Assassin’s Creed – Aquile congelate

Non lo nego: quando sono uscito dalla sala per la proiezione stampa del film ispirato all’universo di Assassin’s Creed, da cui eredita il nome, una strana sensazione condiva il mio giudizio. Mi pareva funzionare, a un primo sguardo, ma percepivo che qualcosa non tornava e che avrei avuto bisogno di qualche giorno per metabolizzare in maniera concreta l’ora e mezza e poco più di girato. Sì, pare eccessivo pensare che mi ci siano voluti giorni per comprendere come valutare il tutto, però è quello che è realmente successo. Avevo talmente gradito i (pochi) pregi, che rimangono tutt’ora, da non accorgermi di quello che ci stava subito dietro: un film con poco coraggio.

Ci sono, ovviamente, delle distinzioni da fare prima di capire insieme dove il film fallisca e dove, invece, eccelga: non sono un grande appassionato della serie di Ubisoft, né tantomeno ne sono un esperto. A essere completamente sinceri sarebbe meglio dire che non  lo sono più: ho smesso di giocare le avventure degli assassini e della loro lotta con i templari con Assassin’s Creed 3, che non era riuscito completamente a risollevare il mio interesse per le vicende, nonostante lo zampino di quel piccolo mago dei Tripla A conosciuto come Alex Hutchinson. Questo per dire che forse la mia opinione e la conseguente analisi possano soffrire di una mancanza di riferimenti necessari.
Dove sta quindi la mancanza di coraggio a cui ho accennato poche righe sopra? Dove stanno le cose positive e negative del film? Scopriamolo insieme.

assassin's creed

Non voglio fare un excursus infinito, trito e prevedibile sulla storia degli adattamenti cinematografici a tema videoludico, né voglio uscirmene con frasi poco consistenti come «il miglior/peggior film su un videogioco di sempre», perché non sarebbe un ragionamento sensato: incasellare i prodotti in scatole virtuali ha valore fino a un certo punto. Questo, però, non vuol dire che Assassin’s Creed non debba essere messo a confronto con il materiale di origine, o essere analizzato nelle sue declinazioni nella forma e nel linguaggio del cinema.

Senza entrare eccessivamente nel dettaglio, la trama del lungometraggio ruota intorno a Callum Lynch (Michael Fassbender) e alla sua appartenenza genetica alla Confraternita degli Assassini, un ordine millenario che mira al sovvertimento dei progetti di cancellazione del libero arbitrio ad opera dei cavalieri templari. E qui si scorge il primo neo, forse il più grosso dell’intero pacchetto: lo spirito delle due fazioni, le motivazioni dei personaggi e tutto ciò che rende credibile la sovrastruttura orizzontale dei videogiochi, qui manca. È vero, si tratta del primo capitolo di una serie, ma è altrettanto vero che definire e dare un ragguaglio anche minimo avrebbe aiutato a far emergere un ritratto più plausibile (uno dei punti di forza maggiori dei videogiochi di Ubisoft, peraltro). A prescindere dal fatto che la scena che andiamo ad analizzare si svolga nel presente e coinvolga Callum, o che si svolga nel 1492 e coinvolga il suo antenato Aguillar, rimane sempre la sensazione di non aver ben chiaro perché protagonisti e comprimari siano lì, e quali siano i loro obiettivi.

La freddezza con cui vengono inseriti personaggi ed eventi, poi, si scontra con quello che è invece il pregio più grande del film. Sarebbe stato troppo facile far funzionare un film con le spettacolari coreografie di parkour e i combattimenti, che sono comunque presenti e ben gestiti, perciò ho apprezzato il voler porre enfasi sugli eventi che hanno luogo nel 2016 piuttosto che su quelli del passato che, invece, fungono da espediente narrativo per dar senso alla crescita del protagonista, e far scattare la scintilla che fa partire il motore della trama. Una scelta che strizza l’occhio piuttosto da vicino ai primi capitoli della serie originale, un’enfasi sul presente che non mi aspettavo e che funziona fino a quando non va a fare i conti con quella mancanza di approfondimento necessaria di cui sopra.

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Freddezza, distacco, tendenza a volere essere un lungometraggio trasversale e adatto agli appassionati come ai novizi; problemi che si ripercuotono anche sulla componente strettamente filmica. Inquadrature e movimenti di macchina restituiscono allo spettatore una sensazione di sterilità e pulizia che, per quanto coerente con il messaggio e il contenuto, stanca molto in fretta. Ci sono poi svariate forzature nell’uso di alcuni movimenti di macchina a fini simbolici e narrativi: specialmente nella prima parte c’è un eccessivo uso di riprese aeree che vogliono richiamare il volo delle aquile (da sempre animale simbolo della Confraternita degli Assassini, nei videogiochi), che più che soddisfare il fan di vecchia data o incuriosire il neofita confondono entrambi, precludendo in alcuni punti la comprensione della scena.
Discorso simile si può fare sulla scelta del cast, che è senza dubbio stellare e composto da alcuni dei migliori attori di Hollywood contemporanei. Le prove attoriali, però, risentono di quella mancanza di coinvolgimento e direzione precisa che attanaglia tutta l’esperienza. Ricorrere a personalità come Michael Fassbender, Marion Cotillard e Jeremy Irons è sicuramente apprezzabile, ma non lo è il modo in cui i personaggi sono stati intessuti intorno a essi.

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All’atto di quanto visto, posso dire che Assassin’s Creed è un minuscolo passo verso il corretto adattamento di un mezzo stratificato come il videogioco al cinema; che però non va molto oltre la mediocrità e la sensazione di aver perso del tempo tanto a vedere quanto ad attendere il film. Preferire le componenti decisive per la trama e per l’atmosfera piuttosto che l’azione fine a se stessa è sicuramente meritevole di lode. Peccato che, a conti fatti, una volta sviluppata, l’idea si perda in un lavoro raffazzonato e poco ispirato che tenta costantemente di avvicinare e ingraziarsi troppi pubblici differenti, di fatto senza mai riuscirci. Il coraggio mostrato in alcune sequenze cede troppo presto il passo alla fretta, restituendo un prodotto che ha poca anima.

Abbiamo potuto assistere alla anteprima stampa di Assassin’s Creed grazie ad una collaborazione con Le Verità dell’Animus.

Luca Parri

Videogiocatore anomalo: più interessato al contesto che al contenuto. Perde ore a guardare i caratteri usati e l'HUD in un videogioco. Ossessionato dalla teoria GNS.

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