In occasione dei Video Game Award, una rumorosa minoranza si è ribellata alla vittoria di Overwatch, accusato di privo di quell'approfondimento narrativo che dovrebbe arricchire un titolo meritevole del "Game of the Year". La concezione anacronistica di cultura come qualcosa di distante dalla massa è ancora radicata nel pubblico.
La definizione di cultura è variata molto nel corso dei secoli. Per le scienze sociali divenne «quell'insieme complesso che include il sapere, le credenze, l'arte, la morale, il costume, e ogni altra competenza acquisita dall'uomo in quanto membro della società».
Esiste qualcosa con svariati punti di contatto con Overwatch che rappresenta uno dei più potenti fenomeni culturali della storia: lo sport. Quando Pelè andò in Nigeria nel 1967, la violenta guerra civile venne interrotta per 48 ore, per permettere a tutti di vederlo giocare.
Com'è possibile collegare il calcio a Overwatch? Il calciatore spesso assume un'aura quasi divina, da simbolo per le realtà sociali che è in grado di rappresentare. Nel caso di Pelè, le sue azioni in campo diventarono sinonimo di riscatto sociale ed etnico per milioni di persone.
Una delle caratteristiche più peculiari del videogioco è quella di farci empatizzare con le figure che muoviamo su schermo. Forse il momento di maggiore impatto mediatico si è avuto durante la Marcia delle Donne del 21 gennaio 2017, quando a Seoul, in Corea del Sud, delle bandiere recanti i simboli di D.Va sono state viste sventolare per le strade.
Ciò che mi interessa è sottolineare come il videogioco debba comunque sempre essere inteso come un oggetto culturale, e come tale non andrebbe in alcun caso sminuito. Nerf This!