La compulsività dell’acquisto digitale

Come ogni anno, è giunto il momento: galvanizzati dagli annunci dell’E3, i giocatori aggiornano la loro lista di giochi da comprare.
Che questo, per gli appassionati di videogiochi, sia il momento massimo di esaltazione collettiva è ben chiaro a chi i giochi li deve vendere, è così che nel mercato globale i rivenditori digitali iniziano a invadere i vari shop della rete con saldi capaci di indurre in tentazione anche il più oculato degli acquirenti.

Tra tutti i videogiocatori, mi sono sempre ritenuto abbastanza pragmatico: riesco a ponderare abbastanza bene gli acquisti, e ho sempre pensato di essere in grado di scegliere quali titoli tagliare, rimandare o avere prima di subito. Ultimamente però, mi sono reso conto che tutta la pragmaticità e oculatezza di cui mi vanto in realtà sono solo convinzioni effimere, che vengono facilmente fatte crollare dalla presenza, nelle mie librerie digitali, di una sfilza di giochi già acquistati che non solo non ho mai giocato, ma che in alcuni casi non ho neanche installato. Titoli tripla A che fino a poco tempo prima si trovavano a prezzo pieno, ora vengono messi in saldo a prezzi irrisori, e il giocatore non può lasciarseli scappare.
Non ci sarebbe assolutamente nulla di male, se non fosse che in questo momento si sta giocando ad altro, e in coda ci sono una miriade di giochi già comprati. Ma non c’è niente da fare, con i saldi non si ragiona. In pochi istanti ci si ritrova a inserire il codice segreto della prepagata e un altro titolo è appena salito sulla lunga carovana del backlog.

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50%, 66%, 90%. come si può resistere?

Inutile prenderci in giro, questo non è un atteggiamento atipico e inusuale, ma al è contrario  diffusissimo, e lo si riscontra fondamentalmente tra i giocatori che prediligono il PC come piattaforma di gioco. Ho visto più volte sui social network post di persone che si vantavano di aver raggiunto oltre mille giochi in libreria, ma chiunque abbia la possibilità di controllare le loro collezioni si renderà conto che spesso i tre quarti dei titoli non sono stati mai neanche avviati.

Durante ogni periodo di sconti e saldi, rivedo nell’acquirente di videogiochi in copia digitale il tipico stereotipo femminile sdoganato dalle pubblicità, che impazzisce all’arrivo del corriere di Zalando nonostante abbia già la casa piena di scarpe: ad oggi, la maggiora parte dell’utenza che predilige le copie in formato digitale è, come me del resto, affetta da una compulsività nell’acquisto mai vista prima nel mercato videoludico. Viene da chiedersi se questo sia un bene o un male.

Rispondere di getto, in un senso o nell’altro, potrebbe essere un po’ troppo frettoloso, per cui iniziamo intanto a chiederci se gli shop online (e mi riferisco a quelli totalmente legali) non siano solo un diavolo tentatore da biasimare.

Il venditore fa il suo lavoro: proporre offerte nel momento in cui la clientela è più predisposta all’acquisto è chiaramente il suo compito, e se in così tanti comprano un prodotto di cui al momento non hanno assolutamente bisogno, vuol dire che lo sta svolgendo egregiamente. Per come la vedo io, per il mercato del videogioco, questo fenomeno è una manna dal cielo: mai come oggi le software house riescono a incassare così tanto da titoli usciti da molto tempo. Si potrebbe stilare una lista lunghissima di esempi a supporto della mia tesi, come ad esempio le reazioni all’annuncio di Fallout 4 durante la scorsa E3.

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“Non le capisco, le donne: centinaia di euro per un paio di scarpe che metti una sola volta”.

Il gioco viene annunciato nel giugno 2015, e ovviamente Bethesda basa tutta la conferenza sul nuovo capitolo della saga di Fallout, che monopolizza per metà anche la conferenza Microsoft. La psicosi per Fallout 4 in quei giorni si poteva quasi toccare. Chiunque avesse uno smartphone a disposizione ha scaricato Fallout Shelter, e alcuni giocatori totalmente disinteressati alla saga fino a quel momento, hanno preordinato le edizioni da collezione. In questo contesto di frenesia, su Steam i vecchi capitoli della saga di proprietà Bethesda, Fallout 3 (2008) e Fallout New Vegas (2010), sono stati venduti dal buon vecchio Gabe a prezzi irrisori. Particolare da sottolineare è che Fallout 3 è stato venduto dalla celebre piattaforma avvisando l’utente che il gioco fosse ottimizzato per Windows 7 e avrebbe potuto dare problemi con i nuovi sistemi operativi (e per esperienza personale posso assicurare che li ha dati). La cosa non ha preoccupato minimamente l’utenza e i due giochi hanno scalato le classifiche di vendita piazzandosi ai primi posti per un paio di settimane. Pagherei per sapere quanta della gente che ha comprato quei due giochi ne abbia finito anche solo uno. Dal canto mio, li ho comprati entrambi e ho giocato a malapena una ventina di ore il terzo capitolo, mentre non ho mai nemmeno avviato New Vegas.

Il caso Fallout è particolarmente emblematico, ma si possono riscontrare esempi analoghi in ogni periodo di saldi, e il fenomeno tocca tutti i tipi di gioco, dalle produzioni ad alto budget fino a quelle indipendenti. A ben vedere, forse sono proprio gli studi indipendenti che riescono a trarre maggior vantaggio da questo tipo di situazioni. Il gioco indipendente si fa conoscere per gran parte grazie al passaparola, e i periodi di saldi danno modo alla gente di dare una seconda chance a piccole produzioni degli anni passati delle quali hanno sentito parlar bene, ma che la massa difficilmente avrebbe acquistato a prezzo pieno. Per le piccole case di sviluppo, poter tenere così tanto tempo il proprio prodotto sul mercato e avere dopo anni ancora piccoli picchi di vendita è ormai vitale.
Personalmente, penso che indignarsi contro il sistema sia a dir poco ridicolo: il videogioco è pur sempre un prodotto che si piazza sul mercato, e non coglierne l’aspetto commerciale vuol dire avere una visione fortemente miope di ciò che esso è realmente.
Da non dimenticare è anche il fatto che queste ondate di sconti hanno contribuito a ridurre in maniera drastica la pirateria legata al videogioco. Sapere che un gioco che pochi anni prima costava parecchie decine di euro ora lo si può trovare a cifre irrisorie senza dover passare le giornate alla ricerca di escamotage illeciti per far funzionare il tutto, è sicuramente un grosso incentivo alla legalità.

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Nonostante mi venga presentato da molti come un piccolo gioiello, non ho ancora trovato il tempo di giocare New Vegas.

Dalla piega che il discorso sta lentamente prendendo, potrebbe sembrare che, dal puntare il dito sul mercato digitale, io sia arrivato a esaltarne tutti i grandi shop online, proclamandoli salvatori della patria. Non è assolutamente mia intenzione, ma è giusto prendere atto che il mercato sia cambiato e che, nella nuova forma che ha assunto, presenta tanti aspetti, sia positivi che negativi. È quindi l’utenza che deve imparare ad adattarsi a queste nuove dinamiche.

Torniamo così alla domanda che ci ponevamo in precedenza. Mi pare evidente che, se bisogna biasimare uno degli attori di questa contesta, questo è proprio l’acquirente compulsivo, che si fa prendere all’amo da questa miriade di offerte, comprando così tanti titoli da non avere materialmente il tempo, e a volte nemmeno la voglia, di giocarli.
Per come l’ho percepito, questo cambiamento è arrivato così velocemente che non ce ne siamo neppure accorti. Sino a non troppi anni fa l’utente tipo comprava pochi titoli l’anno, e doveva sempre e comunque recarsi fisicamente in un negozio, acquistando il gioco a prezzo di lancio. Chi era più attento poteva giusto confidare nei cari e vecchi cestoni dell’usato o degli sconti, nella speranza di trovare quella piccola perla messa lì, forse per svista, forse perché poco conosciuta dal negoziante. In un battito di ciglia ci siamo ritrovati ad avere a disposizione cataloghi infiniti comprendenti tutta l’offerta videoludica pubblicata sino ad oggi, e nei periodi di svendita ci confrontiamo con prezzi che prima non avremmo neanche potuto immaginare. Siamo stati investiti da questo cambiamento e non siamo stati capaci di adattarci. È stato troppo e tutto insieme.

Il quadro dipinto da questa situazione risulta un po’ triste e sconfortante. L’utente è arrivato a considerare più il numero di giochi in proprio possesso che il valore del prodotto che ha acquistato, e di questo non dovremmo di certo essere felici. Se pensiamo poi che ad assumere questi atteggiamenti è l’appassionato e non l’utente casuale, allora forse la realtà che ne esce fuori inizia a essere addirittura preoccupante.
Stiamo vivendo un’età dell’oro del videogioco: l’offerta è varia come non è mai stata, l’accessibilità ai vari prodotti è massima, e il mercato nelle sue varie forme si rivolge a tutti incondizionatamente. In questo quadro generale il vero appassionato ha la possibilità di portare questo mezzo di comunicazione a un livello di considerazione maggiore da parte dell’utenza cosiddetta “casuale”, e addirittura da parte di chi non ne fruisce abitualmente. Se si vuole che il videogioco sia percepito come un medium maturo e di massima dignità, siamo in primis noi appassionati ad avere il dovere di trattarlo come tale, e non solo come un prodotto da accumulare per far vedere che la nostra collezione è più grande di quella degli altri.

Quando questo articolo vi raggiungerà, probabilmente i saldi saranno già iniziati, e forse anche finiti. Per quanto mi riguarda, cercherò di comprare un po’ più coscienziosamente e, come minimo, di giocare tutto quello che acquisterò.
In realtà, dovrei proprio evitare di accedere ai vari store in questo periodo, ma è inutile prendermi in giro: sono un acquirente compulsivo.

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