Il videogioco d'autore: parte 1

Fumito Ueda, Jonathan Blow, Hideo Kojima, Auriea Harvey e Michaël Samyn, ma anche Jason Rohrer, Goichi Suda e Jenova Chen. L'elenco accosta una serie di nomi capaci di evocare una certa estetica, una precisa visione d'autore. Ma che cosa significa essere autori?

Potremmo definire l'autorialità come quella dimensione creativa nella quale un'opera viene condizionata da una precisa Weltanschauung. La condizione autoriale si palesa attraverso una ricorrenza stilistica o tematica. Nell'ottica artigianale, un autore viene individuato attraverso l'evidenza del suo stesso operato. Il processo creativo di un videogioco, generalmente collettivo, presenta una problematica legata all'individuazione dell'autore.

Guglielmo Pescatore afferma che la nozione di autore perdura per due ragioni: "un nome che ha mera funzione di indice" e un "bisogno da parte del comune spettatore di attribuire parte della responsabilità comunicativa a un soggetto antropomorfo".

Il concetto di caméra-stylo, teorizzato da Alexandre Astruc nel 1948, contribuisce alla percezione del regista come autentico autore cinematografico. Il cinema è una penna e ha bisogno di una mano che la sorregga.

Nel 1955 sarà La politique des auteurs a consolidare la concezione attuale dell'autore cinematografico. Truffaut afferma che "non ci sono opere, ci sono solo autori" e che un film è una tessera posta all'interno dell'opera complessiva di un autore, come parte di un mosaico. Una posizione che andrebbe adottata esplicitamente anche nel campo videoludico.

Andrea Leonessa

Andrea Leonessa