Dogman – La violenza secondo Garrone

Marcello è un uomo di mezz’età, che vive nel suo negozio, una piccola attività nella periferia più esterna di Roma. Dogman, dice l’insegna. Prendersi cura dei cani è il suo mestiere: una passione per il migliore amico dell’uomo, quello che non tradisce mai. Scelta felice, visto che Marcello è uno che dalla vita è stato tradito spesso. Citando Manzoni, Marcello ricorda molto Don Abbondio: “non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, […] come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. Mingherlino, prevalentemente taciturno, è uno che si accontenta di quello che ha, ma che al tempo stesso sa valorizzare quel che gli resta e trarne godimento genuino. Separato dalla moglie e costretto a vivere in quello che sembra essere un luogo dimenticato da Dio, Marcello vive di piccole gioie: ama sostare sull’uscio del negozio a osservare i passanti e quello che dovrebbe essere un panorama, ma che in realtà è degrado, distruzione e desolazione. È un uomo che trasmette tutto l’amore che ha per sua figlia, senza lasciarle mai trasparire alcun segnale della sofferenza che lo caratterizza, forse perché non ne sente effettivamente alcuna, o forse perché vuole essere un buon padre, e vuole tutelarla. Tutti nel quartiere conoscono il Dogman, tutti gli vogliono bene. Eppure Marcello la sofferenza la conosce eccome, lotta tutti i giorni contro di essa. Questa ha anche un nome: si chiama Simone.

Per arrivare a fine mese, Marcello spaccia cocaina e aiuta Simone in tutti i “colpi grossi” che quest’ultimo architetta su base quasi giornaliera. Furti, principalmente. Sin dalla prima comparsa, Simone è presentato come una figura che arriva e prende tutto, senza chiedere. La collaborazione non è mai un’opzione: o stai con lui o sei contro di lui (e in quel caso, son guai seri). Simone è dominato dall’istinto, non si mette mai in discussione: se vuole una cosa, la prende all’istante, non importa quale sia il costo. Se hai qualche dubbio, Simone non perde tempo a convincerti, bensì ti rivolta finché non capisci che non c’è nulla da discutere.

dogman sull'uscio, felice

Il rapporto tra i due è sintomatico della metafora canina: Marcello è Dogman non perché ama i cani, ma perché si sente lui stesso tale. Ha bisogno di continue attenzioni e di essere amato da tutti quelli che conosce, ha bisogno di un padrone che lo tenga al guinzaglio. Simone è il padrone che lo sfrutta per derubare una casa, facendogli fare l’autista, per poi dargli due briciole come ricompensa, dicendogli “tu non hai fatto un cazzo, Marcé”. Questa sua debolezza è risaputa da tutti nel quartiere, e per questo si approfittano della sua vulnerabilità e del suo essere indifeso, anche chi si dichiara suo amico, come il proprietario del “compro oro” accanto al suo negozio.

Il film si svolge in quello che vuole essere un angolo di mondo che funge da prototipo sociale. Non viene fatto alcun cenno riguardo a dove siano ambientate le vicende narrate, l’accento romano dei personaggi è l’unico carattere distintivo. Il quartiere di Marcello è un piccolo microcosmo in cui tutto si ripete sempre alla stessa maniera, non c’è evoluzione né cambiamento: in breve, non c’è speranza. C’è però un problema: Simone. L’ex pugile è un problema che riguarda tutti, ma che nessuno sa come risolvere. Si discute, si valutano le possibilità, ma non si ottiene mai nulla, perché il senso di impotenza e la paura sono troppo grandi. “Prima o poi qualcuno lo farà fuori”, si dicono tra loro i gestori delle attività locali.

simone e marcello, dogman, violenza

Ed ecco allora l’elemento di rottura: Marcello viene sfruttato per l’ennesima volta da Simone per un furto, ma stavolta viene incastrato. Gli si pone davanti una scelta: collaborare con la polizia contro il suo amico, oppure farsi la galera. Ma la debolezza del Dogman gli impedisce di prendere qualunque tipo di iniziativa, figuriamoci addirittura un atto di ribellione contro il suo padrone.

Passa dunque un anno, Marcello esce dal carcere e torna a casa sua. Nulla sembra essere cambiato nel quartiere. Qualcosa però è cambiato nel protagonista, che sembra essere finalmente più sicuro di sé, al punto da ricercare il contatto con Simone e chiedergli i diecimila euro che gli spettano, quelli per cui è finito al fresco. Le cose degenerano però troppo facilmente, e succede che Marcello si ritrova col volto spaccato in più punti, come conseguenza dell’aver vandalizzato la moto nuova di zecca di Simone. In un momento di aliena lucidità, Marcello organizza una vendetta perfetta, riuscendo a portare Simone nel suo negozio, e a chiuderlo in una delle tante gabbie per cani. Il rapporto tra i due adesso si è completamente rovesciato: Marcello sembra un’altra persona, anche lo stesso tono di voce è cambiato: è acuto, squillante, sembra quasi aderire a quella figura spietata e malvagia ritratta dai giornali trenta anni fa, ai fatti de er canaro della Magliana a cui il film si è liberamente ispirato. In questo climax ascendente di follia, ecco che accade il vero colpo di scena: “chiedimi scusa e la finiamo qui!”, urla Marcello all’uomo in gabbia. Marcello non è cambiato, Marcello è sempre lo stesso, non è un assassino.

Quello che accade poco dopo è una valanga di eventi incontrollabili, a cui il Dogman vorrebbe sfuggire col terrore dipinto in volto. Un semplice incidente: nel tentativo di salvarsi dalla furia di Simone, che si è liberato dalla gabbia con una furia incontenibile, Simone e Marcello si ritrovano avvinghiati l’uno all’altro in una morsa letale, dalla quale Marcello riesce a svincolarsi per un pelo, causando al contempo la morte dell’amico. Sconvolto, il Dogman si ritira al buio della stanza, non vuole vedere ciò che è successo, né vuole farsi vedere. In seguito all’accaduto, il Dogman viene ripreso in contrasto rispetto allo sfondo, un’ombra in movimento, che si accinge a nascondere il suo delitto, occultando il cadavere alla bell’e meglio.

Dopo aver dato fuoco al cadavere di Simone, Marcello sente la voce dei suoi vecchi amici che giocano a calcio, quelli che l’hanno escluso da tutto e che non gli rivolgono più la parola, dopo che è stato arrestato per aver aiutato Simone a derubare uno di loro. Spariscono tutti in un attimo. Probabilmente un’allucinazione, a dimostrazione del fatto che tutto quello che egli desidera, da buon Dogman, è quella di essere amato e accettato da tutti.

dogman si ripara

La figura del dogman ci viene presentata come quella di un uomo incapace di affrontare i fatti della vita, che non riesce a prendere mai una decisione e che è costantemente asfissiato dalla paura, che lo immobilizza. È l’uomo che si arrangia e che vive senza pregiudizi morali, che prende le cose per quello che sono in un contesto inalterabile: fatti inevitabili, su cui si possono solo mettere delle toppe di volta in volta. Garrone ci fa immedesimare in un uomo che sembra essere spettatore della sua stessa vita, che guarda il mondo di nascosto, protetto da serrande, veneziane e – letteralmente – sbarre. Mezze figure, primi e primissimi piani sono costantemente dedicati al Dogman durante il perpetuarsi degli eventi, alternandosi a campi larghi quando ad essere mostrato è lo spazio, sia esso l’interno dei locali o l’esterno del quartiere. Un ambiente fatto di detriti, sporcizia e fango: grigiume visivo e morale.

Nell’apparente immutabilità del quartiere, però, ho avvertito anche un pizzico di speranza. Il Dogman si è fatto portatore di un peso comune: come un divino redentore, imbraccia la croce sulle spalle (il cadavere di Simone, come è possibile vedere già dalla locandina) e libera il male che affligge tutta la comunità. Dopotutto Marcello rappresenta quella purezza che sopravvive alla violenza più cruda, psicologica, una bontà che lo guida a ritornare sulla scena di un crimine per salvare un piccolo cucciolo abbandonato in un freezer. Questa visione però potrebbe anche non essere conforme al messaggio voluto dal regista in quanto l’ultima scena, dopo un  lunghissimo primo piano sul volto di Marcello che, estremamente provato, non accenna a battere ciglio dopo l’accaduto, si ferma all’interno di una piccola piazzola circolare con i resti di alcune giostre, nel silenzio e nell’immobilità circostante. Non è chiaro quindi se gli eventi di Marcello sono tracce di un vissuto che resterà privato, un’ulteriore offesa della vita a un uomo già segnato dall’appartenenza a un luogo così ostile, oppure se si tratta di un’apertura per un cambiamento, che deve passare per forza di cose attraverso la violenta e decisa rottura di un malsano equilibrio.

Il team di Matteo Garrone ha sfornato un capolavoro, il cinema italiano può solamente ringraziare.

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