Avengers: Infinity War – Marvel Studios e la convergenza interna

Secondo la definizione più asciutta possibile, la narrazione modulata da transmedialità prevede l’esistenza e la prosecuzione di una storia su diversi piani mediali1. Una storia che viene introdotta e descritta in un film, per esempio, può essere estesa e completata con libri, videogiochi e serie tv ambientati nello stesso mondo, che lo arricchiscono.
Se, utilizzando questo metodo, andassimo ad analizzare ciò che è stato fatto dai Marvel Studios – escludendo di base il fatto che si tratta di prodotti su licenza, poiché le storie create sono praticamente inedite e tengono soltanto gli archetipi di alcuni concetti delle varie incarnazioni degli eroi a fumetti –  il percorso di fronte a noi si espanderebbe enormemente, una volta entrati in contatto con le molteplici opere seriali televisive uscite in questi anni. Avengers: Infinity War, prima parte di quello che sembrerebbe essere il termine ultimo di questo viaggio, e contemporaneamente un nuovo inizio, ci può dunque concedere gli strumenti adatti per studiare in modo differente le eventuali transmedialità e convergenze2 presenti. Chiaramente, all’interno del mondo cinematografico e televisivo sono presenti da sempre delle caratteristiche più o meno essenziali e fondanti di ciò che viene definito transmediale in ambienti accademici – in tal percorso è infatti possibile trovarvi tutti e sette i principi fondamentali enunciati da Jenkins3 – eppure, fino a ora, non era stato possibile definire in maniera netta e precisa ciò che il lavoro dei Marvel Studios significa e del perché si tratti di un’operazione senza precedenti, che cambierà  (ha già cambiato?) radicalmente il modo di intendere il cinema di massa e di consumo. 

avengers: infinity war

Il passaggio di consegne, che vede come figura centrale Kevin Feige, dalla politica di appalto a varie case di produzione fino a una gestione completa e coordinata del lavoro svolto nei vari film (e nell’unica serie tv che vede Feige come produttore, Agent Carter), rappresenta la chiave di lettura per capire come i dieci anni di Marvel Studios possano essere considerati come un esempio per il futuro. Una concentrazione assoluta e totale del progetto sulle spalle di un solo team di supervisori (Joss Whedon, i fratelli Russo, James Gunn, lo stesso Feige, John Favraeu, ecc.), a loro volta a capo di altrettante squadre dedicate a progetti singoli che, con il passare del tempo, iniziano a puntare verso un’unica direzione, il finale dirompente iniziato con il primo episodio di Infinity War. Una coerenza argomentativa che si palesa anche nell’impostazione strutturale che ogni saga dedicata a uno specifico eroe, o a un gruppo, adotta: la scelta di creare per ognuno di loro una trilogia, e successivamente di collocare la progressione personale in punti nevralgici rispetto ai momenti corali e ai crossover permette allo spettatore di abituarsi alle gerarchie che, inevitabilmente, si modificano vedendo quelli che prima erano i personaggi più di richiamo lasciare spazio ai comprimari, creando una seconda generazione di eroi. Non è un caso, dunque, la scelta di porre una discreta lontananza – almeno per il momento – tra ciò che viene partorito per il cinema e ciò che lo è per la televisione: tolto il già citato Agent Carter e l’Agents Of Shield dell’ormai ex-capitano Joss Whedon – dove comunque le correlazioni sono minime e più di contorno che di estensione vera e propria delle narrazioni – tutti i prodotti seriali collaterali (sia di Fox che di Netflix) rimangono ai margini per quanto riguarda i collegamenti con il resto del MCU. Questo perché, allo stato attuale, si è preferito esaurire completamente gli eroi nati prima dell’esplosione delle serie e del fenomeno del binge watching, per poter poi sfruttare al meglio le nuove tendenze e piattaforme qualora sarà necessario farlo (iniziando, però, ad imbastire il lavoro già da qualche anno).

Avengers: Infinity War

Kevin Feige

Dopo varie vicissitudini produttive, tra licenze acquisite e cambi di gestione in diverse opere, si è arrivati quindi alla prima vera conclusione di questo percorso, ossia quel terzo capitolo corale tanto atteso dal pubblico. Avengers: Infinity War è quindi la prima parte della somma totale di questo sforzo produttivo convogliato in quello che appare come un unico, grande brand, e i fratelli Russo non potevano coronare questo progetto in altro modo fuorché quello utilizzato. Tutto ciò che era stato costruito viene abbattuto, reso incerto, spiazzante. Le gerarchie di importanza vengono ricostruite fin dai primi minuti ponendo accenti inaspettati, ma che servono a sottolineare la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro. Mi è molto difficile entrare nel dettaglio formale senza cadere nell’anticipazione contenutistica, ma mi è abbastanza facile poter fare dei paralleli: Avengers: Infinity War sta ai supereroi Marvel cinematografici come Le Due Torri stava alla mitologia tolkeniana cinematografica. I Russo e Feige qui rendono finalmente palese che non si tratta più di “gli eroi dei fumetti in carne ed ossa”, ma di qualcosa che ne prende spunto per creare discorsi nuovi, esattamente come fece Peter Jackson con il suo secondo film. Prodotti su licenza che prendono coscienza d’essere qualcosa di più che semplici trasposizioni, diventano fruibili senza il sostegno degli originali ma che – nel caso della Marvel – anzi modificano il patrimonio genetico di provenienza.

avengers: infinity war

Avengers: Infinity War – così come, probabilmente, il suo seguito – è quindi il figlio naturale di una narrazione convergente più concettuale che pratica, una transmedialità virtuale che non esce mai da un singolo medium ma che eredita gli stilemi classici di questo tipo di racconti. Un’opera omnia di tutto ciò che è stato che si ciba del passato ricostruendolo, andando oltre tutto quello che era stato creato tanto a livello narrativo quanto a livello linguistico. Le tendenze lanciate in dieci anni dai Marvel Studios vengono rimescolate e distrutte in questo film, lasciando nello spettatore la sensazione di aver perso qualcosa anche a fronte della conoscenza delle formule di produzione che lo studio ha oramai assimilato. Un lavoro completamente inedito nel cinema di massa, figlio di una fruizione – e di una realizzazione – postmoderna degli archetipi inventati da Stan Lee, da cui, negli anni, si è voluto sempre più prendere le distanze creando una dimensione propria, unica (ne è un esempio concreto la scelta di eliminare completamente l’oggetto fumetto nella seconda versione della sigla che accompagna i prodotti del MCU). Un solco gigantesco destinato a sconvolgere completamente i modi del cinema blockbuster.

FONTI e note

H. JENKINS, Cultura Convergente, Apogeo; 2  La narrazione transmediale, per Henry Jenkins, è anche convergente ossia tendente ad unico punto del racconto che viene completato dalle sue parti; 3 Sempre nel suo libro Cultura Convergente, Jenkins enuncia sette principi fondamentali della narrazione transmediale. Nel Marvel Cinematic Universe è possibile trovarle tutte: ad esempio la diffusione massiccia e capillare di cosplayers dedicati a personaggi dell’universo rappresenta ciò che Jenkins indica come perfomance.

Luca Parri

Videogiocatore anomalo: più interessato al contesto che al contenuto. Perde ore a guardare i caratteri usati e l'HUD in un videogioco. Ossessionato dalla teoria GNS.

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