OPUS: Rocket of Whispers – Di profezie, scienze e apocalissi

Mi accingo a recensire un altro titolo per Deeplay quando mi rendo conto di un fatto curioso: è prodotto anch’esso da uno studio Taiwanese, tale SIGONO, come fu per Detention. Questa coincidenza mi ha spinto a dare un’occhiata alla situazione del mercato videoludico nell’isola del sud est asiatico. Fortemente trainato dal vicino stato cinese – un legame violento, come si sforza di mostrare lo stesso Detention – l’indicatore economico del Taiwan volge in positivo.
Settore in crescita, come nel resto del mondo d’altronde, si prospetta duplichi la grandezza del proprio mercato nel 2021. Qui, come in Cina, per il titolo di piattaforma di gioco prediletta lottano PC e smartphone, con la seconda in leggerissimo vantaggio. E proprio intorno a questi due hardware ruota l’esperienza del titolo: OPUS: Rocket of Whispers, dopo un fortunato lancio sugli schermi mobile, approda infine su PC, la cui versione è qui trattata.

Il sorpasso del settore mobile nei guadagni.

La trama è la seguente: in un futuro post-apocalittico, le anime di tutti i morti del mondo sono intrappolate sulla Terra e vagano in cerca di pace. Perché essi possano congiungersi con il tutto del Cosmo è necessario che i protagonisti John, figlio di un ingegniere spaziale, e Fei, 46esima strega (witch) incapsulata in una cella criogenica e risvegliatasi nel futuro, performino un funerale nello spazio (space burial).

L’impasse narrativo e ludico si basa sul dover costruire un vero e proprio razzo spaziale con dei materiali di scarto. L’interattore scaverà tra i ruderi delle città morte, componendo pezzo per pezzo il mosaico di una lunga fetch quest. La scelta di una prospettiva top-down, dall’alto verso il basso, è un tentativo di realismo topologico. Non è poi così differente da giocare a Maps se si eliminano le auto e s’imbiancano con i colori dell’inverno le strade, i tetti delle abitazioni e degli edifici. Ambientato dopo più di venticinque anni da quando la peste ha quasi annientato l’intera razza umana, colpisce che il paesaggio urbano sia rimasto intatto.
La Tecnica (nel senso greco di téchne, ossia il saper fare) ha superato l’uomo nel senso che gli è sopravvissuto come “testimonianza dell’esistenza dell’umanità”.

Le opere che sopravvivono all’uomo

Il tecnocentrismo del titolo è anche rafforzato dall’assenza di figure viventi che non siano quelle direttamente ai comandi del giocatore. La natura è nominata solo se ostacolo all’azione dell’uomo, che sia in forma di lupi affamati, di freddo, neve alta o tempesta. I protagonisti sono interamente circondati dai boschi, eppure il giocatore non è avvisato né di un cinguettio né di alcuna traccia del mondo vivente extraumano. Ancora, intento com’è a dare il giusto congedo ai morti, l’essere umano mette a rischio ogni giorno se stesso per costruire una serie di razzi che pare infinita (il gioco inizia a undicesimo razzo ultimato).

In OPUS: rocket of whispers troviamo dunque una particolare insieme di religione e scienza che devia le attenzioni dei protagonisti dal futuro della loro specie. Fei simboleggia la sintesi equilibrata di queste due tendenze, umane e scientifiche, nella figura di sacerdotessa-strega e ingegnere spaziale; John è invece l’uomo senza valori, o per meglio dire che li ha perduti, avendo assistito in prima persona alla fine del mondo. Egli è, fin dalle prime battute, consumato dai fantasmi dei morti di tutti quegli anni, che in ogni momento della giornata lo assillano per venire lanciati nello spazio (questo potere, che non si sa come abbia acquisito, è di esclusiva proprietà delle streghe). Possiamo pensare che la scelta dei nomi, uno di origine cinese, l’altro di chiara matrice angloamericana, sia un’allegoria, voluta o meno, del millenario incontro/scontro delle civiltà occidentali e orientali in un periodo in cui, secondo questa visione, le prime stanno vivendo il tramonto, mentre le seconde l’ascesa.

I protagonisti del gioco Fei, John e , alle loro spalle, il razzo.

Questi sentimenti sono incanalati nelle personalità dei protagonisti: avremo dunque un John spesso depresso e cinico, al contrario di una Fei ottimista, e spesso disposta a non arrendersi mai. L’esposizione narrativa dei loro atteggiamenti avverrà durante delle quotidiane discussioni a fine di ogni giornata di raccolta, quando la prospettiva passerà al bidimensionale del side-scrolling, e ci verrà chiesto di esaminare i risultati delle nostre fatiche: dai pezzi raccolti ai nuovi arnesi costruiti, fino ai piccoli oggetti e cimeli dei fantasmi. OPUS è un videogioco sconnesso nelle sue qualità: il passare da una prospettiva top-down a una side-scrolling comporta un cambio di mano, uno squilibrio fin troppo evidente e non giustificato da alcuna scelta stilistica. Questo difetto è accentuato dal risultato del porting, che nelle sezioni di prospettiva aerea ricorda l’emulazione del Game Boy. L’effetto è di semplice ingrandimento rispetto alla versione mobile, con annessa sgranatura.

Sommando quanto detto fin’ora possiamo concludere che OPUS: Rocket of Whispers di SIGONO fallisce nell’essere un buon rappresentante del suo genere proprio perché motiva fino in fondo l’azione del camminare nel mondo di gioco. Fetch quest, missioni di raccolta silenziose nella quasi totale assenza di scambi tra i due protagonisti, il giocatore si trova in un GDR online e ancora non lo sa. Per questo, la subordinazione del gameplay alla narrazione non avviene (“la dittatura del gameplay”), e gli strascichi di elementi emozionali, sia nei dialoghi che nella musica, non distraggono il giocatore dal fatto che egli stia giocando a una parodia involontaria del genere in cui il gioco si innesta.

Scrivo meglio di come parlo, il che è tutto dire

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