"La rivoluzione non verrà trasmessa in diretta televisiva", diceva il musicista Gil Scott-Heron nel brano omonimo del 1971 – ripreso recentemente, tra gli altri, da Anderson Paak che lo ha citato in chiave contemporanea – e chissà se poteva immaginare cosa sarebbe potuto succedere al mondo con una cosa ancor più globalizzata e globalizzante come internet.
Nel momento della sua pubblicazione, Riot: Civil Unrest si presenta come un gioco di strategia in tempo reale con una struttura molto classica, e che alcuni addirittura potrebbero trovare povero a livello meccanico. Ed è proprio nella sua chiarezza meccanica che il gioco di "simulazione di guerriglia urbana tra protestanti e polizia" trova spazio di manovra e acquista senso.
La semplicità dei comandi e delle azioni a disposizione sono evidentemente un modo per far rendere conto che sia fondamentale la morale di chi sta giocando, vero e unico organo capace di orientare le sorti del gioco. Che si sia scelto l'approccio più compatto e militaresco della polizia o quello più guerrigliesco dei rivoltosi, in poco tempo tutto quello che non è fornito dal gioco viene irrimediabilmente riempito dal punto di vista del giocatore, nel bene e nel male.
Mi è capitato molto spesso, infatti, di finire per complicarmi partite facilmente superabili perché l'approccio previsto per completare lo schema cozzava violentemente con il mio pensiero. Il mio non voler agire secondo il suggerimento del gioco, ma preferendogli qualcosa che fosse più vicino alla mia idea è, ovviamente, dovuto al fatto che Riot è ambientato in posti, luoghi ed eventi che io conosco e sui quali ho un modo di vedere le cose.
Riot: Civil Unrest è un rinnovato esempio di come anche tramite il videogioco si possa fare cronaca, e ribadisce il fondamento secondo il quale raccontare i fatti è un atto personale e orientato dal proprio sguardo.
Al netto di ciò che funziona e ciò che invece è meno convincente, c'è poco altro, nell'universo videogioco, di così intensamente politico, serio e abilitante per il medium quanto lo è Riot. Ho visto raramente produzioni così tanto coerenti e impegnate nel dare un punto di vista e, soprattutto, a spingersi così tanto in là con le possibilità che il videogioco può offrire come mezzo.