Le mie 3 Madeleine

Arrivi a un certo punto della tua vita in cui ti metti a fare una lista.
A volte è «La lista dei 100 fumetti più importanti che devi leggere prima di morire altrimenti sei un buono a nulla» (da leggersi tutto d’un fiato, ovviamente), e ci fai un bel libro. Altre volte sono liste più semplici, tipo quella della spesa prima di accompagnare la morosa al supermercato, oppure la lista di quelli che ancora ti sopportano e che quindi puoi invitare alla tua ennesima festa di compleanno con i bicchieri dal nome scritto a pennarello e il panino con la fetta di salame e lo stuzzicadenti infilzato.

Per me, la scorsa settimana, non è andata propriamente così. O almeno, mi trovavo nel bel mezzo della seconda situazione (quella della lista della spesa) e, come illuminato modello Jake & Elwood mi sono detto: “Diavolo d’un Enrico, hai speso un sacco di soldini in videogiochi nel corso della tua vita, soldini che hai deciso scientemente di investire in questo modo, senza essere lungimirante e senza avere alcun interesse in quelle che un noto eroe della televisione italiana moderna definiva ‘solide realtà’. Perché dunque non fare una carrellata nel tuo passato e dare in pasto al mondo quelli che sono i stati i videogiochi che, in un modo o nell’altro ti hanno lasciato qualcosa?”.

E così ho fatto. Ho preso la mia agendina e, con perizia amanuense, ho definito le mie madeleine, ovvero sia quei tre titoli che, senza alcun buco nero, sono capaci di creare una finestra nel mio passato di videogiocatore, finestra da cui guardo con le mani dietro la schiena, gli occhi socchiusi, e una certa malinconia che mi scalda un punto indefinito tra lo stomaco e il cuore.

Playstation — RAYMAN

 

Questo è stato il più facile. Semplicemente perché è stato il primo gioco che io abbia mai posseduto. Non era di mio padre (SNES con conseguenti Super Mario) né di qualche cugino (SEGA Mega Drive). Era tutto mio perché lo avevo scelto come regalo di compleanno alla tenera età di cinque anni. Ricordo ancora il negozio: si chiamava L’Era Virtuale, ed era frequentato principalmente da trentenni con in camera il poster di Lara Croft e i suoi seni spigolosi. La PSX come regalo era stata decisa il Natale precedente, ma la decisione sul gioco era ancora in ballo.
In tutta onestà: non appena entrai e lo vidi sullo scaffale, non ci fu alcun dubbio. Quell’omino, che spuntava da un buco nel muro che portava direttamente nell’universo, mi aveva comprato. Saranno stati i ciuffi biondi, il naso a patata o il corpo a melanzana.
Quando misi il disco nella console furono notti insonni, una dietro l’altra. Rayman lanciava i pugni, faceva l’elicottero con i capelli per raggiungere piattaforme altrimenti inaccessibili e salvava i buoni dai cattivi: era diventato il mio nuovo eroe.
E i mondi che potevi visitare. Mio Dio, a ripensarci mi scende una lacrimuccia. C’era la Foresta Incantata, niente più che un tutorial in cui imparavi a usare al meglio Rayman. Seguiva la Terra della Musica, in cui dovevi saltare su strumenti musicali, evitare note musicali appuntite e grindare su pentagrammi come nemmeno il miglior Tony Hawk, le Montagne Blu con nientepopodimeno che… delle Montagne Blu, e infine Immaginopoli, dove le piattaforme diventavano gomme da cancellare e le pericolosissime matite appuntite sostituivano le note musicali.
Ci sarebbero altri due livelli dopo di questo ma l’“infine” che ho usato in precedenza dovrebbe farvi capire che la Grotta di Skops e lo Chateau dei Dolci non li ho mai visti.
Cosa pretendete da un bambino di sei anni, d’altronde?

PlayStation 2 — Final Fantasy X

 

Ancora nel 2016, se per qualche assurdo motivo appare su YouTube il video di Suteki Da Ne mi scende una scossa lungo la spina dorsale e, come conseguenza, piango. Non solo per la storia, ma anche per quello che FFX ha significato per me.
Saranno state sì e no 250 ore abbondanti quelle che ho trascorso davanti al televisore: tra una partita di Blitzball (lo sport più in voga nel continente di Spira), 200 fulmini da evitare e una corsa da completare in 0.00 secondi (!), il tempo volava. E volava perché FFX era un jrpg enorme, caratterizzato da una trama che ti entrava dentro senza più abbandonarti, un sistema di crescita del personaggio (la Sferografia) soddisfacente e intuitivo, combattimenti senza ATB ma con un ordine d’azione che variava in base alle proprie scelte e, perché no, una grafica che ai tempi era qualcosa di oltre.
Ricordo ancora oggi il preciso momento in cui, assieme a un amico, ho visitato le rovine di Zanarkand e con Tidus, Auron e Yuna ho annichilito in pochi colpi Yunalesca. Oppure quella volte che ho sentito, in sottofondo, il meraviglioso inno di Spira, diverso per ogni tempio visitato. E ancora quella volta che, poco prima di sapere che erano crollate le Torri gemelle l’11 settembre 2001, avevo battuto, senza aver sviluppato la scenografia di alcun personaggio, con enorme fatica, la Scaglia Ghy durante l’operazione Mihen (Sì, ho dovuto ricominciare il gioco per usare proprio la Sferografia).
Per quanto facciano parte della stessa generazione anche giochi del calibro di Metal Gear Solid 2 (che ho finito una dozzina di volte), Prince of Persia: The Sands of Time e la saga di Ratchet & Clank, le avventure di Tidus e compagnia avranno sempre un pezzo di me.

Game Boy — Wario Land: Super Mario Land 3

 

Il mio Game Boy Pocket era in plastica trasparente e si riusciva a vedere l’interno della console. Con due pile mini-stilo potevi giocarci dieci ore e, per un bambino di cinque anni, erano il paradiso. Soprattutto perché potevi giocarci ovunque (purché non fosse notte, dato che non era retroilluminato) e, escludendo i videogiochi portatili che potevi comprare al supermercato con dentro Tetris e Arkanoid, questo dettaglio, almeno per me, era ciò che più si avvicinava al miracolo.
Il primo gioco che ho avuto era Super Mario Land 2, seguito dal suo predecessore e da Tetris. La magia però mi avvolse con il quarto gioco della lista: Wario Land.
Innanzitutto il protagonista non era Mario, ma la sua versione speculare malvagia con l’iniziale invertita: Wario appunto, un macho dai baffi a saetta, il naso raggrinzito e, come suggeriva la copertina, una salopette gialla.
Per quel nanerottolo tutto avidità e cattiveria fu amore vero a prima vista. A differenza dell’idraulico più famoso del mondo, Wario poteva tirare delle brutali spallate che cancellavano i nemici rendendoli monetine, schiantarsi a terra per distruggere massi e ignari simil-Goomba e, dulcis in fundo, trasformarsi mangiando aglio. Ebbene sì: ingerendo una testa d’aglio Wario, come Mario con i funghi, diventava più potente e, al posto del classico cappellino da italiano pizza-e-mandolino, appariva un copricapo vichingo cornuto. Ed era proprio in quel momento che iniziava la mattanza: Wario, grazie ai nuovi poteri, poteva distruggere blocchi e nemici con una sola spallata e, l’apice del gameplay del titolo, inchiodare le corna al soffitto per rimanervici appeso.
Ovviamente i poteri non si limitavano al banale aglio: si aggiungevano alla lista il Vaso (ecco il nome ufficiale dei power-up) che permetteva di sputare fuoco, donando un graziosissimo cappello a forma di drago, oppure Wario Jet che poteva planare.
In sostanza Wario Land è un platform tipico degli anni in cui è stato prodotto (1994), in cui principalmente si salta, si nuota e si muore, rigorosamente in un ambientazione 2D divisa in zone, ma possiede un carisma, una sorta di retrogusto, che lo rende godibile e giovanile anche oggi, nel 2016.

Conclusioni

Questi non sono i miei giochi preferiti e nemmeno i giochi migliori che io abbia mai giocato. Sono semplicemente quei giochi che mi hanno reso consapevole, facendomi capire cosa desideravo dal videogioco e cosa invece volevo lasciarmi alle spalle dello stesso. In breve, reputo questi tre giochi delle pietre miliari che mi hanno accompagnato e, tenendomi per mano, fatto crescere.
Ovviamente limitarsi a tre giochi risulta, almeno per me, menomante. Come posso lasciare fuori da questa lista pezzi da novanta come The Elder Scrolls IV: Oblivion, la saga di Metal Gear Solid, The World ends with you, la serie Pokémon e Tactics Ogre: Let us cling together? Dovrò farlo a malincuore, non curandomene e lasciando questa lista estesa dentro di me, indelebile nella mia memoria.

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