Se mi ami, non morire – Quella sottile linea invisibile

Per quasi seimila anni, la storia dell’uomo si è evoluta sulla base di società che vedevano negli orizzonti dei loro confini culturali i limiti delle loro azioni militari e politiche. A seguito delle tre rivoluzioni industriali, le prospettive di guadagno, influenza e dominio politico e culturale dei più potenti attori mondiali si sono estese all’intero pianeta. A farne le spese è chiunque si trovi in condizioni sociali che ne limitano la capacità di rendersi autonomi con un lavoro dignitoso.
L’enorme divario produttivo e di benessere del cosiddetto “welfare state”, che abbraccia l’intero mondo occidentale e alcuni colossi orientali, è diventato il più concreto dei sogni per milioni di uomini, donne e bambini che hanno commesso il semplice crimine di nascere fuori da quella sottile linea invisibile che stabilisce se sei mio fratello o mio nemico, musulmano o cristiano, italiano o libico. 

Quella sottile linea invisibile divide Nour e Majd, una coppia siriana costretta a vivere una relazione a distanza che metterà in crisi non solo il loro rapporto, ma il modo in cui da quel momento in poi vedranno il mondo. Basato sulla storia della profuga Dana S., Se mi ami, non morire (adattamento del letterale «Abbi cura di te e non pensare neanche per sogno di morire prima di me», espressione siriana di congedo e saluto) ci permette di vestire i panni del marito, Majd, e di dover decidere al suo posto su alcuni determinanti bivii della vita della moglie: ciò aprirà la strada all’interattore verso diciannove diversi finali.

Una gif di Se mi ami, non morire.

I pezzi di un mondo distrutto ci vengono raccontati da chi lo sta ancora vivendo.

Tutto ciò può essere vissuto tramite un’app di messaggistica istantanea che ricalca a grandi linee il celebre WhatsApp, e che adotta un metodo “realistico” di comunicazione a distanza: Nour non sarà sempre online, ma ci risponderà quando potrà e quando riuscirà a connettersi. Questo rende la narrazione non immersiva ma parallela, non sostituisce la realtà ma la accompagna, rimane un pensiero nella mente dell’interattore, che osserva il cellulare in attesa di una risposta, domandandosi cosa possa aver causato un eventuale ritardo. Sebbene non sia il primo titolo a sfruttare meccaniche simili, Se mi ami, non morire attribuisce alle conseguenze di queste dinamiche un peso specifico profondamente diverso, poiché il contesto narrativo in cui è inserito il racconto rende le attese e le pause comunicative decisamente più determinanti nello svolgersi degli eventi. 

Sarebbe stato abbastanza semplice per Florent Maurin (ex giornalista, fondatore di The Pixel Hunt) riempire Se mi ami, non morire di tragici eventi, melense romanticherie e drammatici momenti di violenza. Al contrario, ciò che colpisce più di ogni altra cosa dell’opera francese è quanto le fratture del quotidiano abbiano per noi più presa dell’inusuale. Se da un lato le immagini e i dialoghi dell’esperienza ci descrivono eventi certamente tragici e toccanti, oggi siamo purtroppo parzialmente anestetizzati emotivamente verso contesti che, raccontati con una retorica oramai priva di qualsiasi interesse esterno a quello puramente informativo, ci sembrano talmente distanti da ricordarci più la finzione che non la realtà.

Uno screen della versione italiana di Se mi ami non morire.

È il quotidiano ad avere persino più presa dell’inusuale.

È dunque nella scuola d’infanzia distrutta o nel tradimento del traghettatore clandestino che ci troviamo a immedesimarci e immergerci nelle emozioni sincere e umane che emergono dalle parole di Nour (e dalle frasi che sceglieremo di scrivere). Se mi ami, non morire non ci assale con la retorica e le frasi fatte, ma si limita a riproporci l’umanità e la semplicità di due individui che differiscono da noi solo per il luogo di nascita, ma che per questo vivono condizioni e riconoscimenti sociali profondamente diversi da chiunque altro. 

E poi tutto finisce.

La carica emotiva di alcune delle sequenze finali di Se mi ami, non morire è violenta, cruda, sporca, priva di qualsiasi dolce inframezzo che possa alleviare il carico delle nostre paure e il peso dei nostri pensieri. E ci lascia lì, attoniti, sorpresi dall’evolversi dei fatti, come se quotidianamente non sapessimo di queste storie, non vedessimo, non sentissimo.

Se mi ami, non morire è una storia come tante altre che avvengono lì, al di là di quella sottile linea invisibile che separa noi uguali e ci rende diversi.

Claudio Cugliandro

Anche se ama parlare solo di titoli indipendenti e di dissonanze, in realtà il suo passatempo preferito è sparare agli alieni insieme agli amici. Fondatore di Deeplay.

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