puntato verso ovest, i colpevoli.

Navid oggi sa che la sua opera, omaggio ai sacrifici e agli ideali di una generazione, è stata censurata in Iran. Dopo essere stato accusato di spionaggio e “propaganda occidentale”, ha paura, e non ritornerà nel suo paese. Ironico, no? In fondo, sono solo videogiochi.

Claudio Cugliandro

Anche se ama parlare solo di titoli indipendenti e di dissonanze, in realtà il suo passatempo preferito è sparare agli alieni insieme agli amici.
Fondatore di Deeplay.

Website:

Post a Comment