Okja – La purezza ed il ridicolo

Tra i cosiddetti nazivegani, l’isteria per l’olio di palma ed episodi poco felici come quello che ha visto il Presidente degli Stati Uniti decidere di abbandonare la XXI Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (la famosa COP21 di Parigi), nell’ultima manciata di anni il dibattito in materia ambientale si è distorto, contorto e corrotto. Un dibattito che ha spesso come punto di partenza il web e che sovente presenta un tratto comune in ognuna delle sue iterazioni: scarsa consapevolezza da parte di chi si esprime e tendenza alla generalizzazione a prescindere da quale schieramento si scelga. Quando si parla di politica, è facile stigmatizzare per tirare acqua al proprio mulino, specialmente se i propri interlocutori hanno scarsa propensione a cambiare idea anche qualora vengano posti davanti a dati oggettivi e scientifici.

È in questo mondo, quello delle questioni ambientali e delle persone che ne dibattono, che piomba Okja, il nuovo film del regista sudcoreano Bong Joon-ho. Un film  diventato un caso mediatico non soltanto per ciò che racconta ma soprattutto per come lo fa e per le scelte produttive che lo hanno portato sugli schermi: si tratta, infatti, del primo film in concorso a un festival del cinema, quello di Cannes, a essere stato interamente prodotto da un servizio di streaming. La pellicola quindi ha saltato il passaggio nelle sale restando esclusivo per gli abbonati di Netflix. Un primato in continuità, anche tematica, con i fuori concorso ad alcuni festival dello scorso anno, i due documentari prodotti sempre dal colosso americano dello streaming e firmati dal maestro Werner Herzog, Lo & Behold Into The Inferno. Qual è il risultato di questa esperienza? Scopriamolo insieme.

okja

Bong Joon-Ho

Potrà sembrare, guardando trailer e immagini, che Okja ci guidi lungo un percorso poetico e immaginifico con una forte tendenza al discorso ambientalista e animalista. In poco tempo, però, la storia della bambina di nome Mija e della scrofa geneticamente modificata che dà il nome alla pellicola rivela la sua vera natura. Il messaggio che veicola, infatti, è poco più che un pretesto, volontariamente abbozzato e poco approfondito, perché evidentemente non interessante per il regista. Il film vuole piuttosto aprire gli occhi, con una satira pungente e cinica (e un gusto asiatico piuttosto marcato nella composizione delle immagini e nella gestione dei tempi), di quanto ridicolo e fine a se stesso sia diventato il dibattito politico — non solo ambientale — nel mondo occidentale.

Che si tratti di un gruppo di animalisti, a cui fa capo un Paul Dano in forma quasi smagliante, o della presidente di una multinazionale che sfrutta l’ossessione comune per il risparmio energetico e l’ecologia, il film non si risparmia di dipingere il mondo che circonda le due protagoniste in maniera aspra, cruda e ridicola. Nessun comprimario sortisce nella storia un effetto positivo, ma è anzi pensato per accentuare la purezza delle due femmine di diversa specie che occupano il centro della scena. Gli eco-attivisti dell’ALF che mostrano orgogliosi alla bambina le gesta dell’associazione su un lussuosissimo iPad Pro, o ancora tutte le azioni del personaggio interpretato da Jake Gyllenhall, uno pseudobiologo televisivo alcolista e depresso, sono solo alcuni degli esempi di costruzione grottesca del quadro con intenti funzionali.

Funzionalità pensata per sorregge e andare in contrasto completo con il ruolo ricoperto dai due personaggi principali della storia: Mija e Okja. La purezza, che trasmettono, dovuta all’età di una e alla specie dell’altra, è importante tanto per chi crea che per chi guarda. Nessuna delle due sa nulla o quasi nulla del mondo e, pur di stare insieme, entrambe reagiscono di conseguenza, finendo per pensare esattamente come chi le ostacola. Un egoismo ingenuo e candido, dovuto alla necessità di raggiungere (a malincuore) la stessa bassezza del resto del mondo per far sentire la propria voce.

Okja
Badate bene, però: questo non significa che le due si siano arrese alle logiche spietate della società contemporanea. Portando lo spettatore alla risata amara, Bong Joon-ho sposta l’attenzione dalla morale — come già accennato, solo volontariamente abbozzata — a quanto ciò che le persone dicono di essa sia ormai talmente orientato dalle convinzioni popolari da aver perduto il proprio senso originale.

Anziché dedicarsi a una morale spicciola, da cui anzi vengono prese più volte le distanze facendo notare che è molto semplice far credere di essere eco-friendly, o accompagnare lo spettatore in una favola post-moderna, Okja si prende la briga di reguardire il mondo su come vengono affrontate le questioni politiche.  Abbandonare l’ideologia in favore degli slogan e delle categorizzazioni per Bong è un male che le persone devono conoscere e dei cui rischi devono assurmersi le responsabilità. Un film che, per i modi in cui si pone potrà sembrare bizzarro e mal gestito, ma che comunque non perde di vista ciò che vuole dire preferendo la risata al sentimento precotto per comunicare un messaggio finora quasi del tutto inedito.

Luca Parri

Videogiocatore anomalo: più interessato al contesto che al contenuto. Perde ore a guardare i caratteri usati e l'HUD in un videogioco. Ossessionato dalla teoria GNS.

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