Politically correct, giustizia sociale e autorialità: modelli di riferimento

È da tempo oramai che, attraverso i media moderni, il dibatto pubblico esplora i temi del politically correct, della libertà delle scelte autoriali e delle logiche di mercato in seno al mondo dell’intrattenimento. Che si parli di videogiochi, serie tv o cinema, fazioni e rappresentanti di maggioranze o minoranze sociali si sfidano, anche in maniera violenta e spesso irrazionale, sul tema della parità di genere e di rappresentazione nelle varie narrazioni proposte dalle grandi compagnie dell’intrattenimento. Per affrontare questi temi, decisamente complessi e dalle sfumature apparentemente irrilevanti ma assolutamente influenti, bisogna partire da una base condivisa di valori e idee senza le quali non è possibile impostare un dibattito. In uno spezzone di un intervento di Obama che vidi su Facebook qualche tempo fa, e di cui non riesco a ritrovare traccia su Youtube (vado a memoria, e siete dunque legittimati a non credermi), l’ex presidente rispose così a una domanda sulla necessaria apertura al dialogo con l’amministrazione Trump relativamente al tema del cambiamento climatico: “Io posso discutere con chi ha idee diverse dalle mie relativamente alla stessa realtà. Un repubblicano potrebbe dirmi che è contrario a certi provvedimenti sul cambiamento climatico perché ha interesse nel difendere il cittadino americano dalla perdita di posti di lavoro, e che non possiamo danneggiare le aziende nazionali, e su questo possiamo aprire un tavolo di discussione. Ma negare che esista il cambiamento climatico ci impedisce di provare a discutere con un interlocutore simile, non viviamo nella stessa realtà.”

Quest’esempio è necessario per chiarire come una buona Comunicazione sia tale quando tutti gli elementi di cui è composta funzionano, e non è integralmente a carico dell’emittente del messaggio, secondo lo schema di Jakobson che trovate qui sotto.
Tenendo conto di tutto ciò, l’idea necessariamente condivisa alla base di questa mia riflessione, maturata dal supporto del metodo scientifico, è che i media, di ogni tipo e dimensione, influenzano e sono influenzati dall’individuo e dalla collettività.
Posto questo, cercherò di sintetizzare di seguito una serie di concetti presenti nel percorso di ogni accademico e studente della comunicazione e delle scienze sociali, rimandando anche ad approfondimenti più corposi per chi fosse interessato, nella speranza di costruire un’impalcatura di presupposti che riesca a offrire nuove prospettive al dibattito, spesso schiavo della dispersività dei social e delle ovvie e purtroppo necessarie banalizzazioni e sintesi del mezzo digitale.
L’articolo si propone come una raccolta di temi e concetti. Di conseguenza, proponete eventuali aggiunte che verranno inserite successivamente.

Potere, maggioranza e minoranza:
Nell’ambito del dibattito democratico, siamo abituati a considerare maggioranza e minoranza in termini numerici: chi ha più voti, è maggioranza, chi ha meno voti, è minoranza. In ambito sociologico, invece, alla maggioranza appartiene chi può esercitare un potere su una minoranza, indipendentemente dal divario numerico. Ad esempio, secondo le ultime ricerche, il 7% della popolazione italiana detiene il 20% della ricchezza del paese: è quel 7% a essere la maggioranza, perché esercita un potere maggiore, in questo caso economico, delle altre. Ma cos’è questo potere? È la capacità di fare delle scelte o prendere delle decisioni che modellino i comportamenti degli altri gruppi sociali o addirittura dei singoli individui. Di conseguenza, il potere sottintende la possibilità di ricorrere a strumenti in grado di imporre queste scelte ai soggetti sociali che non la condividano: dall’uso della polizia da parte dello stato fino alle punizioni dei genitori.

Appropriazione culturale:
Nell’attuale contesto globale, lo stesso processo culturale assume due sfaccettature diverse a seconda del rapporto di potere tra le parti sociali in gioco: l’utilizzo banale, errato, disinformativo o parodistico (anche quando inconsapevole) di un elemento culturale di una minoranza da parte di una maggioranza è considerata appropriazione culturale; l’utilizzo banale, errato, disinformato e parodistico (anche quando inconsapevole) di un elemento culturale di una maggioranza da parte di una minoranza è considerabile neocolonialismo culturale. Apparentemente, tutto ciò può sembrare un processo di razzismo inverso, o una sorta di paternalismo tendente a “proteggere” le minoranze indifese. In realtà, è una semplice constatazione di fatti: quando un potere egemone rilegge con le sue lenti un elemento culturale di una minoranza, rischia di annacquarne i valori. Al contrario, un potere non egemone può al massimo stabilire una visione alternativa dell’elemento culturale originario del potere egemone, dato che non possono soffocarne la voce. Al di là dei singoli casi, la validità del concetto risiede in questa piccola ma determinante distinzione: nell’ottica della giustizia sociale, i poteri esercitati non sono in equilibrio, e quindi le azioni dell’uno non pareggiano quelle dell’altro solo per il tipo di atto compiuto, ma anche per le sue conseguenze e per il contesto in cui viene concepito. Infine, è fondamentale distinguere tra multiculturalismo e appropriazione culturale: il primo termine si riferisce a un contesto in cui, in condizioni di parità assoluta, più culture vivono nello stesso luogo sociale; il secondo indica quanto detto sopra. Di conseguenza, è facile intuire come le critiche di appropriazione culturale non tocchino le istanze tipiche delle fasce reazionarie della società, atte a proteggere le proprie tradizioni della contaminazioni di altre culturale, ma supportano invece la difesa di processi culturali che potrebbero scomparire, in virtù della pressione, implicita o esplicita, dei poteri dominanti. In sostanza: esistono più modi di far coesistere delle culture, alcuni morbidi e rispettosi di tutti gli attori sociali in gioco, altri no.

Orizzonte d’aspettative:
Il contesto in cui leggiamo e interpretiamo un’opera non tiene mai conto della sola istanza dell’autore, ma rilegge tutti i suoi contenuti in funzione del nostro contesto sociale e culturale, a seconda del mezzo utilizzato. Come numerosi test hanno dimostrato, lo stesso libro di un autore inglese viene interpretato in maniera diametralmente opposta da lettori indiani, americani e inglesi, che addirittura non arrivano mai “vergini” alla lettura del testo, ma l’avviano tenendo conto di un “orizzonte di aspettative” maturate sulla base delle loro idee e, appunto, aspettative pregresse. Il compito del critico culturale, dunque, è quello di individuare le “letture possibili” da parte dei contesti culturali riceventi l’opera, e non intuire la volontà dell’autore.

Riscrittura intersemiotica:
Nell’era contemporanea, sono state più volte reinterpretate e riscritte numerose opere e testi del passato, riletti sotto le lenti di culture e linguaggi diversi. Quando si “traduce” (nel senso di reinterpretare) un ipotesto (opera originale) con un linguaggio diverso (ad esempio, un libro adattato a film), si parla di riscrittura intersemiotica. Se l’ipotesto viene concepito, ideato e pubblicato in un sistema culturale che individuiamo con A, verrà riscritto in un sistema culturale B. Al processo di riscrittura, può conseguire un rifiuto o un’integrazione dell’ipotesto, che verrà considerato integrato solo se produrrà nuovi modelli sociali. Nella valutazione dell’approccio di questo atipico “traduttore”, individuiamo due poli di giudizio, tra cui può oscillare la scelta di chi riscrive l’opera: l’adeguatezza e l’accettabilità. Con adeguatezza intendiamo l’aderenza da parte del sistema culturale B ai tratti distintivi del sistema culturale A: in sostanza, meno viene cambiato dell’ipotesto, e più sarà “adeguato”. Con accettabilità si indica invece il grado con cui l’opera può essere considerata per l’appunto accettabile dal contesto ricevente: in sintesi, quanto dell’ipotesto viene adattato al sistema culturale B. Questo processo avviene in maniera automatica, per via dell’orizzonte di aspettative di cui sopra, che si applica anche agli autori.
Per approfondire con analisi pratiche, clicca qui.

Una foto di Totò.

Il terrone nei media di massa italiani del novecento: o criminale mafioso, o giullare di corte.

Politically correct:
La teorica “correttezza politica” del parlare è uno dei temi più discussi degli ultimi anni. L’idea dalla base della “politically correctness” origina dal fatto che certe minoranze sociali e culturali hanno iniziato a proporre, fino a cercare di imporre, nuove espressioni per terminologie fino a quel momento considerati normali, ma che invece venivano percepite come intrinsecamente discriminatorie da parte delle minoranze stesse. Ciò avviene anche per scelte oramai esterne al linguaggio parlato, come per le rappresentazioni visive della donna e dell’uomo nei bagni pubblici. Nel gioco di lotta per il potere tra minoranza e maggioranza, è ovvio che il linguaggio, soprattutto quello mass mediatico, abbia assunto un ruolo determinante: d’altronde, la propaganda stessa, i motti, gli slogan e la pubblicità non esisterebbero se le parole, unite al contesto che le riceve, non avessero un impatto evidente e chiaro su corpose fasce sociali.

Il tema della correttezza politica rappresenta una sintesi dialettica eccellente della costante conflittualità della società: minoranze e maggioranze di potere si affrontano, oggi come ieri, per ripartire secondo nuove logiche queste fette d’influenza sociale. Appare logico che, in un contesto democratico e in un’ottica di giustizia egualitaria, le istanze proposte dalle minoranze dovrebbero essere integrate nel tessuto sociale dalle maggioranze. Al contrario, in quanto tali queste reagiscono spesso difendendo le tradizioni culturali della propria cerchia di potere. Sia per la maggioranza che per la minoranza queste pretese o queste chiusure avvengono per via di un “bias“, un’inclinazione spesso narcisistica che influenza l’individuo nell’interpretazione dei fatti. Come dimostrato, studiato e analizzato in testi come Orientalismo e Mediterraneismo, le maggioranze occidentali hanno sfruttato i media e le narrazioni per riscrivere le altre culture e prospettive storiche secondo le loro lenti interpretative. In tal senso, è ovvio che nell’ottica dello scontro tra maggioranze e minoranze (sul piano globale, primo mondo e terzo mondo; sul piano di genere, binarismo e non binarismo; sul piano etnico bianchi e non bianchi; ecc.) il linguaggio utilizzato da chi deteneva maggior potere ha descritto una realtà più vicina al bias di chi la metteva in atto. È nella facile individuazione di queste disparità che si genera il conflitto.

Autorialità:
Dalla pubblicazione de “La morte dell’autore” di Roland Barthes, nel mondo della critica letteraria è nato un dibattito che per certi versi continua ancora oggi sul valore o addirittura sull’esistenza stessa dell’autore dietro la penna, la pellicola o il computer. Al contrario, nel mondo delle scienze sociali e comunicative (di cui ci interessiamo nell’ottica di una riflessione pratica e concreta sulla giustizia sociale), l’autore del messaggio ha lo stesso valore del ricevente, poiché lo scambio comunicativo avviene tra una cultura e l’altra. Di conseguenza, il dibattito sull’autorialità di un’opera ha scarsa aderenza sulle istanze di chi chiede una maggiore rappresentazione mediatica o una particolare attenzione su certi temi, poiché l’autore in quel caso assume semplicemente una posizione, che sia voluta (come Daniel Vavra) o meno, in un dibattito che coinvolge la collettività. Quando l’opera, ossia il messaggio, viene immessa nel discorso pubblico, composta da social, reti televisive, stampa, internet e ogni altro genere di mezzo comunicativo, diventa parte integrante della società, e da quest’ultima (minoranze e maggioranze) viene valutata e accettata o rifiutata, a seconda dei modelli sociali che propone.

OPINIONE:

La mia personale visione sul dibattito relativo alla giustizia sociale sposa l’idea che, essendo la società un conflitto costante tra le parti che la compongono, la nostra stessa esistenza passiva o attiva nei confronti di questi temi ci rende parte di una delle fazioni investite dal dibattito pubblico. Se non ci interessa il tema, probabilmente, è perché non ne siamo davvero coinvolti in prima persona, e ciò ci inserisce nella fascia di maggioranza di potere, che sia assoluta (nessuno al di sopra di noi nella scala gerarchica) o relativa (superiori ad alcuni). Sono fermamente convinto che una maggiore inclusività in seno alla grande produzioni del mondo dell’intrattenimento possa contribuire fortemente a un cambiamento radicale dei modelli sociali, ovviamente in collaborazione stretta e necessaria con nuove politiche sociali volte a garantire maggiori garanzie egualitarie. Riguardo ai vari temi proposti in quest’articolo, mi preme esporre alcune riflessioni che potrebbero offrirne una lettura che, sebbene squisitamente personale, ritengo potenzialmente utile al dibattito.

Un frame di Appunti per un'orestiade africana.

Orestiade Africana.

Spesso, alle istanze di maggiore rappresentazione e di una correttezza politica del linguaggio si contrappone la paura della censura: l’idea che una parola, un modello estetico o un riferimento culturale siano particolarmente avversi a una minoranza spaventa le maggioranze, timorose di poter perdere la libertà di esprimersi su questo o quel tema. Se da un lato, come sempre, la lotta tra queste posizioni ha spesso portato, in entrambi i casi, a derive censorie e\o violente, l’idea portata avanti da teorici, attivisti e studiosi di giustizia sociale riguarda l’integrazione di certe caratteristiche culturali, l’evoluzione del linguaggio e non la sua censura. Bisogna inoltre tenere conto del fatto che, in un sistema mass mediatico di esposizione e distribuzione dell’intrattenimento come quello odierno, secondo questa prospettiva sarebbe censorio anche il rifiuto da parte di un’azienda di finanziare un progetto artistico, ma in quel caso la diffusa narrazione neoliberista della maggioranza di potere legittima il rifiuto alla libertà espressiva dell’autore, in virtù della necessità imprenditoriale. Quando però a lamentarsi è una minoranza che si percepisce come mal rappresentata, le maggioranze si impongono sulle loro istanze, paventando l’arrivo di un’epoca censoria che, all’atto pratico, ha ottenuto qualche sostituzione di attori e sceneggiature, mentre le prassi economiche aziendali “censurano” ogni giorno decine e decine di autori. 

Si pensi anche alle reinterpretazioni di un’opera famosa o particolarmente amata, che incontrano il favore del pubblico quando consistono in rivisitazioni tecniche e\o coerenti con i modelli sociali proposti, anche se ne cambiano radicalmente la struttura o l’esperienza (si pensi soprattutto alle remastered videoludiche), mentre generano astio e terrore censorio quando si tratta di ricorrere ad etnie diverse rispetto a quelle previste, o modifiche alla sceneggiatura.
Ne “Le Città Invisibili“, Italo Calvino riscrive “Il Milione” di Marco Polo in ogni singolo aspetto, sotto la lente di lettura dell’uomo del tardo ‘900, nel trionfo nichilista degli ultimi anni dell’autore italiano.
Nella “Medea” di Pasolini, la prospettiva dell’autore bolognese contrappone il materialismo capitalistico di Giasone alla sacralità dell’irrazionale della figlia di Eeta, riconvertendo completamente il materiale della tragedia greca.
Eppure, le due opere originali da cui sono tratte queste splendide reinterpretazioni sono ancora lì, vibranti e cariche di tutti i significati che i loro contesti storici e culturali hanno saputo infondervi, diffuse in tutto il mondo e studiate da secoli.
La riscrittura di opere e testi, anche quando intersemiotica, non può che rappresentare di per sé un cambiamento strutturale dei valori e dei concetti espressi dall’ipotesto, ma in una società sana non sostituisce, cancellandola, l’opera originale. Anzi.

Un dipinto delle città invisibili.

Le città invisibili.

Al contempo, è tristemente ovvio che, per una minoranza sociale, vedersi ulteriormente defraudati di una delle poche (o comunque minori) giuste rappresentazioni culturali appare invece come l’ennesima prosecuzione di un rapporto di dominio indiretto che è però diffuso e, a volte, persino impermeabile (si pensi all’attuale, tragica situazione dei nativi americani). Inoltre, una delle peggiori conseguenze di questa pessima rappresentazione mediatica, unita alla omogeneità di linguaggio dei mass media, è costituita dalla diffusione dello stereotipo anche in seno alle minoranze stesse, che povere di strumenti analitici si immedesimano nell’elemento parodistico e discriminatorio, facendolo proprio. È proprio su questi preconcetti che lavorano le maggioranze per protrarre la lotta tra le minoranze, stimolando l’astio e l’invidia sociale tra le fasce più deboli, e offrendo una narrazione polarizzata del “noi contro loro” che si presta a ogni genere di interpretazione, a seconda delle necessità dei centri di potere.

La constatazione che viene fatta più spesso, però, riguarda il fatto che solo in questi ultimi anni emergono con forza questo genere di tematiche, come a volerne di conseguenza sminuire la portata. Innanzitutto, sono temi di cui si è sempre discusso, ma che oggi hanno più risalto perché da un lato servono all’informazione, piegata all’intrattenimento, per polarizzare il dibattito e sfruttare la visibilità e gli accessi generati dalla lotta tra poveri (minoranze e maggioranze relative); dall’altro, perché gli studi in materia si sono immensamente evoluti ed espansi a più discipline. Infine, ovviamente, i social network hanno offerto la possibilità sia alle minoranze che alle maggioranze di mostrarsi forti e coese, arrivando addirittura ad apparire come più numerose di quanto sembri, diffondendosi in luoghi sociali non adatti o preparati allo scontro di idee, e portando tristemente a reazioni spesso esagerate e violente da parte di tutti gli attori in scena. Ma siamo in ogni caso ben lontani dal poter considerare il tema come qualcosa di assolutamente moderno ed esclusivo della nostra epoca. A seguito di queste riflessioni, penso che solo riconvertendo la narrazione polarizzante del “noi vs loro” e proponendo un dialogo proficuo, anche quando verbalmente violento, di accettazione delle istanze altrui, in cui non esiste tradizione da proteggere ma cultura da evolvere, potremo aiutare le future generazioni a crescere in un contesto più sano e con più giustizia sociale.

Claudio Cugliandro

Anche se ama parlare solo di titoli indipendenti e di dissonanze, in realtà il suo passatempo preferito è sparare agli alieni insieme agli amici. Fondatore di Deeplay.

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