“No spoiler”: la vittoria della cultura del “cosa” sul “come”

Lo spoiler, ossia l’anticipazione di un evento narrativo, è il più grande spauracchio dei nostri tempi, a giudicare dalle violente e rabbiose reazioni che con una certa costanza possiamo osservare sulle nostre bacheche di Facebook, come biologi di fronte a un nuovo ed esotico animale. In un’epoca fatta di narrazioni fittizie che diventano più influenti e importanti del reale, il concetto di “anticipazione”, accostato alle sceneggiature delle opere narrative, ha assunto infatti caratteri psicosomatici. Non sappiamo neanche se quella determinata serie ci piacerà, ma siamo talmente convinti che il tutto ruoti intorno al “cosa ci viene raccontato” che, anche senza averne visto un minuto, ci sentiamo comunque violati nel nostro diritto al godimento dell’opera se riceviamo uno spoiler, diretto o indiretto.

Quest’articolo nasce dall’esigenza di spiegare a mio padre, ultracinquantenne che si approccia alle serie TV come unica alternativa al calcio tra l’orario di lavoro e di riposo, perché mia sorella si sia arrabbiata così tanto quando lui, senza volerla ferire in alcun modo, le ha raccontato del primo episodio della nuova stagione di The Walking Dead. Da lì è nato un botta e risposta che mi ha fatto riflettere su quanto la percezione collettiva dell’importanza dello spoiler rivesta nella generazione attuale un ruolo decisamente più determinante che in passato. Lungi da me ergermi a campione statistico di rilievo, ma la semplice presenza dello “spoiler alert” certifica l’attenzione profusa da editori e scrittori nell’evidenziare in ogni modo possibile che uno spezzone di un articolo o un certo frangente di un video andranno a parlare di questo o quell’evento.

Un meme del Trono di Spade sugli spoiler.

Il Trono di Spade è uno dei fenomeni che ha contribuito a sdoganare il concetto di spoiler.

Ma poi, che vuol dire spoiler? Letteralmente, “spoilerare” qualcosa significa rovinarla, ma tecnicamente, l’ho già scritto, lo spoiler è considerato in ambito cinematografico un’anticipazione di carattere narrativo. Oggi, lo spoiler ha però assunto diversi connotati: è anche ambientale, oggettistico, musicale ed estetico. Nulla può essere discusso, pena la distruzione sistematica dell’esperienza dell’utente, almeno secondo la sua percezione.
Le armi di Destiny? Spoiler. Un villaggio della mappa di Zelda? Spoiler. Persino le missioni secondarie dei videogiochi, prive spesso di forti legami con la trama principale, vengono percepite come contenuti di cui non bisogna parlare o diffondere informazioni.

Il paradosso è che viviamo quest’evoluzione del concetto d’anticipazione nello stesso mercato che ci bombarda sistematicamente e meccanicamente di trailer, cortometraggi, immagini promozionali e videoanteprime pensati per spingerci ad acquistare questo o quel prodotto. E quindi ci tappiamo le orecchie e urliamo a squarciagola quando un amico sta per dirci che Jon Snow è ancora vivo, ma al contempo è la stessa HBO a diffondere i poster della nuova stagione con il Bastardo di Grande Inverno ancora con il suo posto di rilievo nell’epopea di G.R.R. Martin.

Probabilmente, nell’epoca del post-cinema l’ex spettatore, diventato interattore, si sente talmente partecipe delle narrazioni, ed è così ansioso di ampliare l’esperienza con il dibattito online, che giungere vergine all’incontro con il testo (visivo, interattivo o in altre forme mediali) è quanto di più importante ci sia per poter poi completare il tutto con la sua opinione sugli eventi narrati. Rispetto dunque al passato, in cui l’utente si limitava a ingerire il contenuto e procedere con altro, qui il pasto con cui ci nutriamo nella nostra dieta intrattenitiva non è più solo il prodotto finale, ma quest’ultimo viene condito con il lavoro che noi decidiamo di potergli dedicare. Lo spoiler, l’anticipazione, diventa dunque uno strumento che danneggia le nostre dirette possibilità “investigative”, d’approvazione dell’opera finale, e ci limita nelle nostre aggiunte successive. Questa teoria mi sembra l’unica che possa giustificare un’inversione di tendenza così repentina e improvvisa nell’arco di una generazione.

Se da un lato è però interessante disquisire dello spoiler come strumento d’anlisi di diversi contesti generazionali, rimane da chiarire quanto nello specifico questo possa inficiare davvero l’apprezzamento di un’opera. In realtà, dovrei usare il condizionale, perché come dimostra una ricerca dell’Università della California di San Diego, gli spoiler sembrano amplificare la percezione dei contenuti di un testo letterario in vari modi, rendendo persino più piacevole o completa la lettura per molti degli individui esaminati.

Il grafico dello studio della San Diego University.

Il grafico che rappresenta i risultati dello studio della San Diego University sullo spoiler e la narrazione.

Perché? Forse perché, come gran parte del mondo dello spettacolo cerca spesso di sottolineare, la trama è sopravvalutata. E.M. Forster disse che «esistono due trame in tutta la narrativa: qualcuno parte per un viaggio, o uno straniero arriva in città». Che si sia d’accordo o meno con quanto detto da Forster, è sicuramente vero che molte trame di pellicole, serie e libri famosi ricalcano qualcosa di già visto o sentito. Il punto è che ci piace guardarle, leggerle e giocarle non perchè ci appassioniamo agli eventi narrati, ma perché empatizziamo con i personaggi raccontati. E per questo non ci limitiamo a leggerle ma a rileggerle, a riguardarle, a rigiocarle, ancora e ancora, provando sensazioni via via diverse, a volte persino più forti con il passare del tempo, perché acquisiscono per noi significati diversi a seconda della nostra condizione emotiva del momento.

Se fossero i puri eventi a intrigarci così tanto, staremmo tutti a seguire i telegiornali, perché quest’ultimi sono relatori di fatti  meno “scriptati”, prestabiliti e scontati di quanto ogni forma di finzione possa mai raggiungere. Ed effettivamente, a pensarci bene, si potrebbe così spiegare il morboso attaccamento di alcuni (tra cui, io) per le narrazioni tratte da una storia vera, perché forse pensiamo istintivamente (e ingenuamente) di non poter essere raggirati dallo scrittore, di dover affrontare il vero, il reale.

Dobbiamo quindi liberarci dal giogo dello spoiler? Sebbene sia svolta con metodo scientifico, come tutti i lavori statistici, quella dell’Università di San Diego è una ricerca che presta il fianco alla semplice differenziazione in potenza di ognuno di noi rispetto all’altro, ed è verosimile che tra i lettori di quest’articolo ci sia chi genuinamente si senta limitato nell’apprezzare un nuovo film o un libro, nel caso in cui quest’ultimo gli venga “rovinato” da uno spoiler. Rimane però il fatto che questa cultura del “cosa” ha immotivatamente spodestato quella del “come”, instaurando un regime di terrore sui social e nei forum (per non parlare dei siti), dove anche solo l’accenno a fatti necessari per chiarire un elemento critico viene considerato un reato penale. Bisogna riformulare queste relazioni con il concetto d’anticipazione, perché si ritorni anche in fase creativa e produttiva a concentrarsi sulla qualità dei percorsi narrativi, e non su quanto possano essere insulsamente e inutilmente complessi. 

Claudio Cugliandro

Anche se ama parlare solo di titoli indipendenti e di dissonanze, in realtà il suo passatempo preferito è sparare agli alieni insieme agli amici. Fondatore di Deeplay.

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