Fuga da Los Angeles – L’antieroe che salva o condanna

Era il 1981 quando John Carpenter diede vita al capolavoro Fuga da New York, unico suo film, assieme ai due horror La cosa (uscito l’anno successivo e remake di un classico degli anni ’50) e Halloween, apprezzato a pari merito da critica e pubblico, spesso incostanti nel riconoscere al regista statunitense i propri meriti durante una carriera all’insegna del cinema di genere portato avanti con metodicità e una buona dose di critica sociale. La pellicola raccontava di un futuro cupo in cui un regime totalitario, per ovviare alla criminalità in crescita e al sovraffollamento delle carceri, adibiva l’intera isola di Manhattan a luogo dove scaricare la feccia indegna di fare parte di un Paese ricco, fieramente cristiano e in continua espansione.

Per buona parte della propria carriera, Carpenter non si è tirato indietro dal lanciare frecce arroventate all’allora amministrazione Reagan e al capitalismo in generale, sottolineando le contraddizioni di uno Stato che, sulla carta, ha sempre voluto rappresentare l’ideale di libertà e democrazia, di sogno e di rivalsa, ma nel corso della sua storia è incappato fin troppo spesso in contraddizioni talvolta enormi. Nel 1981, attraverso la realizzazione di un film curato nel dettaglio e rappresentante una distopia non così distante dalla realtà, Carpenter dice la sua sul periodo storico che gli Stati Uniti stanno vivendo.

Il canone di bellezza odierna è… la plastica.

Quindici anni dopo, nel 1996, torna a girare il dito nella stessa piaga rivisitando il soggetto del capolavoro originale, ormai ritenuto di culto e fonte di ispirazione per videogiochi, fumetti e altri film. Fuga da Los Angeles non è un seguito della prima opera: ne è una versione alternativa. Cambia il luogo in cui si svolgono gli eventi, cambiano i personaggi (che però all’interno della trama svolgono una funzione pressoché identica) e cambiano il ritmo della regia e il tono della narrazione, ora molto più chiassosa e incentrata sulla figura del protagonista Jena Plissken (in originale Snake), vera e propria icona di un certo modo di intendere l’antieroe nel cinema d’azione — l’atteggiamento, l’attitudine e perfino la risoluzione finale sono infatti antitetiche allo stereotipo del macho d’azione che per oltre un decennio aveva attecchito a Hollywood. Non cambia però il contesto, né lo sviluppo della vicenda e nemmeno lo strepitoso finale, qui perfino più imponente e arrabbiato di quanto non lo fosse nella pellicola dell’81.
I quindici anni che sono trascorsi tra un titolo e l’altro si sentono tutti: se il primo puntava sulla costruzione di un universo credibile e mai sopra le righe, limitando al massimo le scene d’azione e le esagerazioni hollywoodiane e delineando con precisione ogni ambiente in cui i personaggi venivano catapultati, il secondo invece calca la mano sulle esplosioni, sulle deformazioni di certi freak imbottiti di silicone, in una scena quasi satirica ambientata proprio nel quartiere delle celebrità, sulla computer grafica che fa il verso ai videogiochi del periodo e sulla vena umoristica di Jena Plissken, sempre interpretato dall’attore feticcio di Carpenter, Kurt Russell, qui nel ruolo che più di tutti gli altri gli è rimasto cucito addosso nell’immaginario collettivo.

Punto e a capo.

L’azione, in Fuga da Los Angeles reclama lo spazio che non era stato destinato al suo predecessore. Non siamo ai livelli di un Die Hard o di un blockbuster a caso in cui il protagonista riesce, grazie a un’improbabile mescolanza di follia e fortuna, a salvare il mondo e a sconfiggere il cattivo di turno; qui il cattivo è rappresentato da un governo intero e dalle politiche che lo tengono in piedi, e il folle è proprio Plissken, imperturbabile quando si tratta di salvare una vita così come quando si tratta di condannare l’intera umanità secondo il proprio arbitrio.
La magnifica colonna sonora del primo film, interamente composta da Carpenter con i suoi sintetizzatori (prassi del regista per quasi tutta la sua filmografia), qui cede il posto a brani metal e hard rock, decisamente meno d’atmosfera ma ben contestualizzati durante gli inseguimenti, le sparatorie e le risse che si susseguono senza sosta. Il montaggio è veloce: laddove l’originale faceva uso di panoramiche e carrellate per descrivere l’ambiente e seguire i movimenti dei personaggi, Fuga da Los Angeles sceglie di puntare su movimenti di macchina meno maniacali, offrendo allo spettatore una visione complessiva improntata più sui dialoghi e i movimenti dei corpi che sulla costruzione del contesto tramite il non detto.

Massacrato all’epoca della sua uscita, Fuga da Los Angeles non è uno un capolavoro, ma rappresenta un ottimo esempio di intrattenimento intelligente, da cui lo spettatore può cogliere riflessioni e idee anche durante novanta minuti di sparatorie e inseguimenti per rielaborarle in seguito, magari durante la visione di un notiziario che riporta notizie mai troppo distanti da quanto la poetica di Carpenter ha sempre tentato di raccontare. La sua forza sta proprio nel mettere in scena un futuro improbabile, portato all’eccesso, che però soprattutto oggi non appare tanto impossibile.
Quando la cronaca raggiunge livelli particolarmente agghiaccianti e quando la tecnologia si impone come elemento indispensabile delle nostre giornate anziché semplificazione e aiuto, non vi capita mai di pensare cosa significherebbe ricominciare da capo?

Roberto Grussu

Website:

Post a Comment