Diggin’ in the Carts – L’urlo della macchina

La cosa che più mi affascina e appassiona degli strascichi che il videogioco si porta dietro è sicuramente tutto ciò che riguarda la musica. No, tranquilli, quello che state per leggere non è l’ennesimo articolo sul rapporto musica-videogioco (e anzi, se volete due sguardi piuttosto approfonditi sull’argomento li potete recuperare qui e qui), ma piuttosto un ragionamento sull’eredità e l’influenza indirette che le musiche dei videogiochi delle generazioni a 8 e 16 bit hanno avuto su vari livelli culturali a partire da un documentario realizzato dalla Red Bull Music Academy che si pone come obiettivo quello di dare nomi e volti alle grandi colonne sonore dell’epoca e di raccogliere quanto esse hanno seminato, a prescindere dal campo specifico.
Diggin’ in the Carts è una serie di sei documentari, recuperabili su YouTube, che tenta di spiegare l’influenza del videogioco nella produzione musicale, anche in quella completamente esterna a esso e destinata al puro ascolto, attraverso interviste ad alcuni compositori dell’epoca alternate dalle testimonianze e dai ricordi di vari artisti di musica elettronica che vanno dalla chiptune a generi molto meno strettamente collegati al mondo videoludico. Un dialogo virtuale tra due generazioni che ha come intento quello di far uscire dall’anonimato grandi artisti e al contempo raccogliere i ringraziamenti che i nuovi compositori gli devono.

Scarsa pertinenza = scarsa competenza?

Probabilmente avrete notato il nome che sta dietro a questa serie e avrete storto il naso più volte al pensiero che la famosa azienda di bevande energetiche che “mettono le ali” possa aver messo le mani su un argomento così delicato come la musica, peggio ancora su un terreno ancor più sconnesso e rischioso qual è la musica per videogiochi prodotta in Giappone con tutti quei fan agguerriti al seguito. Ecco, vi sbagliate di grosso: uno dei principi aziendali di Red Bull, da sempre, è quello di investire parte dei guadagni in diverse produzioni facendo non soltanto da sponsor ma da diretti promotori e dando grande priorità alla qualità, affidando tali produzioni a eccellenze nel campo di interesse. Una ricerca continua che viene alimentata dall’azienda che si informa e gestisce una rete di contatti sempre in aggiornamento per assecondare le tendenze. Un’evoluzione costante che ha portato il toro rosso a creare una propria casa di produzione cinematografica specializzata in documentari, a produrre migliaia di eventi di sport estremi, aprire una propria scuderia in Formula 1 e infine a investire denaro nella diffusione della cultura della musica elettronica aprendo — in collaborazione con le etichette di musica elettronica sperimentale Warp e Hyperdub, vero fiore all’occhiello tra le case discografiche contemporanee — una sezione dedicata a festival e seminari chiamata Red Bull Music Academy.

In che modo, quindi, i temi di Yuzo Koshiro (Streets Of Rage), Yoko Shinomura (Street Fighter II) e Nobuo Uematsu (Final Fantasy) hanno influenzato artisti contemporanei osannati dalla critica come Flying Lotus, Kode9 e Thundercat che, apparentemente, nulla hanno da spartire con il videogioco? Quando è che il suono tipico delle prime console di Nintendo e SEGA è diventato uno stile che ha visto nascere gruppi come gli Anamanaguchi? Cos’era a rendere così speciale e distintivo quel suono e quand’è che questo è morto per risorgere come “musica normale”? A queste, e altre domande, vogliono rispondere Nick Dwyer e Tu Neil, produttori e registi di Diggin’ in the Carts.

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Nobuo Uematsu.

Nomi e cognomi

Per anni, anche adesso, l’ostacolo più grande allo sdoganamento del videogioco come forma artistica è stato una scarsa propensione al riconoscimento autoriale e alla paternità del prodotto a una firma specifica. Ovviamente, se già è molto difficile che un game director spicchi e venga riconosciuto, questo ragionamento si allarga ancora di più se spostiamo la nostra attenzione verso chi, nei videogiochi, crea materiale collaterale, come ad esempio la musica.
Il concetto che sta dietro a Diggin’ in the Carts ruota attorno all’idea di rendere noti i musicisti che hanno accompagnato per centinaia di ore i giocatori dando colore all’esperienza e, indirettamente, definendo e scolpendo quelli che poi sarebbero stati i loro gusti musicali.
Il videogioco quindi viene rappresentato come una palestra culturale per milioni di persone che hanno imparato ad amarne l’immaginario rendendolo parte del proprio, anche quando il videogioco non era strettamente coinvolto. Nel documentario ciò viene espresso con due concetti che riassumono l’intento e la filosofia del progetto: il primo definisce la video game music giapponese come il prodotto musicale importato più capillare a livello internazionale e redditizio nel Paese del Sol Levante; il secondo invece enfatizza l’influenza subita da gran parte delle scene di musica elettronica, rock e hip-hop dalla seconda metà degli anni ’80 in avanti poiché, di fatto, tutti i musicisti erano o erano stati videogiocatori. Rendere giustizia a chi ha donato tutto ciò al mondo è il compito primario del progetto. Dare un volto a una scena che così silenziosamente ha reso più felici e consapevoli tante persone è un dovere, specialmente se l’eredità è così vasta. Come suggerisce il titolo della serie, “scavare” è un esercizio necessario per scoprire persone, suoni, contesti.

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La strumentazione di un musicista di chiptune.

Genere, tecnologia o stile? — Alle radici della chiptune

Sicuramente ciò che ha più risentito dell’influenza dei videogiochi, a tal punto che senza di essi non potrebbe neanche esistere, è la cosiddetta chiptune. In maniera analoga a quanto accadeva con le colonne sonore dei videogiochi, i musicisti che scelgono questo approccio alla musica utilizzano i chip audio di varie console e/o computer dell’epoca per restituire all’ascoltatore la sensazione di ascoltare un videogioco. L’affezione a una particolare atmosfera, quindi, diventa il terreno su cui applicare la propria creatività musicale come si farebbe con gli strumenti più classici, rendendo la chiptune più un modo, una tecnologia, un’abitudine, che non un genere; esattamente come avveniva nei giochi in cui, con lo stesso identico chip, diversi compositori potevano esprimersi facendone uscire ritmi e melodie completamente diversi. Ovviamente poi, come in tutto, ci sono diverse motivazioni dietro la scelta di diventare musicisti di chiptune: la già descritta affezione al mondo videoludico, la propensione verso tutto ciò che è elettronico o il riutilizzo di apparecchiature in disuso sono tutti validi motivi per fare musica con un Game Boy.
In Diggin’ in the Carts oltre che grazie alla testimonianza dei già citati Anamanaguchi — gruppo pop-punk che usa sistemi Nintendo come bypass audio — la chiptune ricopre un ruolo cruciale nella definizione di uno spartiacque, superato il quale la video game music ha raggiunto il punto di non ritorno: l’abbandono dei bypass tramite chip in favore di tracce audio registrate, nel documentario, viene visto non tanto come un declino ma come un punto di partenza per un nuovo corso della composizione e del sound design nei videogiochi. La fine di un’era, certo, ma che apre le porte a un futuro radioso con infinite possibilità e che forse non potrà mai essere iconico e particolare come in passato.

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Esempio di come vengono realizzati i campioni per gli effetti sonori nei videogiochi al giorno d’oggi

Punti di contatto

Sebbene il fine di Diggin’ in the Carts sia quello di omaggiare le persone che stanno dietro le colonne sonore dei videogiochi e raccogliere i ringraziamenti di chi ne ha subito l’influenza, non vengono risparmiati diversi esempi di momenti in cui il mondo della musica più tradizionale ha incontrato in maniera diretta il videogioco, anche per rimarcare il concetto cardine del documentario.
Citare i remix dei temi di Tekken ad opera del produttore di musica jungle Dillinja, sottolineare che determinate OST hanno un genere di riferimento o tirare in ballo i concerti in cui varie orchestre hanno suonato le composizioni di Nobuo Uematsu è sintomo di una ricerca di esempi concreti di come anche la video game music sia una delle eccellenze di un paese sempre in prima linea nell’innovazione e nel progresso, con tutti i vantaggi e svantaggi che ne conseguono. Certo, si potrebbe puntare il dito contro la produzione della serie e far notare alcune mancanze note o l’eccessivo coinvolgimento di collaboratori piuttosto stretti di Red Bull Music Academy, ma queste scelte hanno, secondo me, un motivo più che valido: coerenza argomentativa. Citare Koji Kondo e i suoi temi per Super Mario o Zelda non avrebbe avuto lo stesso effetto a livello di connessione con i musicisti contemporanei coinvolti, senza contare che questo documentario può fungere da trampolino anche per essi.

Per questi e per tanti altri motivi reputo che Diggin’ in the Carts sia un prodotto valido e importante per conoscere realtà differenti cercando di avere più punti di vista possibili, in rigoroso rispetto del passato ma con un occhio sempre aperto a ciò che verrà.

 

Luca Parri

Videogiocatore anomalo: più interessato al contesto che al contenuto. Perde ore a guardare i caratteri usati e l’HUD in un videogioco. Ossessionato dalla teoria GNS.

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