Blade of the Immortal – Takashi Miike e la prolificità come visione autoriale

Blade of the Immortal, presentato fuori concorso a Cannes e pubblicizzato come il centesimo lavoro del regista Takashi Miike, è l’ennesimo film che consolida il modus operandi di questo particolare autore. Adattando ancora una volta un manga, infatti, Miike non si ferma al tradurre cinematograficamente ciò che l’opera di partenza ha da offrire, ma la rielabora e stravolge a modo proprio, convogliando in poco meno di due ore e mezza una narrazione densissima, colma di riflessioni e costellata da sensazioni diverse, imprimendo in ogni inquadratura e nell’atmosfera di ogni scena la propria caratteristica impronta.

Ciò che risulta ormai stantio e ridondante, nella lettura dei sempre più numerosi articoli su Miike presenti nei siti e nelle riviste di settore, è la retorica della categorizzazione, il ritorno degli stessi aggettivi, perfino quando si afferma di parlare di un regista totalmente imprevedibile: eccessivo, grottesco, provocatorio, violento, scioccante, fuori dagli schemi, prolifico, onesto-mestierante-ma-scarsamente-autoriale; queste sono solo alcune delle definizione più frequentemente utilizzate per descriverlo. Ma se, fin dalle premesse, si afferma di avere a che fare con un nome imprevedibile, risulta piuttosto logico quanto limitante possa essere azzardare allora una definizione nei suoi confronti. Piuttosto, si potrebbe tentare di definire singolarmente i suoi lavori, e stabilire una volta per tutte che sì, esiste il Miike mestierante tanto quanto il Miike “autore”, ma che soprattutto queste due anime non possono essere scisse in alcun modo. Il lavoro, la passione, la follia e il bisogno portano l’uomo a cimentarsi in lavori radicalmente differenti, ma egli rimane sempre se stesso. Scrittori come Yasunari Kawabata, Yukio Mishima e H. P. Lovecraft alternavano opere più personali ad altre dal successo quasi assicurato per via di tematiche più appetibili o per una richiesta del pubblico di quel momento, ma anche in queste ultime era fondamentale la loro impronta. Oggi, nessuno si sognerebbe di espropriare questi nomi del titolo di “autori”. Così, sbaglia profondamente chi attribuisce a Takashi Miike unicamente le qualità del prolifico, instancabile mestierante (pur senza affermarlo con intenti denigratori), e privandolo della capacità (e del riconoscimento) di essere un autore a tutto tondo.

Blade of the Immortal si apre in bianco e nero

La sequenza d’apertura in bianco e nero è semplicemente straordinaria.

Come dicevo, dovrebbero essere i singoli lavori a parlare. E questo Blade of the Immortal, oltre a parlare, non lesina grandi quantità di sangue versato (caratteristica che avvicina alcuni lavori di Miike a Shinya Tsukamoto e Sion Sono, anch’essi riconoscibili per l’estetica esasperata e la critica sociale rappresentata tramite l’eccesso), per affermare una propria ambizione o per redimere un immane tormento. La vicenda racconta i tormenti di Rin e Manji, giovane orfana lei e guerriero immortale lui, i cui destini si uniscono quando la ragazza, su consiglio di una vecchia veggente (nonché responsabile delle capacità rigenerative del guerriero), implora l’aiuto di lui per vendicare la sua famiglia, sterminata dal clan degli Itto-ryu, il cui fine è quello di unificare tutte le scuole di spada del paese sotto il medesimo nome. Questo il pretesto per scandire le tappe della visione, che scorre inframezzata da duelli sempre più brutali, in cui la difficoltà crescente non è rappresentata dall’abilità via via maggiore degli antagonisti, ma dal crescente desiderio di Manji di lasciarsi morire adesso che comincia a coglierne l’opportunità. Sarà solo per affetto, premura, o forse egoistica necessità di fare da scudo a qualcuno per motivare la propria esistenza, che rimarrà in piedi fino alla fine accanto a Rin, facendo a pezzi chiunque si ponga fra la ragazza e il suo desiderio, esattamente come nella stupenda sequenza d’apertura in bianco e nero aveva annientato centinaia di esistenze, spinto solo dalla rabbia e dall’odio che la perdita di ciò che lo costringeva a restare in piedi aveva scatenato.

Le analogie con la progressione da videogioco (nemici sempre più cattivi e sempre più armi da portare appresso, fino allo scontro finale) non sono lusinghiere, appaiono unicamente un modo per rendere appetibile a una certa fetta di pubblico il film, promettendolo frenetico, dal ritmo incessante, scandito dal copioso fluire del sangue, poco impegnativo. Non è così. Il ritmico incedere dei duelli e il loro intervallare i momenti più tenui e intimi era forse il solo modo che lo sceneggiatore Tetsuya Oishi aveva per condensare in un unico film, stravolgendola, una storia pubblicata nell’arco di quasi venti anni. Non solo: Blade of the Immortal è un film difficile da approcciare “a cervello spento”; i combattimenti sono girati troppo bene per non prestare attenzione alle coreografie pulite, ai movimenti eleganti degli attori e alle buone scelte d’angolazione della camera; i dialoghi, anche quando banali e di circostanza, dicono cosa Oishi e Miike pensano del loro paese, e forse della natura umana più in generale e senza soffermarcisi troppo. I costumi, il trucco, la fotografia e la mole di comparse impongono di soffermarsi a riflettere su cosa sia possibile realizzare, in tempi incredibilmente ridotti (nello stesso anno Miike ha diretto un altro film e una serie televisiva), grazie alla professionalità di tanti “mestieranti” e nonostante un budget irrisorio rispetto agli standard hollywoodiani.

Blade of the Immortal - una scena

I combattimenti più catartici per Manji sono anche quelli più sofferti.

Takashi Miike, essendo un autore imprevedibile, risulta difficile anche da apprezzare nella sua interezza. Qualcuno potrebbe trovare incomprensibile lo scarso interesse che palesa nell’associare il proprio nome a pellicole divenute cult, così come ad opere generalmente apprezzate e altre assolutamente disastrose. Altri potrebbero chiedersi se abbia fame di denaro, e quindi dirigere tutto ciò che finisce sulla sua scrivania (perché, essendo già enormemente prolifico, scrivere e occuparsi poi del montaggio come per esempio è prassi di Takeshi Kitano, risulterebbe impossibile) sia solo svolgere meccanicamente un lavoro dopo l’altro; altri potrebbero pensare che si diverta, a scombinare tutte le carte in tavola e ogni logica di adattamento (ne è un esempio la scena finale di Like a dragon, tratto dal primissimo episodio della serie PlayStation Yakuza, in cui il protagonista beve un power-up che si manifesta in un’aura bluastra attorno al corpo che lo rende invincibile, esattamente come nel videogioco); altri ancora, giustamente, penserebbero che il cinema giapponese segue dinamiche diverse da quello statunitense, dove dopo anni di pre-produzione, produzione e post-produzione in cui sono stati investiti centinaia di milioni di dollari, si prega di rientrare nei costi entro la prima settimana, e quindi una persona innamorata del proprio lavoro, come dimostra di essere Takashi Miike, semplicemente non desidera altro che girare un film dopo l’altro, a prescindere dal risultato.

Lui stesso ha affermato di non reputare i suoi film particolarmente curati, come invece affermato da parte della critica, ma non pare che la cosa lo turbi particolarmente. D’altronde, con buona pace di chi professa la logica del “nessun film è perfetto”, ma anche di chi invece abbraccia quella del “è un capolavoro, nonostante i difetti”, certo non è cosa frequente che un regista si dimostri tanto interessato a mettere le proprie capacità al servizio di attori e tecnici per realizzare opere così diverse quali possono essere la commedia sociale Shangri-La, l’epico 13 Assassini, lo scanzonato e divertente Zebraman, il folle e catartico IZO e questo elegante, doloroso Blade of the Immortal. Soprattutto, non è cosa la cui dignità è frequentemente riconosciuta.

Roberto Grussu

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