La filosofia Nintendo: giochi fruibili da chiunque

I videogiochi della Nintendo sono videogiochi per bambini. Ebbene sì, che questa incontrovertibile verità ricada sui videogiocatori tutti. Quell’aspetto così colorato e cartoonesco, quei mondi così fiabeschi e zuccherosi, con scenari che sembrano disegnati da un infante appena giunto in prima elementare, quelle stelline e fate ed elfi, e quei dialoghi così semplici, da libro illustrato che solo raramente si concede qualche figura retorica un attimo più impegnata; tutto, ma proprio tutto, rende i titoli della Nintendo videogiochi per bambini. Ebbene sì, e il problema qual è?

Non dovrei precisarlo, ma si sa, internet è una grande piazza affollata da gente che, anziché accogliere possibili clienti per vendergli i prodotti dei propri campi, urla a ogni passante intento a comminare e godere del tepore del sole per imporgli la propria opinione. Rigorosamente oggettiva, sia mai. E quindi, anche se non dovrebbe essere necessario precisarlo, dato che popoliamo una piazza in cui non solo sovente ci si fraintende per l’utilizzo sconclusionato della lingua che dovrebbe unire gli interlocutori, ma spesso e volentieri anche quando questa è utilizzata in maniera corretta, devo precisarlo: ho detto che i videogiochi della Nintendo sono videogiochi per bambini. Non ho detto che siano giochi infantili, né che siano solo per bambini.

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I colori pastello sono un tratto distintivo dell’ultimo capitolo della saga di Zelda.

Innanzitutto, il fatto che un videogioco sia per bambini non è un difetto, precisiamo anche questo. Anzi, in un mercato sempre più saturo di titoli dalla narrazione matura, nonché degli immancabili titoli “dai contenuti maturi” (due concetti estremamente diversi), il fatto che tutt’ora esistano prodotti fruibili anche dai bambini non può che essere un bene. Senza intraprendere digressioni psicologiche di sorta, viene facile pensare che ogni fase della crescita abbia storie e giochi creati per quel dato range di età. È così per il cinema, che non a caso ha delle ristrettezze piuttosto ferree in materia, è così per i cartoni animati, ed è così anche per i videogiochi.

Il problema, semmai, potrebbe essere nei soggetti “adulti” che si approcciano al medium.
Un po’ per le innumerevoli polemiche scatenate dalla stampa generalista, un po’ per via di una mai diagnosticata forma di complesso di inferiorità, molti videogiocatori (“adulti”, meglio ribadirlo) tendono a difendere la propria categoria concentrando tutte le loro energie in favore di una battaglia che ha, come fine ultimo, la nobilitazione del videogioco. Perché finché il videogioco non verrà riconosciuto all’unanimità come “opera d’arte”, alcuni continueranno a ritenerlo un passatempo risibile e altri a vergognarsi di fruirne.

In realtà questa battaglia si è conclusa da anni, e gli investimenti e i fatturati del settore sono lì a dimostrarlo. Allo stesso modo, si è conclusa da tempo la battaglia che vedeva i giochi adulti contrapporsi ai giochi per bambini e il risultato, qualitativamente, è stato sancito da un auspicabile pareggio.

Titoli come Captain Toad: Treasure Tracker puntano su un’offerta ludica a base di semplici rompicapi intuitivi dalla difficoltà progressiva.

Fatta eccezione per alcuni capitoli della saga di Metroid e di Zelda, lo stile visivo dei titoli Nintendo si è sempre contraddistinto quindi per i mondi colorati, i toni accesi e i personaggi iconici. Per quanto concerne invece il gameplay e, più in generale, la progettazione intera dei giochi, la casa di Kyoto adotta da tempo una filosofia multilaterale.

Quasi tutti i titoli della grande N sono infatti soggetti a differenti tipologie di approccio: si possono giocare per arrivare alla fine; si possono giocare cercando di completarli al 100% e potendo così apprezzare la finezza del game design, la totale assenza di bug, scoprendo gli innumerevoli segreti e aumentando la longevità a dismisura; e si possono semplicemente giocare, senza fine ultimo se non lo svago del momento stesso in cui si sta giocando, senza l’ansia di dover arrivare da nessuna parte, proprio come da bambini ci si potrebbe approcciare a un giocattolo. È una caratteristica, questa, che tradisce le origini dell’azienda e i suoi trascorsi in un settore diverso da quello dell’intrattenimento digitale, e che le permette di portare sul mercato dei prodotti che tutti, bambini o genitori o nonni, sono in grado di apprezzare.

A voler poi valutare le caratteristiche ludiche in base al potenziale didattico proposto, si aprirebbe un mondo. È chiaro che un bambino difficilmente riuscirebbe a portare a compimento una a caso delle avventure di Link senza alcun aiuto, ma è altrettanto vero che per via della progettazione degli enigmi ambientali e della progressione impeccabile della difficoltà, non è impossibile che, aiutato una prima volta, possa cominciare a prendere la mano con i meccanismi e le “regole” del gioco e portarlo avanti per conto proprio. Discorso applicabile anche a un qualsiasi Super Mario dal terzo capitolo per NES in poi, in cui tanto le regole quanto le meccaniche talvolta trial & error possono essere scalate con l’impegno che un bambino sarebbe capace di riversare in qualsiasi tipo di gioco, elettronico o no.

Yoshi’s Woolly World permette al giocatore di approcciare la sfida secondo i propri gusti.

Nonostante le innumerevoli qualità e le piccole innovazioni inserite gradualmente in una formula ben rodata, perché ancora molti videogiocatori tentano di screditare i titoli della Nintendo definendoli “per bambini” e perché, in generale, ripudiare i giochi per bambini?

Ognuno ha diverse ragioni per cui coltivare la propria passione nei confronti di questo mezzo di comunicazione, ma non capita a qualsiasi adulto di voler riprovare quel divertimento puro, spensierato, di quando si era bambini e che sempre meno cose, nel corso della giornata, riescono a scatenare?
E infine, davvero vogliamo che l’industria che tanti bei momenti ci ha regalato nel corso dell’infanzia riduca la creazione di giochi fruibili fin da questa fino a farli scomparire?

Roberto Grussu

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