Burly Men at Sea – La barba dei bimbi e le fiabe

Burly Men at Sea è il secondogenito dei coniugi Condolora, uniti pure artisticamente con lo pseudonimo di Brain&Brain – David emisfero sinistro, Brooke il destro. Un parto canino alle spalle, ’sta volta il duo americano ha figliato tre omoni, tre nerboruti pescatori scandinavi con la barba che gli nasconde il petto: il Coraggioso, il Cauto e il Frettoloso, se mi passate la zoppicante traduzione.

La tavola blu è infranta dai flutti quando l’equilibrio narrativo si spezza e le maglie della rete prendono in ostaggio una bottiglia di rum con una mappa vuota all’interno: nessuna rotta e nessun tesoro per cui salpare; in cambio il mistero di un pezzo di carta senza coordinate. Il Coraggioso è su di giri, lui lo è sempre. Vengono chiesti lumi alla gente del villaggio e questa suggerisce di interpellare il vecchio proprietario della bottega di caffè. Qui, intiepiditi dal focolare, circondati dai libri, sorsando dell’ottima brodaglia, i tre pescatori apprendono che: «È un’avventura degna d’essere vissuta che comincia con l’ignoto. Questa mappa ha ancora storie da raccontare».
Sbirciando sotto la gonna della retorica: la cartina illibata, il foglio bianco; le rotte non tracciate, le imminenti scorribande lontani dalla costa. «Ma di qua non c’eravamo già passati? E se adesso provassimo ’sta strada? O dite di no? Mi sento mancare», la sindrome dello scrittore.

E io che vorrei giocare e sbattermene del resto?
***LEGGI QUI SOTTO!!!! ***

20161017110204_1

«Nulla accade senza prendere il largo». Per chi, erroneamente, pretende ancora una morale dalle fiabe.

Vecchio mio, probabilmente ti deluderò: che ne pensi di un gioco con un prologo introduttivo e una dozzina di brevi avventure autoconclusive da giocare in loop, al variare delle diramazioni? Non un granché, certamente. E cosa potrà fregartene mai di mostri marini, tartarughe grosse come un’isola, della Morte in persona e delle sirene, se hai riposto le fiabe come fossero le rotelle della tua prima bici? Burly Men at Sea, in fondo, ti chiede solo di scorrazzare i tre gorilloni bidimensionali nella direzione prescelta, allargando a destra o sinistra l’oblò che li incornicia, mediante la pressione e il movimento del mouse. Oltre a ciò si interagisce ben poco, a favorire l’esaltazione della materia narrata. Inutile dire che la maggior parte del tempo la passerai a leggere dialoghi fortunatamente smaglianti, conditi d’ironia, gergo marinaresco e incanto bambino. Rinuncerai però presto a chiamarlo gioco. Senza alcuna sfida, senza meccaniche “profonde”, senza longevità e senza statistiche che crescono rallegrandoti il precuneo comincerai a balbettare «libro interattivo», «fiaba digitalizzata», «passatempo elettronico prescolare».

Non ti sbragherai in aspre critiche, anzi: forte della chiave di lettura appena conquistata, ne loderai la direzione artistica veramente curata, capace di impostare il tono di ogni singola scena/ambiente ricorrendo a minimali geometrie e tiepidi colori. Aguzzerai l’orecchio al brio delle musiche strumentali, facendo caso anche all’utilizzo onomatopeico delle voci degli sviluppatori, che diventano cinguettii, rumori di moka, vagiti di montagne e mille altri suoni ancora. Esalterai tutto questo in un atto di pietà estrema, come a cogliere il meglio da un lavoro troppo acerbo e fanciullesco.
Spiegarti perché Burly Men at Sea è un titolo per ometti vaccinati e come il tuo metro critico sia terribilmente starato è la parte sporca di questo mestiere. A patto che ne conosciate una pulita e che questo, un mestiere, lo sia.

20161017085344_1

Il titolo non lesina il simbolismo figurativo per espr— NO VABBÈ MA QUELL’ALCE È DOLCISSIMA GOTY.

A quiet adventure, un’avventura tranquilla e nient’altro d’aggiungere, parola degli sviluppatori. Non un software pedagogico o qualunque altra forzatura interpretativa, ma il desiderio di ricorrere al medium videoludico come veicolo narrativo; la scommessa di proporre il gusto e la moralità della letteratura popolare scandinava, con una diversa creatura mitologica dopo ogni strada inforcata, senza che ve ne sia una scorretta: il giocatore di Burly Men at Sea non dovrà mai ponderare il da farsi, al più si preparerà a sgranare gli occhi e a scaraventarsi fra le braccia del rischio. Non risponde a differenti ragioni la decisione di impedire la scelta dialogica, potenzialmente rea di far deragliare la continuità del racconto, impressa nel giocatore a forza di interazioni significative, benché rarefatte: lasciar insinuare l’idea che una risposta “migliore” avrebbe sortito una storia “migliore” non è nelle più remote intenzioni di Brain&Brain.
Burly Men at Sea non si propone di farvi sentire degli scrittori giustamente sottopagati e non vi intorta con un sistema karmico a buon mercato, ma preferisce, semplicemente, che vi spingiate oltre mentre il racconto si svela.
The Last of Us, con il drappo illusorio soltanto più trasparente.

C’è che a Burly Men at Sea manca il guizzo del fuoriclasse, la trovata che lo collochi in direttissima nella vetrinetta dei “Giochi del Cuore”, ma ciò non importa e non deve importare: il titolo in questione è la perfetta cartina tornasole da inzuppare in una pozzanghera di opinioni com’è l’internèt, per misurare orizzonti valutativi striminziti e rachitiche certezze, tipo la sempiterna «ma allora mi leggevo un libro».
Evidentemente in Brain&Brain qualcuno vi compatisce a tal punto che, dopo ogni epilogo, vi verrà assegnato un codice da inserire online e richiedere la stampa della vostra avventura preferita, in forma di libro illustrato.
Leggetelo. Poi rigiocate quell’avventura. Magari vi accorgerete di quanto eravate in alto mare.

 

Ho potuto analizzare Burly Men at Sea grazie a un codice gentilmente concessomi dagli sviluppatori.

Website:

Post a Comment