eXistenZ – Il videogioco come alterazione della nostra natura

Siamo sul finire degli anni ’90. La quotidianità delle persone nei paesi industrializzati è sempre più influenzata dalle nuove tecnologie che, anno dopo anno, si riversano sul mercato e promettono innumerevoli nuove possibilità di interazione sociale e virtuale. Le connessioni internet diventano sempre più veloci, i televisori cominciano a godere di schermi dalle immagini sempre più nitide, e i videogiochi compiono graficamente passi da gigante, proponendo mondi esplorabili e ambienti sempre più dettagliati e realistici. David Cronenberg, con l’occhio critico che lo ha sempre contraddistinto, comincia a domandarsi quanto sottile possa divenire il confine fra realtà e finzione in un contesto simile: la risposta si chiama eXistenZ.

Risposta per modo di dire, perché dall’inizio alla fine del film ciò che si insinua all’interno dello spettatore è piuttosto un’innumerevole quantità di domande, di interrogativi talvolta destinati a cadere nel vuoto, di presa di coscienza di qualcosa già avvenuto. Nell’horror fantascientifico dell’autore canadese, la scena di apertura coincide con la presentazione del videogioco da cui prende nome il film. Sopra un palco stanno la creatrice del titolo, Allegra Geller (Jennifer Jason Leigh), e delle persone scelte a caso dal pubblico per testare il prodotto appena lanciato. D’improvviso, uno spettatore impugna una strana pistola dalla forma scheletrica e spara alla ragazza; nella confusione generale Ted Pikul (Jude Law), un impiegato appena assunto, la soccorre e la porta in salvo. Una volta al sicuro Allegra, per accertarsi che la sua opera non sia stata danneggiata, decide di testarla e Ted, suo grande ammiratore, si lascia coinvolgere nel gioco nonostante la tensione generata da quanto appena accaduto e nonostante la sua scarsa dimestichezza con il prodotto.

Per entrare nel gioco, devi accogliere il gioco nel tuo corpo.

Una volta entrati – letteralmente – in eXistenZ per i protagonisti comincia un’avventura surreale, ambientata però in quello che potrebbe essere il mondo in cui hanno sempre vissuto. Solo gli errori di programmazione dei personaggi di contorno, ai loro occhi persone come tutte le altre, li rassicurano in qualche modo circa la dimensione parallela che stanno abitando, così come i salti temporali da una scena all’altra della trama imbastita da Allegra. È sempre difficile raccontare una pellicola di Cronenberg senza soffermarsi in lunghe digressioni di quanto una particolare trovata possa significare, che sia la console da gioco raffigurata come un feto o l’orifizio sulla schiena (denominato “bio-porta”) che i giocatori usano per connettersi con esso. Il cineasta canadese non lascia mai nulla al caso, sfrutta il genere con cui ha esordito oltre vent’anni prima per portare avanti un discorso che in qualche modo lo tormenta e lo affascina. Tratta il confine fra realtà e finzione con l’eleganza di un narratore d’altri tempi, coinvolge lo spettatore nel turbine di eventi e lo disgusta con la ruvida poetica che ha sempre caratterizzato il suo cinema, perennemente interessato alla mutazione del corpo umano una volta venuto a contatto con una tecnologia troppo aliena per le sue capacità.

Non c’è mai redenzione in un film di Cronenberg, piuttosto l’arrivo dei titoli di coda insinua nelle viscere un monito che, come avvenuto con le storie di George Orwell o Philip K. Dick, non viene mai ascoltato. Perfino trascendendo l’argomento tecnologia e soffermandoci appena un istante sulla cronaca di ogni giorno, a chi non è mai capitato di pensare che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in alcune delle caratteristiche che permano le nostre giornate? Che sia l’onnipresenza di schermi, la cattiveria e la violenza immotivate nei confronti di chi è più debole, il pensarla in un modo e agire nell’esatto opposto, o perfino tutto, tutto ciò che ci circonda.

Mai Cronenberg ha auspicato un ritorno al passato, a uno stato precedente dell’evoluzione umana perché, e questa è una realtà incontestabile quanto un paradosso difficilmente accettabile, oggi viviamo nel periodo storico più propenso a favorire la vita della nostra razza. Eppure, questo non significa che tutto vada bene e che i problemi possano anche venire trascurati; è proprio in questo contrapporsi di significati che s’insinua da sempre la lama a doppio taglio dell’autore canadese, lacerando fino in profondità.

Il punto di eXistenZ in cui i protagonisti cominciano a sentirsi smarriti e a non distinguere più la realtà dal gioco corrisponde al momento in cui anche lo spettatore perde il controllo sul susseguirsi degli avvenimenti; non è una trovata volta a inserire dei colpi di scena, è la conseguenza naturale di una finzione che vuole apparire reale a tutti gli effetti, è ciò che eXistenZ vuole essere ed è. Il finale, capace di chiudere un cerchio che durante la visione appare deformato irreparabilmente, riesce a compiere quanto è prerogativa solo delle grandi opere di fantascienza: prevedere il futuro. Se nel 1999 il discorso di Cronenberg poteva infatti apparire pessimista e aleatorio, ora che i nuovi dispositivi per la realtà virtuale stanno invadendo il mercato risulterà certamente più concreto e attuale, anche al più inamovibile degli scettici.

Roberto Grussu

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