PERSONA 5 – LA RIBALTA DEL JRPG

La mia storia di videogiocatore ha avuto inizio con i Final Fantasy, più precisamente il 7 e il 10, e durante tutta l’infanzia e l’adolescenza ho avviato un’innumerevole quantità di jrpg di stampo classico e non. Questo, fino a una recente “crisi” nel rapporto tra me e i giochi di ruolo alla giapponese: character design sempre più banali, meccaniche che non riuscivano a conquistarmi e trame che sembrano tratte dai più infimi shonen manga.

Insomma, nessun titolo riusciva più a prendermi come ci erano riusciti in passato Final Fantasy, Dragon Quest e Lost Odyssey, e solo la scoperta della serie di Shin Megami Tensei Persona della Atlus ha saputo far venire meno la sopracitata crisi. In questo articolo parlerò in particolare del quinto capitolo, il più recente nonché, a mio modesto parere, il migliore della saga.

A River in a Dry Land

L’interfaccia grafica di Persona 5 è tra le più ispirate e stilose di sempre.

Con la quinta iterazione della sua serie più famosa, Atlus ha deciso di alzare ulteriormente l’asticella (già altissima) rispetto ai precedenti capitoli: potendo partire da una struttura ben rodata, il team guidato da Katsura Hashino non ha fatto altro che rifinire alcuni elementi dei precedenti titoli, aggiungendo poi qualche novità assoluta all’interno della serie.

Il concetto di base è sempre lo stesso: prenderemo il controllo di uno studente di una classica scuola giapponese per tutto l’arco di un anno scolastico, alternando fasi di gameplay caratterizzate da una componente da simulatore sociale e durante cui potremo socializzare con i vari personaggi, rispondere a delle richieste, studiare e molto, molto altro, con l’opportunità di girare liberamente per Tokyo, ad altre fasi che ruoteranno intorno all’esplorazione dei dungeon (i “Palaces” e “Memento”), ai classici combattimenti contro i mostri, all’aumento di livello e all’acquisizione di nuovi “Persona”.  Come nelle sue precedenti incarnazioni, anche in Persona 5 l’anima da dungeon crawler ben si sposa con gli elementi da social simulator: nessuna delle due caratteristiche prevale sull’altra, grazie anche alla possibilità lasciata al giocatore di dosarle a proprio piacimento concentrandosi di più sui combattimenti e il dungeon crawling o sulla parte sociale del gioco.

Tra le novità introdotte in questo capitolo, sicuramente quella che più ho apprezzato è stata quella di rendere i dungeon “di trama” non procedurali, dotando ognuno di essi di un proprio level design e lasciando la proceduralità a Memento.
Con l’introduzione dei Palaces, il team creativo ha avuto modo di inserire un’ulteriore meccanica molto in linea con il tema del gioco. Infatti, una leggera componente stealth sarà presente all’interno di ogni Palazzo: ogni volta che verremo scoperti dalla sicurezza, il livello di allerta aumenterà rendendo più difficile il nostro compito di ladri di cuori. In tutti i Palazzi saranno anche presenti alcune sequenze che rimandano ai puzzle game, sequenze che non raggiungono ovviamente il livello di Catherine  ma che contribuiscono a rendere più profonda e interessante l’esplorazione degli stessi.

Le fasi di combattimento si basano sempre su un sistema a turni, reso ancor più dinamico rispetto ai precedenti Persona grazie a un HUD totalmente rinnovato e dal design incantevole (diventato virale sui social grazie a numerosi meme): ogni azione è ora legata a uno specifico tasto, scelta che evita al giocatore la navigazione all’interno dei menù e che dona immediatezza e stile agli scontri, il tutto senza perdere la componente strategica e la considerevole profondità del combat system.

The Last Ace in a Lost Hand

Il cast dei personaggi è variegatissimo.

La trama (di cui non parlerò nel dettaglio per evitare spoiler), ci accompegnerà nei meandri più reconditi dell’animo umano e della società contemporanea (soprattutto quella giapponese), affrontando temi quali la libertà e l’emancipazione da un mondo che non fa che opprimere chi vive al suo interno. I protagonisti sono tutti alla ricerca del loro posto nel mondo e trovano conforto e libertà solo nella loro attività di ladri, l’unico modo che trovano per esprimersi e superare le convenzioni della società in cui vivono.

Raccontata anche grazie all’utilizzo di cinematiche in puro stile anime (di cui si è occupato lo studio Production I.G, uno dei più attivi e competenti studi d’animazione giapponesi), la storia di Persona 5 saprà tenervi incollati al joypad fino alla fine, forte di alcuni colpi di scena ben piazzati e di personaggi primari e secondari perfettamente caratterizzati: stringere legami sempre più saldi con i membri del party e con i personaggi secondari attraverso il sistema Confidant è uno dei punti principali dell’esperienza dei Persona, e oltre a far guadagnare al giocatore bonus attivi o passivi a seconda del livello del rapporto con i suddetti personaggi, consente un’esplorazione a 360° del carattere e delle storie degli stessi.

Ciò che spicca di più in Persona 5 è però l’incredibile lavoro svolto a livello di direzione artistica e colonna sonora. Shigenori Soejima è ormai sinonimo di garanzia quando si parla di character design, avendo firmato quello dei due precedenti capitoli e del gioiello (sempre della Atlus) Catherine. Qui tuttavia da il meglio di sé tirando fuori uno dei più pregevoli lavori di art design dell’intero panorama videoludico: dai menù all’aspetto dei personaggi, passando per il design dei Persona fino ad arrivare all’HUD dei combattimenti: questo gioco è un concentrato di stile, freschezza e palette cromatiche azzeccatissime. Più volte mi è capitato di perdermi all’interno dei menù di gioco per il solo gusto di ammirarne la bellezza.
Lo stile e la forte riconoscibilità del titolo sono anche dovuti alla sua colonna sonora, composta da Shoji Meguro e dai suoi collaboratori: le musiche di Persona 5 sono perfettamente integrate nell’atmosfera del gioco e sono particolarmente ispirate, tanto da entrarmi in testa al primo ascolto.

Se riuscirete a superare un inizio abbastanza lento e poco “libero” dal punto di vista delle cose da fare (dannato gatto), sono sicuro che questo gioco riuscirà a rubarvi il cuore. Vi ritroverete per le mani uno dei titoli più riusciti degli ultimi anni, una IP che rappresenta una ventata d’aria fresca nel panorama dei jrpg: moderna ma con una sua precisa identità, e che non scende a compromessi pur di farsi apprezzare dal mercato occidentale. Tutto questo, in un contesto in cui persino un colosso come Final Fantasy vende l’anima a un gameplay più action e meno strategico. La serie di Atlus è un vero e proprio santuario in cui chi è appassionato di jrpg vecchio stampo può rifugiarsi, mentre chi ha sempre detestato il format dei combattimenti a turni può trovare motivi per rivalutarli.

 

Post a Comment