Kingdom Hearts: Luce e Oscurità del suo universo

Sono poche le saghe videoludiche composte da capitoli intimamente connessi l’uno all’altro, in cui ogni avventura sa regalare un’esperienza unica, ma che al contempo arricchisce quelle precedenti, perché nulla sarebbe senza di esse.
È facile capire come, per diverse ragioni, una scelta di questo tipo vada poco di moda quando ciò che deve essere realizzato è un prodotto destinato alla massa, che deve risultare appetibile a più persone possibili. È per questo motivo che le maggiori serie di successo di oggi hanno ignorato completamente questo buon proposito (e il senso profondo del termine stesso, cioè intrecciare delle storie) in favore di una formula che viene riproposta stancamente a ogni nuova iterazione in modo che chiunque possa avvicinarsi alla saga in questione senza compromessi e in maniera immediata, giungendo subito al cuore e allo spirito dell’avventura. Basti pensare a saghe come Call of Duty, Battlefield, Uncharted, Assassin’s Creed e via dicendo: sono tutte esperienze che tra un capitolo e l’altro ricreano da zero una nuova storia (spesso con nuovi protagonisti addirittura) e che si fanno giocare nello stesso modo, o quasi. E i dati di vendita gli danno ragione.

Per fortuna, però, esistono anche saghe che hanno dietro delle menti con una visione a lungo termine dedicano anni e anni a dare forma alla propria idea: persone come Hideo Kojima con l’intramontabile saga di Metal Gear.
Oggi però parleremo di Tetsuya Nomura e del suo universo fantasy che prende il nome di Kingdom Hearts.

L’idea di partenza è molto semplice: la vita tranquilla di un ragazzino di nome Sora viene sconvolta da una serie di avvenimenti che lo porteranno a scoprire di essere il prescelto a cui è stata affidata la missione di andare in giro per numerosi mondi a sconfiggere l’oscurità che minaccia gli equilibri dell’universo.
Già, niente di più banale. Per rendere la situazione ancora più sospetta, basta dire che i mondi che verrano esplorati appartengono all’universo Disney, e che quindi faremo conoscenza delle storie di Aladdin, Hercules, Jack Skeletron, Cenerentola e tanti altri… Il tutto, accompagnati da Pippo e Paperino! Come se non bastasse, ci saranno anche molti personaggi della saga di Final Fantasy a fare qualche comparsa: insomma, tutto fa a pensare a un gioco che punta tutto sul fan service, ma non è affatto così.

Il fulcro di questa saga, infatti, è il dipanarsi di numerosi misteri che aleggiano intorno alle forze nemiche e ai protagonisti (non vestiremo sempre e solo i panni di Sora), che impareremo a conoscere nel tempo e che andranno a costituire i pezzi di un puzzle molto complesso, ma costruito in modo preciso, coerente e gerarchico. Kingdom Hearts ha una propria mitologia e un proprio linguaggio che fungono da base per comprendere tutti gli sviluppi della trama e i numerossimi colpi di scena presenti: la saga (nata ben 14 anni fa) osa a ogni nuovo capitolo, andando avanti e indietro lungo la linea temporale, rispondendo quindi a numerose domande e chiarendo molti punti precedentemente oscuri, creandone al tempo stesso di nuovi, stimolando di conseguenza sempre di più la curiosità del giocatore, e approfondendo ogni aspetto di un universo narrativo che acquista sempre più spessore.

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L’intricata timeline della serie.

Ogni avvenimento ha un suo perché (una genesi, uno sviluppo e una conclusione), e ogni personaggio ha un forte legame con gli eventi narrati e un ruolo ben definito all’interno dell’universo narrativo. Questa caratteristica è risaltata anche dal fatto che in ogni gioco è possibile trovare più indizi (che siano brevi immagini durante le cut-scene il cui significato lascia perplessi, collezionabili, oppure boss opzionali) che anticipano in modo sibillino elementi che torneranno di prepotenza nei capitoli successivi. L’apice viene raggiunto con intere sequenze di intermezzo segrete che anticipano (e in un certo senso pubblicizzano) il prossimo gioco della serie, mostrando quanto sia già elaborata la trama globale: se in un primo momento infatti fanno pensare che si stiano rimescolando tutte le carte in tavola, lasciano poi spazio allo stupore quando si ricollegano tutti i punti e tutto diventa chiaro.

Kingdom Hearts, però, non solo riserva qualità ai suoi fan dal punto di vista narrativo, ma presta grande attenzione anche alla sua componente più strettamente ludica. Il gioco è un GdR d’azione, in cui è possibile muoversi più o meno liberamente in tutti i mondi che vengono sbloccati gradualmente: in ognuno di essi vivremo in breve una variante riassuntiva della storia del film di riferimento (ricordiamo che saremo nei mondi Disney, ma non solo), potremo interagire con diversi personaggi, gestire l’inventario e le risorse presso negozi appositi e, soprattutto, affrontare quantità industriali di nemici affamati di cuori umani.
Per quanto riguarda il sistema di combattimento e lo sviluppo delle diverse abilità (combo fisiche, magie, trasformazioni di vario tipo), non è possibile fornire una spiegazione unica: avendo a che fare con giochi molto longevi (circa 40 ore l’uno a difficoltà media, escludendo tutte le attività opzionali), riutilizzare la stessa formula allo sfinimento (ad oggi la serie conta otto capitoli, escludendo remake e riedizioni speciali) avrebbe portato per forza di cose ad allontanare dal brand gli utenti meno interessati alla componente narrativa. Ad ogni capitolo quindi, ci troveremo a dover imparare tutta una nuova serie di meccaniche e gestione delle abilità, che avranno ripercussione anche sul modo stesso in cui affronteremo i combattimenti, che sono il cuore del gameplay.
La scelta di introdurre nuove opzioni e stravolgerne altre di volta in volta, da un lato, può essere una seccatura per i più pigri, che vogliono soltanto pestare qualche bottone per proseguire, ma dall’altro, dona nuova linfa al gioco, proponendo nuovi approcci e nuovi tipi di sfida al giocatore, solleticando le sue capacità strategiche.
La libertà degli approcci si riscontra anche all’interno dei singoli capitoli, in cui si è liberi di scegliere le abilità da potenziare a discapito di altre: per fare degli esempi, in Kingdom Hearts 2, oltre ai power up che influenzano statistiche e movesets, si ha la possibilità di far evolvere le capacità di sei tipi di Fusione (trasformazioni temporanee che ci fanno unire con i membri del gruppo) e di quattro tipi di Invocazione (personaggi che accorrono in aiuto con attacchi speciali unici) attraverso un sistema di livellamento simile a quello presente nella serie The Elder Scrolls: più un’abilità viene usata, più questa acquista punti esperienza necessari ad evolversi.

In Chains of Memories, invece, tutto ruota attorno all’utilizzo di mazzi di carte collezionabili, la cui preparazione è la caratteristica più fondamentale, ma anche la più utile e divertente, perchè ci permette di adottare lo stile di combattimento che preferiamo con un sistema così profondo che è apprezzabile soltanto dopo ore di prove in prima persona.
Altri due grandi pregi di questa saga sono la possibilità di completare i giochi senza accumulare punti esperienza (per i veri amanti delle sfide estreme), e il fatto che ogni capitolo giustifica narrativamente l’assenza delle abilità acquisite nei precedenti capitoli (qualcuno ha detto «The Witcher»?).

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In Chain of Memories, la gestione dei propri mazzi di carte è fondamentale al fine di creare spettacolari combo uniche, magie più potenti, ma anche alla sola sopravvivenza nelle battaglie.

Dopo aver speso tutte queste belle parole sui motivi per avvicinarsi a questa serie, è giunto il momento di affrontare anche i suoi punti più deboli, perché di difetti ce ne sono diversi, e anche molto gravi.

Il problema più grande è proprio mettersi in condizione di poter giocare ogni capitolo della serie (tutti fondamentali ai fini della comprensione della trama): gli otto titoli (e i relativi remake) sono stati pubblicati sempre e solo come esclusiva di una singola console, distribuendosi tra PlayStation 2, PSP, Game Boy Advance, Nintendo DS e 3DS. Potrete immaginare da soli le ire degli acquirenti che questa scelta può aver attirato: una serie in cui ogni capitolo è necessario per proseguire obbliga all’acquisto di una nuova console, che magari non interessa minimamente, e di fatto impedisce a chi già ne possiede una, o solo alcune, di poter giocare un titolo incomprensibile in sé e per sé (in Kingdom Hearts, infatti, non ci sono spiegoni riassuntivi nell’introduzione). Per chi volesse avvicinarsi alla saga, comunque, oggi il problema è ridimensionato, perché sono state realizzate due raccolte con i capitoli più importanti rimasterizzati in alta definizione su PlayStation 3. Problema ridimensionato, ma non risolto, in quanto ci troviamo comunque di fronte a un esclusiva, che per di più è incompleta e verrà integrata il prossimo dicembre con un ulteriore raccolta esclusiva per PlayStation 4 (e badate che non esistono versioni digitali di questi giochi, quindi diventano anche rari da trovare, per cui costosi).

I difetti più propri dei giochi che delle scelte di marketing relative alla serie riguardano la qualità del contenuto giocabile. Prima di tutto, è innegabile che le storie relative a ogni mondo Disney siano trattate in modo estremamente superficiale e pretestuoso, e che il loro collegamento con la trama globale sia minimo e volto unicamente ad avere uno scenario in cui ambientare i combattimenti necessari all’eroe di turno per portare avanti la sua missione di salvatore dell’universo.

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I supercattivi dell’universo Disney sono minacce effimere che non restituiscono la loro effettiva potenza a causa di una sceneggiatura che dà poca importanza alle sottostorie dei singoli mondi, sminuendole a tappe di passaggio.

L’interazione con gli scenari stessi, inoltre, si rivela povera, essendo limitata a sezioni di platforming abbastanza macchinose, soprattutto nelle prime fasi di gioco, in cui mancano i power up di movimento. Questo problema sembra essere stato risolto nell’ultimo capitolo uscito, Dream Drop Distance, in cui Sora possiede abilità simili a quelle viste in Prince of Persia (si può interagire con pareti e colonne per effettuare attacchi rotanti e in salto) e in Prototype (scalare pareti, per poi effettuare salti e planate), collegandole tra esse creando uno spettacolo acrobatico meno automatico rispetto al passato e più controllato dal giocatore.
La presenza di alcuni minigiochi (completamente fuori contesto e ingiustificabili in termini narrativi) smorza poi il ritmo di gioco, essendo questi obbligatori per poter avanzare.
Infine, la narrazione degli avvenimenti è relegata interamente a sequenze cinematiche e a dialoghi testuali, in cui spesso spiegoni e pomposità del linguaggio non vengono tenuti sotto controllo (questa scelta forse è dovuta al target di riferimento della saga, cioè un pubblico abbastanza giovane).

Se non avete mai giocato nessun titolo di questa saga e possedete una PS3, dovete assolutamente dargli una possibilità e lasciarvi catturare dal fascino di quest’universo e, soprattutto, unirvi all’esercito di coloro che aspettano il fantomatico Kingdom Hearts 3.

One Comment

  1. andreverts 19 agosto 2016 16:01

    Proprio un bell’articolo che centra appieno i pro/contro di questa saga in maniere breve e circoncisa. Da appassionato di Kingdom Hearts, non posso che essere d’accordo con quanto scritto; spezzo una lancia a favore delle collection: davvero necessarie e ottime, peccato solo che i giochi per DS vengano trattati superficialmente dato che, a mio parere, ogni capitolo andrebbe giocato sulla console d’appartenenza per apprezzarlo pienamente. Negli anni, mi sono sempre impegnato in una maniera o nell’altra per star dietro all’evolvere della storia, malgrado ultimamente abbia mollato un po’ la presa (non ho ancora giocato re:Coded, Dream Drop Distance e X) – superare le barriere “di console” e regionali è sempre stata una bella sfida.
    Grazie al ritorno della saga su Ps3 ho deciso di rigiocarci e, anche se alcuni li avevo già finiti svariate volte, giocati e rigiocati, non ha mai smesso di emozionarmi e ancora oggi sto andando avanti la mia avventura, con l’intenzione di proseguire recuperando anche quelli che non ho ancora completato.

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