La La Land – Dedicato ai folli e ai sognatori

Esattamente come recita la locandina, anche questo scritto sarà dedicato ai folli e ai sognatori. A quelli che attraverso il film hanno sentito muovere qualcosa dentro, e sono usciti dalla sala con un sorriso agrodolce. Dato che ormai dall’uscita nelle sale sono passati un po’ di giorni, e tanto si è scritto, detto, letto e sentito dire, premetto che qui non troverete né un inno al capolavoro, né una denigrazione che il successo, sovente, reca con sé. Piuttosto, questa vuole essere un’analisi, nero su bianco, di tutte le sensazioni e riflessioni che la visione è stata capace di suscitare in me. Buona lettura.

La La Land si apre in modo curioso. Il chirurgico piano sequenza iniziale si impone subito come il più multiculturale della storia del cinema, tanto che verrebbe da pensare, se non fosse stato girato prima, quanto volesse assumere la valenza di possente schiaffo in faccia al Muslim Ban attuato in questi giorni dal Paese più bello e democratico del mondo. Si canta e si balla subito, tanto da disorientare perfino chi sapeva di andare a vedere un musical, e subito entrano in scena, senza alcun trionfo ma con tante pezze qua e là a coprire le innumerevoli delusioni, i due protagonisti. Aspirante attrice che si mantiene lavorando come cameriera nei bar degli studi cinematografici lei, musicista di talento incapace di disfare gli scatoloni dopo un affare saltato lui. Due sognatori. È inverno, è Natale, lei viene trascinata controvoglia dalle amiche ad una festa, c’è la possibilità di incontrare un sacco di stelle del cinema! Lui controvoglia elemosina indietro il lavoro da cui era stato cacciato per aver suonato free-jazz al posto dei canonici jingle richiesti dalla direzione. Lei si annoia, decide di andarsene, si dirige verso la propria auto per scoprire di averla parcheggiata in una zona a rischio rimozione, e si incammina quindi lungo la strada che porta a casa. Lui non ce la fa: le esigue mance che qualche cliente, fra una portata e l’altra, gli lascia sul pianoforte, lo gettano nello sconforto, e trascinato da un irresistibile impulso si lancia in un frenetico assolo. Ma gli avventori siedono ai tavoli in cerca di cibo e buon vino, non di passione, e il lavoro è perduto per sempre; solo lei, passando casualmente di lì, si infila nel locale e rimane incantata da quelle note così sentite, così sofferte, al punto tale che decide di parlare con lui, riconoscendo nella sua persona lo stesso automobilista cui aveva rivolto il dito medio giusto qualche ora prima. Lui però tira dritto; l’incontro è rimandato.

I protagonisti di La La Land sono due sognatori.

La meticolosa scelta dei colori è riscontrabile in ogni singolo fotogramma.

Quando si incontrano nuovamente, lui suona le tastiere per una cover-band durante una festa in piscina. Lei non resiste, chiede un brano degli A Flock of Seagulls, prendendosi la rivincita e fornendo ad entrambi l’occasione per parlare, per la prima volta, dopo tanto tempo. Punzecchiandosi, si trovano subito a proprio agio, agio che si trasforma in qualcosa quando irrompe la prima coreografia con protagonisti i due. Ed è subito esaltazione, perché tanto la messa in scena quanto le interpretazioni di Ryan Gosling e di Emma Stone dichiarano senza incertezza quanto sentito sia il ruolo che stanno interpretando, a tal punto che, a tratti, si ha proprio la sensazione che non stiano interpretando un ruolo. Entrambi cantano e muovono i propri corpi con una fluidità e una resa su schermo che pare frutto di un’animazione, anziché di un costante e ripetuto esercizio; Gosling poi palesa di aver assimilato una padronanza del pianoforte non indifferente, surclassando la pur ottima ma limitata capacità espressiva dimostrata con la sua band, i Dead Man’s Bones. I momenti in cui suona restituiscono una carica emotiva notevole, si annullano completamente i filtri derivanti dal mezzo cinematografico e pare di stare là davanti, in uno dei tavolini che danno sul piccolo palco, mentre lui ora sfiora i tasti con delicatezza e ora li pesta con frustrazione, mentre la magia del jazz prende vita, ogni volta diversa.

Ma cos’è il jazz? Impossibile fornire una risposta secca. Il jazz nel corso dei decenni ha cessato di essere un genere musicale per trasformarsi in una vera e propria corrente di pensiero, in una modalità per veicolare le proprie esigenze comunicative ed espressive. Come accadde tanti anni dopo con il punk, suo corrispettivo romantico ma sostanziale antitesi formale.

John Coltrane è stato uno dei più innovativi sassofonisti di tutti i tempi.

John Coltrane fa capolino in diverse fotografie dei vari jazz club in cui si ambientano le vicende.

Il jazz è musica nata per sostituire le parole, per farsi linguaggio universale laddove le lingue e le etnie erano tante e tanto diverse, e comprendersi era impossibile, ed è una musica che non sarebbe potuta nascere in altro luogo che non fosse l’America. È un linguaggio che ha pesantemente influenzato numerosi artisti, da scrittori come Jack Kerouac e Murakami Haruki – nervoso ed enfatico il primo, secco e limpido il secondo – a registi come Woody Allen che, da ottimo clarinettista qual è (un tour europeo del suo complesso è raccontato nel documentario Wild Man’s Blues della regista Barbara Kopple), sempre per i suoi film si è affidato ad una colonna sonora jazz (esclusa la parentesi classica di Matchpoint).

L’ampolloso rintocco del contrabbasso, il soffuso squillo della tromba, il caldo lamento del sassofono, la danza dei polpastrelli sui tasti del pianoforte e il costante, preciso incedere della batteria, così come una canzone che parla d’amore o di povertà; un’orchestra che rispetti perfettamente i tempi, un complesso che esegua uno standard o un trio in cui i musicisti, a turno, si ritaglino lo spazio per il proprio assolo, dove anche la batteria e il contrabbasso non si limitino a dare il ritmo agli strumenti solisti rispettando lo swing; questo può essere jazz, senza voler tirare in ballo le infinite sfumature scaturite dalle sperimentazioni elettroniche di Miles Davis dall’album In a silent way in avanti, o da Herbie Hancock e da tutta la deriva fusion nata negli anni ’70, pesantemente criticata, all’epoca, dagli estimatori tradizionali del genere. Estimatori che trascuravano le origini stesse della musica che amavano, il perché era nata e il perché continuava ad esistere: per comunicare. Il jazz non è mai stato capace di ristagnare, di vivere di nostalgia; in contrapposizione alle grandi orchestre degli anni ruggenti di Scott Fitzgerald e Hemingway è nato il bebop di Charle Parker e Dizzy Gillespie, poi seguito dal cool jazz del fondamentale album di Davis Birth of the Cool, per arrivare al jazz modale del Kind of Blue sempre di Davis e del Somethin’ Else di Julian “Cannonball” Adderley, fino alle allucinatorie derive psichedeliche di John Coltrane con i suoi Meditations e Ascension. Non è un caso se anche i vari standard tornano ogni volta in vita sotto una diversa luce a seconda di chi ne sia l’interprete, se Diana Krall o Hiromi Uehara o centinaia d’altri.

Non è un caso nemmeno se lo stesso Damien Chazelle, con la sua opera precedente, Whiplash, abbia scelto di raccontare il dolore, la rabbia e la rivalsa sempre attraverso il jazz.

John Legend rappresenta il compromesso fra i sognatori e la quotidianità.

John Legend, qui anche nelle vesti di produttore esecutivo, interpreta uno dei personaggi chiave della vicenda.

Nascendo da un’esigenza comunicativa ed espressiva, il jazz è anche autenticità. Nessun musicista lavorerebbe così tanto sull’assimilazione delle capacità del proprio strumento, sul divenire tutt’uno con esso, se non fosse spinto da un impulso irrefrenabile. Ecco però che, di nuovo non a caso, ad avere un ruolo fondamentale all’interno della pellicola è John Legend. Musicista dotato di grande talento, ma anche uomo d’affari intenzionato a vendere i propri dischi, nel film interpreta esattamente il suo corrispettivo reale, un vecchio amico di lui che gli propone un ottimo ingaggio per suonare una musica che non gli piace. Fra il rimanere fedeli a se stessi e l’esigenza di mettere dei soldi da parte per realizzare il proprio sogno, che fare?

La chiacchierata fra Gosling e Legend a proposito di Thelonious Monk fornisce una brillante soluzione al problema. Monk era un rivoluzionario, uno che sperimentava con lo strumento, inventando combinazioni di accordi che agli altri apparivano confusionarie e senza senso, ma che lui definiva perfettamente logiche; era anche però un rivoluzionario del proprio tempo, non di questa confusa, frenetica e tormentata epoca contemporanea. Il passato non è replicabile, una rivoluzione culturale cessa di esistere nel momento in cui avviene, rievocarla con nostalgia come se fosse ancora la soluzione adatta non può portare a nulla di buono. Sessant’anni fa, il jazz non era un’industria – non nelle intenzioni di chi suonava, perlomeno. Faceva parte del mercato discografico, certo, ma le registrazioni, per i musicisti, erano una sessione come un’altra, tanto che casi di lavorazione travagliata come accadde per Porgy & Bess sono l’eccezione che conferma la regola. Le vendite erano basse, e il fulcro di tutto erano le esibizioni dal vivo, ogni sera, fino al sorgere del sole, in quartieri storici come il Greenwich Village. Era arte pura, diversa ogni volta, spesso imperfetta – di Davis si dice che nessun altro musicista sbagliò tante note durante la propria carriera –, ma autentica, totalmente sincera e ostinata. Era materia viva e pulsante, fiato buttato fuori dai polmoni e crampi agli avambracci e alle dita e grido dell’anima.

Oggi, musicisti come Paolo Fresu dimostrano quanto perseguire questa attitudine sia ancora possibile.

Priscilla Ahn ha già composto diverse colonne sonore per film in cui i protagonisti sono dei sognatori.

Alla colonna sonora contribuisce anche Prischilla Ahn, già responsabile del tema principale del Quando c’era Marnie dello Studio Ghibli.

La perfezione formale di La La Land non è unicamente tecnica ed estetica. Se la bellezza delle coreografie (musicate dallo stesso Justin Hurwitz di Whiplash) e la minuziosità nell’utilizzo dei colori possano apparire ovvi a chiunque, la direzione degli attori e il totale abbandono di cui si mostrano capaci tanto Gosling quanto la Stone potrebbero invece celarsi dietro l’insormontabile barriera costituita dalla propria sensibilità. La sensazione, da un certo punto in poi, è come di un annullamento corporeo: ci si dimentica di essere al cinema, di stare vedendo un film. Si percepisce tutto, distintamente, come se lo si stesse vivendo in propria persona, sentendo sulla propria pelle. È forse in questo che risiede la forza della poetica di Chazelle: il suo essere così diretta, universale. Ad adibire questa forza all’esigenza narrativa ci pensano gli insistenti primissimi piani sui volti dei due attori, che annullano lo spazio fra schermo e spettatore – con buona pace della realtà virtuale –, imponendo a quest’ultimo gli sguardi carichi di speranza, fiducia, dubbi e sofferenza dei personaggi, capaci di scrutare nell’animo e porre mille domande e mille risoluzioni al contempo.

Le lamentele nei confronti dei piani sequenza e dei virtuosismi registici le ho viste provenire dagli stessi partiti pronti alla standing-ovation di fronte all’uomo-uccello e al redivido di Inarritu, dove tali soluzioni erano sì fini a se stesse, niente affatto a servizio della logica narrativa, così come la necessità di far ingerire al proprio attore protagonista – noto ambientalista e vegetariano – del fegato crudo (o qualunque cosa fosse), quasi fosse questa prerogativa a rendere realistica e sofferta l’interpretazione, che pure sarebbe stata fenomenale a prescindere. E se mai qualcuno dovesse scoprire un modo per viaggiare indietro nel tempo e trovarsi così, per caso, sul set de L’infernale Quinlan, per carità, agisca alla svelta: impedisca a Orson Welles di esagerare, di cominciare così bene il suo film! Altrimenti, un domani, verrà accusato di fare le cose senza anima.

Piani sequenza e long-take costruiti meticolosamente per le coreografie e le scene affollate, primissimi piani e montaggio invisibile per l’intimità dei dialoghi e delle scene casalinghe; l’utilizzo della grammatica filmica e la completa padronanza del linguaggio mostrati da Chazelle si impongono con tutta la sensibilità e la cura di cui possono essere capaci i sognatori, soprattutto se al contempo sono autori che rifiutano modifiche e compromessi imposti dalla produzione pur di realizzare il proprio film. Non deve per forza piacere a tutti, questo La La Land, ma una volta tanto, se un genere così poco apprezzato fuori dai propri confini riesca in un’impresa simile a quella di cui era stato capace The Artist nel 2011, qualcosa vorrà pur dire. E ancora, si badi alle sottigliezze simili alla dichiarazione sulle origini degli Stati Uniti mostrate all’inizio e presenti in tutto il film, prima di lamentarsi circa le troppe candidature all’Academy e affermare di non capire perché o cosa si voglia premiare dell’opera, al di là degli ovvi meriti.

Ai folli e ai sognatori, per una volta, non vuole essere un slogan buttato là per pescare chiunque si faccia sorprendere in mezzo alla rete. I sognatori chiamati in causa non sono quelli delle notti bianche di Dostoevskij, ma il loro opposto, quelli che il sogno vogliono viverlo e, per viverlo, accettano una coltellata dopo l’altra, fino al punto in cui tutto comincia a fare troppo male e si crolla, con la ferma intenzione di non rialzarsi più… a meno che non arrivi qualcuno ad intimarci di uscire dal nostro guscio suonando ininterrottamente il clacson della propria auto.

Roberto Grussu

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