Crash Bandicoot N. Sane Trilogy – resuscitare un marsupiale

Io non sono un nostalgico. Però i videogiochi, dieci anni fa, erano migliori. Vent’anni fa, poi, erano praticamente tutti capolavori. Dovevi stare a impegnarti non poco per scovare qualcosa che non fosse degno di lode. Anche i film erano migliori, ovviamente. I libri no, quelli erano più o meno identici, ma duecento anni fa anche loro erano indubbiamente migliori. Ora lavorano tutti spinti dal soldo, è decaduta la passione che muoveva a generare un titolo memorabile dopo l’altro. Come dite? Potremmo tornare indietro fino alla rivoluzione industriale per tirare in ballo quanto l’economia già si macchiasse del peccato mortale di corrompere l’arte per volgerla al profitto e al possesso di pochi eletti? Che argomentazioni astruse sono mai queste?! È evidente che titoli come Crash Bandicoot o Spyro sono nati dalla passione dei loro creatori! Di quanti giochi si potrebbe dire altrettanto, oggi?

Di moltissimi, a dire il vero. Ma è evidente che chi apprezzi vivere nel comodo cantuccio offerto dalla nostalgia e dal rifiuto del presente non possa rendersene conto. Pur senza tirare in ballo il mercato indie, fautore del definitivo sdoganamento della creatività più pura, volgendo lo sguardo anche al solo mercato dei blockbuster è facile pescare qualche esperimento messo in piedi con passione e sincera follia. Nel recente passato ne sono evidenti esempi Bioshock Infinite e Metal Gear Solid V: The Phantom Pain (che, per quanto criticato, con il solo finale prende a schiaffi un po’ tutti affermando la propria identità e quella dell’autore).

Crash e il cinghiale

Va detto: quando non si cerca il realismo la grafica invecchia sempre meglio. Sarà un caso?

Ebbene, adesso che il favoloso e inimitabile Crash Bandicoot è in procinto di tornare nella veste di remastered/remake/vattelapesca dei primi tre capitoli, sviluppati all’epoca da Naughty Dog e ripuliti per l’occasione da cima a fondo da Vicarious Vision, fra l’isteria degli appassionati della prima ora e le spallucce un po’ di tutti gli altri, la domanda è: c’era bisogno di resuscitare il povero marsupiale, dopo una serie ininterrotta di pessimi titoli? Sì, ovviamente sì, dicono gli appassionati. No, ovviamente no, dicono tutti gli altri: già all’epoca non era un gran gioco, e d’altronde Super Mario 64 offriva mondi ben più vasti e liberamente esplorabili di quegli angusti corridoi da percorrere necessariamente in un senso o nell’altro. Ma soprattutto, chi non ha giocato all’epoca qualcosa di così fumettoso e colorato, ne sarà almeno incuriosito? Voglio dire, sentiamo dire continuamente quanto i giochi Nintendo sembrino rivolgersi ad un pubblico infantile e quanto bambineschi siano quegli universi di stelline e fiori e arcobaleni, quindi perché Crash Bandicoot dovrebbe essere in qualche modo differente?

Viviamo nella generazione del grigio, del bianco e del nero, a tal punto che una schermata di No Man’s Sky, con i suoi colori accesi e inconfondibili, viene riconosciuta immediatamente perfino da chi non l’ha mai giocato.

Gli stessi colori accesi di Crash

I colori sono belli, e sono tanti. Perché non utilizzarli?

Nonostante le già troppe domande poste qui sopra, però, la questione più annosa resta la seguente (poi la finisco, prometto): Crash Bandicoot era davvero protagonista di giochi così divertenti, o siamo noi a ricordarli tali perché, all’epoca, le nostre pretese erano ben altre, e giocare era un’attività tanto fine a se stessa quanto priva della nostra impellente necessità di analizzare ogni minuscolo aspetto di ogni singolo prodotto, senza doverne per forza parlare su internet affermando irremovibilmente la nostra opinione? La risposta, solo voi la sapete. Io intanto posso affermare di aver portato a termine (e non al 100%) Spyro 3: Year of the Dragon la settimana scorsa, durante una nottata passata in aeroporto per prendere il primo volo all’alba. Erano due anni che avevo iniziato il gioco e ogni volta, dopo appena dieci minuti, non ne potevo più: la noia mi tirava addosso sberle pesanti come mattoni e dovevo (ma proprio dovevo!) spegnere la PSP. Quindi no, per me Spyro non è un gioco invecchiato tanto bene, e dato che i tre capitoli originali sviluppati da Insomniac si somigliano parecchio (forse il secondo, per non so quale ragione, mi ha annoiato di meno), posso affermare questo per l’intera trilogia. E ci avevo giocato anche da bimbetto, occhio: la mia voglia di recuperarli nasceva proprio dal non averli mai completati, non da un particolare desiderio di coprire qualche lacuna culturale nei confronti del medium, no no. Quanto a Crash, invece, il discorso diventa leggermente più complesso perché i vari capitoli presentano più differenze, ma in fondo nemmeno tanto complesso. Mi sono divertito a giocarli? Oddio, sì, diciamo di sì, se escludiamo i salvataggi pietosi del primo capitolo. Una volta finiti cosa mi è rimasto delle ore (poche, per fortuna) passate in sua compagnia? Sostanzialmente nulla, anzi, piuttosto una sensazione di aver sprecato del tempo. Lo so, avevo promesso di finirla con le domande.

Spyro, il principale rivale di Crash

Tutto molto bello. Per i primi dieci minuti.

Le voci di corridoio vogliono che questa remastered/remake/vattelapesca sia un’intelligente mossa commerciale da parte di Sony per tastare il terreno. Se venderà bene, quasi certamente un vero e proprio quarto capitolo vedrà la luce. Ora, qui nessuno possiede una sfera di cristallo, non una che funzioni perlomeno, ma i risultati di questa Crash Bandicoot – N. Sane Trilogy mi incuriosiscono sinceramente, e penso diranno molto dello stato in cui versa l’industria. O meglio, del modus operandi dei videogiocatori tutti, sempre pronti a sollevare forconi e vanghe per criticare l’impellenza di sfornare roba già vecchia o comunque roba vecchia tirata a lucido, e poi magari pronti a fiondarsi nei negozi per acquistare (a prezzo pieno?) tre giochi spalmati di alta definizione e ridisegnati da zero che però, per tutti i nostalgici possessori di una PS3, sono sempre stati là, in attesa, pronti per essere scaricati.

Roberto Grussu

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