Overclocked – Viaggio nei meandri della follia

“C’è un momento quando la vita si spegne.
Così. Come quando azioni un interruttore.
Premi un pulsante… una porta si apre e non restano altro che ombre.
Quando si raggiunge quel punto, diventa facile, facilissimo.
Quando l’interruttore è azionato… Quando la porta si è aperta… L’imperdonabile diventa possibile.
Cose che non dimenticherai mai.
Cose che non capirai mai.
Cose che non vuoi sognare e che non vuoi sapere.
Che non vuoi pensare.”

Cit. David McNamara (Overclocked – A History of Violence)

Ci troviamo nella città di New York (l’originalità), corre l’anno 2007 e il tasso di violenza è alle stelle. I responsabili sono per la maggior parte giovani e minorenni e viene puntato il dito contro l’eccessiva distribuzione delle armi, la mancanza di controllo dei genitori, la povertà, l’insufficienza di investimenti nel sociale e l’elevata quantità di violenza nei media e nei videogiochi. Tra le strade della metropoli, una giovane ragazza si aggira semi-nuda, sporca di sangue e con in mano una pistola: grida e spara qualche colpo in aria mentre la gente nei dintorni scappa spaventata. La ragazza viene trovata dalla polizia e scortata nell’ospedale psichiatrico (prossimo alla chiusura) di Staten Island, un’isola nonché uno dei cinque borghi della città di New York collegata ad essa tramite traghetti. Da subito l’atmosfera è tesa, tetra, grigia, piovosa, leggermente depressa e lo sceneggiatore del gioco, Martin Ganteföhr, dimostra le sue ottime qualità nella scrittura dei dialoghi, mai prolissi come nel precedente lavoro della House of Tales, ossia The Moment of Silence. A questo punto entra in gioco il protagonista, tale David McNamara, uno psichiatra di fama nazionale, ex militare, proveniente da Washington D.C., continuamente tormentato da misteriosi incubi, dal senso di colpa e afflitto da sbalzi d’umore improvvisi e da problemi di autocontrollo che lo rendono violento e psicologicamente instabile: un antieroe moderno, sfaccettato e originale nel panorama delle avventure grafiche punta e clicca. Tali problemi si ripercuotono sul suo incasinato matrimonio con la moglie Kim, giunto ormai quasi alla rottura.

Uno screen di Overclocked.

Il lampione non è l’unica cosa andata in pezzi. L’intera vita di David si sta lentamente sgretolando, compreso il suo matrimonio.

David si risveglia nella sua stanza d’albergo dopo aver passato una pessima nottata e da questo momento cominceremo a controllarlo. Il Governo americano gli ha assegnato il compito di assistere cinque pazienti ritrovati per le strade della città afflitti da stress post-traumatico, in stato confusionale e di amnesia, tra cui la ragazza prima citata. Tutti i ragazzi, tre uomini e due donne, hanno un’età compresa tra i 18 e i 20 anni, sono anonimi e non hanno assolutamente memoria del loro passato. Starà a McNamara, lungo i cinque capitoli di cui il gioco è composto, far luce sull’accaduto risvegliando i loro ricordi e giungere all’origine del trauma scavando nelle loro menti. Una delle peculiarità di Overclocked – A History of Violence è assolutamente l’originale narrazione che prende spunto dalla filmografia tarantiniana e soprattutto da Memento di Christopher Nolan andando a creare una struttura narrativa labirintica, non lineare, composta da piccoli tasselli simile a un puzzle da ricomporre e con delle idee “registiche” riprese dal fumetto con tanto di splitscreen che divide il presente (il narratore) dal flashback (la vicenda narrata).

Lo psichiatra, infatti, inizialmente dovrà esaminare le cartelle cliniche dei pazienti e, grazie anche all’aiuto del detective Moretti, capo della polizia newyorkese, dovrà riuscire a stimolarne le menti adattando le loro celle a determinate condizioni, per esempio creando il buio spegnendo le luci e accendendo una torcia per ricreare una specifica situazione, scrivendo una parola fondamentale su un pezzo di carta o portando una radio sintonizzandola su una frequenza conosciuta dal paziente. Così facendo, i ricordi nascosti dei personaggi cominceranno a uscir fuori dalla completa oscurità, ma il processo non è semplice perché tutto avviene in maniera disordinata e intrecciata. Le vicende dei cinque “automi” senza passato, infatti, hanno dei collegamenti e si intrecciano durante il racconto andando a formare una storia vissuta in maniera multi-prospettiva, vestendo i panni di ognuno di loro, di solito partendo dalla fine e proseguendo a ritroso nel tempo. Strumento del gameplay assolutamente essenziale è il PDA. Grazie a questo cellulare potremo tenerci telefonicamente in contatto con i personaggi del gioco, ma anche ricevere messaggi e soprattutto registrare le sedute con i nostri pazienti.

Uno dei flashback di Overclocked.

Le storie dei pazienti vengono raccontate tramite flashback che ci permettono di controllare i singoli personaggi.

A cosa serve registrarle? Ovviamente per farsi strada attraverso le loro menti connettendo il ricordo di un paziente a quello successivo e ricostruendo così l’intera storia, sorprendentemente compatta, ma comunque non del tutto priva di qualche buco, alcuni minori giustificabili dallo stato confusionale dei pazienti, uno invece più grave (c’entra la morte inspiegabile di un personaggio). Basterà registrare le sedute (avviene in automatico), poi starà a noi scegliere la parte giusta della registrazione utile per sbloccare un nuovo ricordo del paziente successivo. E qui arriviamo a parlare del secondo punto di forza di questa avventura: gli enigmi. Molti storceranno il naso davanti alla facilità dei puzzle proposti da Overclocked, che potrebbe quasi essere considerata una visual novel, ma dal mio soggettivo punto di vista House of Tales già nel 2008, anno di uscita del gioco, era proiettata verso il futuro del genere. Sin dal suo The Moment of Silence era riuscita a creare un andamento abbastanza scorrevole della narrazione (non sempre) inserendo alcuni enigmi intuitivi e perfettamente integrati nella trama, ma con Overclocked si è superata. Qualsiasi interazione che andiamo ad effettuare col nostro mouse porta avanti la storia, tutto è a servizio della trama, ogni oggetto (sono limitatissimi) presente negli scenari è lì per un motivo e ragionando un attimo è semplice arrivare a capire cosa bisogna fare. Siamo davanti a un The Cat Lady uscito 4 anni prima dove la logicità è estrema e mai un singolo puzzle mette davvero in difficoltà favorendo così la fluidità della narrazione.

Uno degli enigmi di Overclocked.

Gli enigmi sono logici e non interrompono mai lo scorrere del racconto.

Overclocked è piuttosto convenzionale sul piano ludico presentando un’interfaccia classica e ormai rodata. Nella parte inferiore dello schermo troviamo l’onnipresente inventario che purtroppo non risolve il frequente problema della borsa di Mary Poppins, permettendo di portarci dietro anche oggetti poco indicati e di grosse dimensioni, però a favore va detto che il gioco cerca di limitarne la quantità. Cliccando sui punti d’interazione, evidenziabili anche tramite un tasto per aiutarne la ricerca,  si apre una lista di icone che variano a seconda delle azioni possibili (indagare, prendere, spingere, usare) e i dialoghi sono gestiti in modo tradizionale, se non fosse che per ogni argomento selezionabile è presente un’icona che lo rappresenta al posto delle classiche frasi (piccola particolarità visiva apprezzabile).

Ludicamente Overclocked non inventa niente di nuovo e lo stesso avviene dal punto di vista tecnico, vero elemento difettoso dell’intera produzione. Il gioco utilizza una grafica 2.5D con fondali in due dimensioni sempre tendenti a tonalità grigiastre, realistici, ma poco dettagliati e affascinanti per l’occhio (soprattutto gli esterni), però fa da contraltare una buona modellazione dei personaggi, valorizzata soprattutto dai primi piani, le cinematiche ben girate di pregevole fattura e la pioggia che acquista un valore quasi poetico e allegorico nella storia, nonché serve a mascherare un minimo l’enorme staticità degli ambienti di gioco. Ma la realizzazione tecnica cade soprattutto sull’espressività e le animazioni. E’ dannatamente fastidioso assistere a uno scatto di rabbia di David durante una telefonata che avviene a livello acustico (da sottolineare l’ottimo lavoro svolto dal suo sconosciuto doppiatore), ma non ricevere la minima reazione visiva e lo stesso vale durante qualsiasi conversazione avviata nel gioco.

Uno dei momenti più concitati dell'esperienza.

La violenza è la tematica trattata dal gioco, ma non viene approfondita come si deve.

Quando parlano i personaggi sembrano ingessati, la regia a volte li inquadra male e spesso le animazioni mancano del tutto o sono soltanto abbozzate. Mi tornano in mente le serate passate con David a ubriacarsi nel bar accanto al suo hotel dove il barista gli versa continuamente del whisky e praticamente l’animazione del liquido manca del tutto o i movimenti bruschi e slegati dei personaggi che avvengono per lo scarso numero di animazioni. Non mancano poi delle insensatezze come lo psichiatra di Staten Island, il misterioso Dr. Young, con cui David ha delle divergenze di pensiero che se ne va in giro per New York sempre costantemente in veste da dottore o i tanti personaggi che rimangono immobili sotto la pioggia senza ombrelli.

Overclocked, nonostante questi difetti sul piano tecnico derivanti anche dai bassi valori produttivi, rimane una delle avventure più coinvolgenti degli ultimi anni. Non riuscirete a staccarvene e cercherete sempre quell’informazione in più, quel tassello del puzzle, che aiuti a capire meglio il quadro generale della vicenda. E’ un thriller psicologico lontano dalla tradizionale avventura grafica umoristica, ma più vicino a quel filone di giochi più adulti simili al meraviglioso Still Life targato Microids. Dotato di un’atmosfera simile a Shutter Island di Martin Scorsese, cerca di analizzare la tematica della violenza, i suoi effetti e le conseguenze sulle persone, di far riflettere su di essa, magari non riuscendoci in pieno e con una parte finale non completamente soddisfacente, un tantino forzata nell’ultima scena, ma è per quello che c’è nel mezzo che Overclocked colpisce: per come racconta e cattura il giocatore dall’inizio alla fine della sua storia incuriosendolo in maniera crescente con tutte le sue informazioni che si intrecciano tra loro e per il suo protagonista forte, memorabile e ben caratterizzato. E per questo motivo consiglio assolutamente di recuperare questa piccola perla passata completamente in sordina.

Alessio Alessandrini

Cresciuto a pane e avventure grafiche. Viaggia spesso tra i mondi di Stark e Arcadia cercando di ristabilire l'equilibrio, ma lo si può trovare altrettanto spesso a uccidere mostri nel Velen o impegnato a salvare la galassia da antiche macchine tecnologicamente avanzate.

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