La bulimia dell’esperienza e il peso della cultura

A volte mi prende la curiosità di spulciare nelle librerie digitali altrui per vedere cosa e quanto giocano le altre persone e per scoprire, eventualmente, qualche titolo di cui ignoravo l’esistenza e che potrebbe fare al caso mio. Apprezzavo infinitamente di più lasciar scorrere gli occhi su un vero scaffale, estrarre una custodia, osservare una copertina, sfogliare un manuale; ma questa è un’altra storia. Comunque, scorrere le librerie digitali dei giocatori su Steam, sul PSN e via dicendo è un’esperienza quasi altrettanto piacevole. Piuttosto alienante, però, risulta ai miei occhi approdare nei lidi di giocatori che possiedono svariate decine – o meglio, svariate centinaia – di giochi mai nemmeno avviati, o avviati e mai più ripresi in mano.

Sono meravigliosi i periodi di saldi in cui ci si imbatte nei vari negozi digitali di Valve, Sony, Microsoft, Nintendo e via dicendo, perché sistematicamente danno l’occasione di recuperare almeno un titolo che tenevamo d’occhio, quando non una decina tutti insieme. Giochi che, magari, non avremmo mai acquistato a prezzo invariato, che ci interessavano ma in fondo non così tanto, che pensavamo di ficcare fra una sessione e l’altra di qualcosa di più gustoso. Giochi, insomma, il cui acquisto è prevalentemente frutto di una curiosità un po’ fiacca, tirata avanti per inerzia dalla sistematica azione di giocare ogni giorno che un videogiocatore, comprensibilmente, compie con rispettabile costanza.

Ma perché passare cinquecento ore su un Civilization o su un Dark Souls, e non dedicare a Tomb Raider Anniversary o a Portal 2 nemmeno la decina di ore sufficienti a portarli a termine? Perché, semplicemente, qualcuno preferisce i primi e si annoia con i secondi, o da mesi si ripromette di dedicarsi anche ai secondi, ma il divertimento garantito dai primi non ammette defezioni. E va benissimo così. Non è scritto da nessuna parte che occorre giocare più titoli possibile, arrivare ai titoli di coda di ogni acquisto, completarne il più possibile al 100%, passare subito da uno all’altro per incrementare il proprio status di true gamer. Non serve a nulla, non si ottiene nulla in cambio; videogiocare non è un lavoro – a meno che, ovviamente, non lo sia – e spalancare le proprie fauci per ingurgitare un titolo dopo l’altro non porta a nient’altro che un’indigestione. L’esperienza accumulata su un singolo gioco rende ovviamente (be’, più o meno…) più abili, ma saltare di gioco in gioco con la finalità di incrementare la propria esperienza del medium è una pratica più riconducibile alla bulimia alimentare. Così facendo non si assorbe alcuna cultura del videogioco, si fagocita piuttosto una portata dopo l’altra, senza l’intenzione né l’interesse di approfondirne gli ingredienti, la preparazione, le finalità. Giocare tantissimi videogiochi uno di fila all’altro non è insomma necessariamente sinonimo di esperienza, ma quasi certamente di ampia disponibilità di tempo libero e scarsità di interessi di altro genere.

Per divenire abili in Civilization è richiesta una certa esperienza

Impossibile dedicarsi in tutta fretta a un gioco che richiede diversi giorni solo per apprenderne le regole.

La cultura del videogioco è materia che non si ferma alle sensazioni restituite giocando, la definizione stessa d’altronde ne definisce il concetto. Se, infatti, sempre più raramente capita di incrociare i commenti dei seguaci della filosofia che vede i videogiochi vecchi essere sempre migliori di quelli odierni, o dei tragicomici fautori del concetto che vuole un videogioco bello purché abbia una bella storia da raccontare, è anche vero che quando si chiacchiera di videogiochi quasi sempre si parla di inezie, di quisquilie, dimostrandosi incomprensibilmente ciechi di fronte ad argomenti a cui il medium e chi ne fruisce, oggi, non possono più sottrarsi.

Chi in una discussione tenti quindi di prevaricare il parere altrui facendosi scudo della propria esperienza da svariate migliaia di ore di giocato va incontro a ben misera figura, diversamente da chi, mosso da sincero interesse e passione, si dimostri capace di arricchire il dibattito grazie alle proprie conoscenze, agli aneddoti e alle letture assimilate nel corso del tempo. Banalmente, ciò che differenzia i due modus operandi è da ricercarsi nell’approccio: chi persegue l’approfondimento della materia, chi invece brama l’incremento della propria lista. Ovviamente qualcuno, con altrettanta sincerità di chi sviscera ogni titolo gli capiti tra le mani, non desidera altro che giocare un gioco dopo l’altro, senza finalità statistiche o sogni di vanagloria. E va benissimo così. Non s’è ancora visto vergato su nessuna tavola un dogma che imponga di portare a compimento ogni videogioco cominciato. L’atto stesso di giocare, senza finalità altra, potrebbe essere una riscoperta di non poco conto, che la categoria dei famigerati true gamer bandisce come illegittima ma che, in fondo, garantirebbe il picco massimo di godimento nella decina di ore totali più che sufficienti per apprendere, assimilare e giudicare le meccaniche della maggior parte dei titoli.

Ogni titolo TellTale viene anche definito, un po' a caso, "esperienza" interattiva

Un platino facile facile.

Dedicarsi a titoli particolarmente lunghi e complessi come il già citato Civilization è un esercizio che tende a scongiurare la pratica della bulimia da videogioco. La quantità di regole, approcci consentiti e varietà proposta da una simile opera costringono il giocatore a investire in esso un’ampia porzione del proprio tempo e consecutive sessioni prive di titoli che fungano da riempitivo fra una l’altra; la stessa assenza di un finale che possa dirsi tale, o di una ricompensa che non sia la consapevolezza dell’abilità raggiunta, impongono di ripiegare su un tipo di soddisfazione diverso dal mero “arriva ai titoli di coda e spunta il gioco dalla lista”. Dedicarsi a questo tipo di giochi impone di togliere il piede da quell’acceleratore altrimenti pigiato a tutti i costi e a rallentare, a prendersi il tempo per non sedere meccanicamente davanti allo schermo con l’unico anelito di accrescere la propria esperienza, i propri numeri, i titoli conosciuti e di cui poter parlare con presunta cognizione di causa. «Se non l’hai giocato fino alla fine, non puoi dire che sia brutto!», quante volte capita di intravedere questo ridicolo, tenue baluardo a difesa, a tutti i costi, di un’opposta opinione.

Non giochiamo per definirci esperti a discapito di una categoria che riteniamo inferiore, e non approfondiamo cosa comporti l’atto di giocare per vezzeggiarci di quanto il medium sia – o possa essere – nobile tanto quanto tutti gli altri. Lo facciamo per passione, per semplice curiosità, per istinto, per diffidenza. Perdendo mesi sullo stesso titolo, o mollandone decine una volta giunti a metà, ignorando quel tarlo che brama il completismo a tutti i costi, il trofeo di platino, il dire «L’ho finito, quindi so di cosa parlo e posso dire che fa schifo».

Mai come oggi il videogioco è stato parte della quotidianità delle persone e dell’economia internazionale. L’attenzione che merita non è certo il fugace passaggio fra un’installazione e la successiva.

Roberto Grussu

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