Dunkirk – Tempi, suoni e spazi di guerra

Stratificare e sviluppare le vicende su diversi piani è da sempre una prerogativa del cinema di Christopher Nolan. È questo il vero e potentissimo segno distintivo del regista inglese che neanche i meno appassionati della sua opera (come il sottoscritto) possono negare. Un regista in costante bilico tra la nicchia e il corposo budget, tra l’artisticità e la ricerca tecnologica all’avanguardia, che spesso ha anteposto una costruzione cervellotica, a suo dire necessaria per giustificare le varie dimensioni in cui i suoi film accadono. Tutto questo distoglie irrimediabimente l’attenzione dello spettatore da ciò che l’autore è veramente capace di fare: far convergere verso la propria intenzione il tempo, usandolo come contesto dentro cui raccontare in modi palesemente diversi la stessa storia. Un vero e proprio architetto del tempo che ha costruito ambienti e narrazioni valutandone anche il valore nell’asse temporale, differenziando dove era necessario le varie parti del discorso per renderle distinguibili e giocando con i tempi della storia e del racconto¹.

Un narratore sapiente, però, deve capire quando e dove limitarsi e, soprattutto, quando è giunto il momento di lanciarsi in sfide capaci di mettere a dura prova la propria intenzione. Abbandonare i fronzoli e lasciarsi trasportare nel proprio, naturale, ermetismo è uno dei pochi modi con cui un autore come Christopher Nolan riesce davvero a brillare (come dimostrano Memento e The Prestige), ma non è sufficiente. Scegliere quindi di approcciarsi per la prima volta al racconto del reale regolato e filtrato dal suo occhio, portando in scena la poco conosciuta ma cruciale Operazione Dynamo della Seconda Guerra Mondiale, pare quasi un obbligo necessario per dare respiro all’idea di cinema del regista, attraverso la sua ultima pellicola intitolata Dunkirk.

Dunkirk

I piani con cui Nolan ha voluto raccontare la vicenda sono tre, ciascuno con un suo elemento del pianeta Terra, con un suo lasso di tempo preciso e con un numero diverso di persone coinvolte. Primo arriva il suolo, con le centinaia di migliaia di persone che formavano la squadriglie dell’esercito inglese a Dunkirk, inquadrate e intese come una massa, un tutt’uno che per una settimana ha vissuto con la certezza di morire e con la speranza di fuggire. Subito dopo c’è il mare, e con esso arriva il primo ingradimento: assistiamo alla storia di uno specifico gruppo di soldati e alla loro avventura di un giorno durante cui una nave civile attraversa la Manica per salvare i compatrioti. E infine arriva il cielo, dove a dominare è un solo uomo che in un’ora ha saputo infondere di coraggio tutti gli altri sorvegliandoli e proteggendoli dalle altezze.
Tre variazioni di uno stesso unico scopo, raccontate con pause, omissioni e toni differenti. L’ossessione del tempo come condanna, poi, invade anche la sfera uditiva. Dai ritmi imperanti delle musiche, dai toni e dai registri lessicali usati dai soldati per comunicare e dal costante ticchettio di innumerevoli orologi presenti in scena.

A legare tutto questo c’è il quarto elemento: il grande spettro del fuoco della guerra. Mai realmente inquadrato ma sempre lasciato sullo sfondo, sia esso nella sua rappresentazione del conflitto in senso stretto che nella raffigurazione del nemico, l’esercito tedesco, che non compare mai in scena. Una presenza inquietante che si sente, che brucia le convinzioni degli inglesi, ma che allo spettatore viene interdetta volontariamente proprio per enfatizzare la sensazione di mostro invisibile. Una fiammata che porta ognuna delle tre parti a confluire in un unico senso, perdendo piano piano e ciascuna le diverse gestioni dei tempi fino ad arrivare a una unica messa in scena dei fatti narrati.

Dunkirk

Un racconto di guerra che annulla la guerra nella dimensione del conflitto tra fazioni ma la esalta in quella della paura di perdere la propria vita. Una folla di eroi per caso che non pretendono di essere tali. Una vittoria fatta di stoico patriottismo e resistenza, forse ad alcuni imposti, ma convintamente ricercati, a differenza della inevitabile incensazione in madrepatria. Una storia che non è Storia con le sue caratterstiche più basilari, che non ha protagonisti distinguibili o eroi identificabili in maniera precisa ma solo facce svuotate dalla loro personalità che svolgono gli ultimi disperati gesti, a tratti vigliacchi, per la sopravvivenza. Una freddezza necessaria, una spersonalizzazione e una distanza emotiva fondamentali per dare alla pellicola una carica che andasse al di là del retorico e del facile. Un film che potenzialmente potrà cambiare la percezione che molti hanno non soltanto del cinema ma anche della guerra e del suo significato. Tutto questo è Dunkirk e tutto questo è il cinema di Christopher Nolan, mai come ora così puro, cristallino e artisticamente vero e comprensibile.

Note
¹ Per «tempo della storia» si intende l’arco di tempo in cui le vicende accadono. Per «tempo del racconto» si intende invece ciò che materialmente mostrato allo spettatore (esempio: ridurre una storia di un mese in un film di circa 120 minuti).

Luca Parri

Videogiocatore anomalo: più interessato al contesto che al contenuto. Perde ore a guardare i caratteri usati e l'HUD in un videogioco. Ossessionato dalla teoria GNS.

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