Another Sight – Un altro modo di vedere

Il Dialogo nel Buio è un percorso presente dalla fine del 2005 presso l’Istituto dei Ciechi di Milano, la cui peculiarità è la totale assenza di luce e il consecutivo bisogno di fare affidamento, per esplorare gli ambienti, a tutti quei sensi che non siano la vista. L’esperienza dura un’ora e quindici minuti e, tramite il dialogo con la guida non vedente e le situazioni di vita quotidiana ricreate, intende svelare “un altro modo di vedere” a chi, comunque, concluso il percorso, potrà sempre riaprire gli occhi, ora però consapevole del diverso sguardo sul mondo che hanno migliaia di persone.

All’esperienza del Dialogo nel Buio si sono ispirati gli sviluppatori di Lunar Great Wall Studios: il loro Another Sight ci chiede di accompagnare nel suo viaggio Kit, una giovane adolescente che perde la vista a causa di un incidente, e intende ritrovare suo padre. Il misterioso gatto Hodge, che incontra nei primi minuti di gioco, la accompagnerà e le farà da guida, oltre che da valido aiutante per la risoluzione degli enigmi che ci troveremo man mano a dover superare.

Il fascino del titolo risiede nella diversa visione del mondo che hanno i due personaggi principali. Se il gatto Hodge può scorgere liberamente l’orizzonte, Kit è invece confinata in una sorta di “bolla” (metafora riuscita e funzionale a comunicare il suo diverso modo di vedere), che le consente un campo visivo limitato e si espande solo in presenza di suoni e vibrazioni ambientali. Nei momenti di maggiore silenzio, Another Sight vede Kit letteralmente brancolare nel buio, protendendo le mani in avanti per cercare un appiglio e prevenire un inatteso ostacolo. L’impostazione a scorrimento del gioco non scongiura la frustrazione, per chi è abituato a sapere dove muovere i propri passi, derivante dall’assenza di certezze legate alla vista. Il problema è che questa sensazione, indubbiamente trasmessa con efficacia, viene meno in tutti quei frequenti momenti in cui Kit è affiancata sullo schermo dal fido compagno. Nel corso dei vari livelli che dovremo attraversare sarà infatti possibile alternare, quasi sempre a piacere, il controllo dei due personaggi: ne consegue un costante e meccanico passaggio da un personaggio all’altro per avere, con Hodge, chiara visibilità sull’ambiente e, con Kit, per avanzare attraverso la schermata. Questa dinamica è resa a tratti particolarmente stancante dall’assenza di un modo per richiamare l’attenzione del personaggio che non si sta controllando, così da farlo arrivare vicino a noi. A differenza di quanto capitava in Primal, per esempio, in cui era comunque necessario alternare il controllo dei due protagonisti in base alle esigenze, ma questi si muovevano insieme quando il passaggio era praticabile per entrambi, in Another Sight dobbiamo ogni volta far percorrere noi stessi la strada al personaggio rimasto indietro, lasciando in attesa quello che lo precede.

another sight kit

In alcuni passaggi, Kit è completamente immersa nell’oscurità, e solo i suoni possono guidarla.

Ciò risulta tedioso quando dobbiamo ritornare sui nostri passi dopo aver azionato una leva o premuto un interruttore, ma soprattutto quando dobbiamo ripercorrere l’intera schermata per raggiungere l’uscita ormai sgombera da ostacoli. Potrebbe essere una scelta precisa, sia chiaro, come lo sono il campo visivo limitato di Kit e la lentezza dei suoi movimenti, ma l’impressione che ne deriva è quella di un flusso ludico singhiozzante: in una particolare occasione mi è capitato di rimanere bloccato perché avevo mandato Hodge avanti dimenticando un interruttore a pressione che non poteva ormai più raggiungere, con la spiacevole conseguenza, per Kit, di non poter più proseguire. Dopo aver fatto precipitare alcune volte il gatto nel vuoto, il gioco ha risolto il problema per me, facendomi ripartire da un punto in cui l’ostacolo davanti a Kit era automaticamente superato, non costringendomi così a dover rigiocare l’intero livello dall’inizio.

La vicenda di Another Sight è affascinante, ma le vicende narrate risultano estranee alla condizione di Kit e, nelle battute finali, imboccano una via che conduce a una scelta priva di mordente, perché il racconto non ci concede il tempo e i mezzi per provare empatia nei confronti dei personaggi. Nel corso del suo surreale viaggio nel Paese delle Meraviglie, Kit incontra icone culturali come Claude Monet, Nikola Tesla, Jules Verne e Claude Debussy, ma la loro presenza nella storia serve unicamente come spunto per la costruzione estetica dei mondi che la ragazza attraversa. I dialoghi fra lei e i celebri artisti e scienziati risultano didascalici e non arricchiscono in alcun modo la narrazione, che risulta quindi piuttosto scollegata dal gameplay vero e proprio.

another sight artwork

La narrazione viene portata avanti tramite disegni che, però, sono “animati” quasi solo tramite zoom e carrellate.

Another Sight presenta, nella seconda metà del gioco, delle rudimentali fasi stealth che offrono una certa varietà al platforming e ai rompicapi che dovremo affrontare per la maggior parte dell’avventura. Questi sono costruiti intorno all’attivazione di leve e interruttori e alla collaborazione fra i due personaggi; solo in un paio di casi si concedono qualche variazione sul tema. Il platforming risulta difficoltoso a casa di una certa “gommosità” dei controlli. I salti di Kit vanno calibrati al millimetro per non farla precipitare nel vuoto, e sarà spesso necessario far produrre a Hodge del rumore, così da rivelare all’udito della ragazza un punto di atterraggio altrimenti inesistente; i salti e le arrampicate del gatto sono invece tanto semplici nella costruzione quanto frustranti da mettere in atto, perché le sue animazioni sono costruite secondo pattern precisi che non si adattano alle superfici adiacenti (il salto verticale, per esempio, va regolato in aria per consentire il raggiungimento di un appiglio, mentre quello in corsa funziona solo se l’ostacolo è basso). Essendo Another Sight un gioco a scorrimento privo di divagazioni, non si capisce poi la finalità di “marchiare” con una vernice violacea le superfici scalabili. Potrebbe essere una scelta finalizzata a rendere più agibile la lettura dello scenario per le persone daltoniche o ipovedenti, ma risulta quasi contraddittoria in un gioco che intende trasmettere l’idea di “un altro modo di vedere” e che presenta dei sottotitoli in corsivo eleganti, ma difficili da leggere.

another sight stealth

Durante le fasi stealth, Hodge deve distrarre le guardie così da permettere a Kit di sgattaiolare via.

Il comparto artistico di Another Sight funziona, ma è penalizzato da un Unreal Engine che, quando non è rimodellato e adattato a contesti diversi (recentemente l’ha fatto Dragon Quest XI), risulta sempre uguale a se stesso da oltre dieci anni. La colonna sonora invece, interpretata dall’Orchestra Sinfonica di Salerno, è evocativa e malinconica, potente in certi movimenti e certo più espressiva dell’ennesima affermazione stupita di Kit di fronte a un meccanismo che non parte o a una leva che avvia qualcosa.

Another Sight è insomma un gioco con due anime al suo interno. Da una parte è un puzzle-platform che funziona solo a momenti, dal level design sgraziato e dalle meccaniche ridondanti. Dall’altra però, soprattutto tenendo conto del budget modesto, è un gioco che cerca di fare qualcosa di nuovo, scatenando in noi quella frustrazione che è impossibile non provare quando, abituati e indifferenti ad avere gli occhi aperti, ci ritroviamo a malapena a scorgere i nostri passi, incerti su ciò che ci circonda e avvinghiati da sensazioni nuove e sconosciute. Dopo aver vissuto il Dialogo nel Buio, potreste quindi tentare di sperimentare “un altro modo di vedere” anche grazie al titolo di Lunar Great Wall Studios.

Roberto Grussu

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