John Wick – Quando l’azione al cinema scorre meglio che nel videogioco

Raramente a Hollywood l’esordio da regista di qualcuno che non nasce tale porta a buoni risultati. Persino sceneggiatori pluripremiati, una volta dietro la macchina da presa, si sono trovati a raccogliere più fischi e derisioni che applausi. Qualche volta, però, le cose vanno a buon fine, ed è questo il caso di John Wick. Film d’azione senza troppi fronzoli che fa delle incredibili coreografie e degli eleganti movimenti di macchina i propri punti di forza, o videogioco prestato al cinema?

Diretto dal duo Stahelski-Leitch, e tenuto in piedi dal volto imperturbabile di Keanu Reeves, ormai abbonato a ruoli muscolari e onnipresente nel cinema di genere, John Wick mette in scena una vicenda estremamente semplice, volta unicamente a fornire un pretesto per il susseguirsi degli eventi. Un po’ come farebbe un videogioco che non abbia alcuna pretesa che non sia quella di offrire del divertimento. Tale vicenda ruota attorno a un killer di professione ormai ritiratosi dal mercato, che passa le giornate nel dolore per la perdita della propria moglie, confortato solo dal cane che lei gli aveva affidato. Un giorno, mentre fa rifornimento di benzina, viene avvicinato da alcuni teppisti che insistono per comprare la sua auto e che si vedono rifiutare la loro offerta; offerta che dimostra di non essere tale la notte stessa, in cui i teppisti irrompono nella sua abitazione, lo riducono in fin di vita e, prima di rubare l’auto, uccidono il cane. Appena riacquistati i sensi, inizia così per John Wick una vendetta furiosa, priva di ogni minimo scrupolo, destinata a risanare una ferita che la perdita del cane, unica compagnia delle sue giornate, riconduce al recente lutto per la moglie.

Ci sono tantissimi esempi di come il cinema di genere possa essere veicolato per inviare un messaggio, una protesta. Non è questo il caso di John Wick. Nel film di Stahelski e Leitch la vendetta è finalizzata unicamente a mostrare l’incessante susseguirsi di sparatorie, inseguimenti, combattimenti corpo a corpo, aventi come unico collante i brevi e trascurabili dialoghi, dove nessun attore, nemmeno il sempre apprezzabile Willem Dafoe, prova a fare più del necessario. Non che se ne senta il bisogno, inchiodati davanti allo schermo come si è ad apprezzare l’incredibile lavoro svolto nel coreografare una simile giostra.

Perché cambiare espressione quando una fa perfettamente il suo dovere?

Chi, anche senza prestare attenzione alla costruzione delle inquadrature, si sia fin troppo spesso ritrovato spaesato durante la visione di un film d’azione per i movimenti confusionari e il montaggio asfissiante, tirerà un sospiro di sollievo durante la visione di John Wick, non prima però di essere rimasto a bocca aperta di fronte alla minuziosità del lavoro svolto. A differenza di quanto fatto da George Miller nel suo Mad Max: Fury Road o da Quentin Tarantino con Kill Bill, Chad Stahelski e David Leitch scelgono di non puntare sulla costruzione dell’azione mediante il montaggio, bensì sfruttano le proprie conoscenze dell’arte dello stunt per girare delle scene in cui l’inquadratura rimane sovente fissa o accompagna gli attori con delle morbide panoramiche, per esaltare al massimo i corpi in movimento e la precisione dei gesti che compongono tanto le scazzottate quanto le sparatorie. Non siamo dalle parti dei piani sequenza di John Woo nel suo Hard Boiled del ’92, siamo piuttosto vicini al cinema di Jackie Chan, che, tenendo la camera ferma, ha sempre voluto restituire allo spettatore l’autenticità del movimento, seguendo una prassi che sia Buster Keaton che Charlie Chaplin applicavano con metodo e perseveranza, ripetendo le azioni fino al raggiungimento di una perfezione meticolosamente ricercata. Sia chiaro, John Wick non ha un briciolo della bellezza e della poesia delle pellicole dei due artisti sopracitati, e nemmeno l’estro che il cinema di Jackie Chan riesce a proporre dopo oltre quarant’anni, eppure viene da pensare che se un soggetto simile fosse capitato fra le mani di Chan, il risultato finale non sarebbe stato poi tanto diverso.

Impugnare la pistola storta fa figo, negli ultimi anni. Oltre a John Wick, anche Sam Fisher ha preso la stessa abitudine.

Le opinioni che vogliono John Wick come cinema che “puzza” di videogioco sono scaturite dall’ignoranza e dallo snobismo. Di videogiocoso, in John Wick, c’è solamente l’esagerazione e il non volersi prendere sul serio. L’impegno profuso da Reeves nella preparazione fisica e nell’esecuzione delle coreografie è evidente; il lavoro svolto su scenografie, fotografia, effetti speciali e regia non lascia spazio a dubbi: è cinema ciò di cui stiamo usufruendo. La scelta di non puntare su frequenti slow motion ormai abusati persino nei videogiochi (si pensi a The Phantom Pain) rivela l’abilità con cui i due registi si cimentano nel ruolo pescando dalle proprie esperienze come stuntmen e puntando sulle capacità della propria squadra.

Piuttosto, volendo speculare su un paragone fra i due mezzi di comunicazione, è così che dovrebbero venire fuori le trasposizioni cinematografiche basate su videogiochi di successo. Mentre nel videogioco il flusso dell’azione viene ucciso da un game over, da un bug, da un movimento particolarmente scoordinato del giocatore che manda al diavolo il fattore spettatoriale, con buona pace dei discorsi che vogliono i videogiochi di oggi essere belli perché “sembra di vedere dei film”, nel cinema nulla può ostacolare l’incessante fluire della narrazione. È il medium passivo per eccellenza: niente pagine da sfogliare, niente tasti da premere. Eppure la spettacolarità, nel cinema odierno, costantemente viene soppressa dai tagli incessanti di montaggio, dalle inquadrature nevrotiche che spacciano per movimento l’incapacità degli interpreti; e di tutti quei salti, quelle capriole e quei combattimenti si ha solo l’illusione, come di un qualcosa di appena intravisto che, probabilmente, voleva significare ciò che ci è sembrato.

In John Wick invece il movimento sceglie di essere tale. Nessuna illusione, nessuna ripartenza causata da game over, nessuna pretesa che non sia offrire intrattenimento di qualità, magari senza arte, ma fatto da chi sembra divertirsi un mondo con il proprio mestiere. La settima arte ringrazia, e lo spettatore pure.

Roberto Grussu

Website:

One Comment

    Pingback: Cinema e videogioco - Quando un medium infetta l'altro - Deeplay.it

Post a Comment