Resident Evil 7 – Quel drink inaspettato

Non è mai semplice affrontare il nuovo capitolo di una serie con con una storia decennale e un enorme seguito alle spalle. Troppe aspettative, troppi trascorsi. Eppure, scrivo queste parole mentre ne ascolto la colonna sonora, ripensando a ciò che ho vissuto e al perché Resident Evil 7 mi è piaciuto così tanto. Mi ritrovo a pensare che non giocavo un’avventura horror così completa e ben fatta dai tempi di Resident Evil 4. Per affrontare al meglio il resto dell’articolo, sembra necessario fare alcune premesse, a partire da un breve excursus sulla serie: il brand di Resident Evil, in Giappone Biohazard (che indica un pericolo di infezione bio-organica che, per problemi di copyright, non è stato usato in Occidente) nasce ormai più di vent’anni fa, inventando e definendo un genere con cui, all’epoca, ben pochi altri giochi avevano sperimentato, quello del survival horror. I primi capitoli, infatti, si strutturavano proprio secondo uno schema molto semplice ma efficace: il protagonista (e quindi il giocatore) avrebbe dovuto attraversare ambienti infestati da armi niorganiche (B.O.W.), altrimenti definibili come classici “zombie”. L’enorme successo critico e di mercato portò Capcom a sfruttare il più possibile il brand, con cinque capitoli molto simili tra loro nell’arco di pochi anni. A mio parere, ripetendosi forse un po’ troppo.

L’horror era, ed è, un genere perfido, da questo punto di vista. Difficile da creare e difficile da giocare, sia per le sue atmosfere che per le meccaniche decisamente punitive, che rendono il giocatore una tortura, sotto molti punti di vista. Che si tratti di vecchie ville abbandonate o di oscure cittadine in decadenza, le case produttrici faranno di tutto per metterci in difficoltà e testare la nostra perseveranza come giocatori e il nostro coraggio come esseri umani.
Nel 2005, però, arriva la svolta per il brand. Tagliamo la testa al toro: i primi capitolo della serie Capcom non godevano di certo di una narrazione particolarmente valida, anzi spesso risultavano decisamente banali, superficiali nel modo di affrontare le tematiche che mostravano durante il racconto, a volte stracolmi di forzature prive di senso. Ciò vale sia nelle storie che la saga proponeva, che nel gameplay stesso di alcuni dei suoi capitoli, come dover cercare tre pezzi di un emblema per poter entrare in una stazione di polizia (!?).

Quando arrivò Resident Evil 4, il mondo non poté far altro che ammirare l’evoluzione della saga. Si era passati da ambienti circoscritti e limitanti a un viaggio in giro per il mondo. Da meccaniche strettamente minimali e di sopravvivenza, a un action vero e proprio. Il nostro protagonista non era più un poliziotto molto sfortunato, ma era diventato una sorta di James Bond tormentato. Resident Evil 4 è un ottimo esempio di come rinnovare una saga senza perderne la struttura fondante, in questo caso quella horror. Dopo quattro capitoli più vari spin-off, il giocatore aveva preso consapevolezza di sé, sapeva affrontare le B.O.W. Shinji Mikami (direttore creativo del gioco), consapevole di tutto questo, decise di mandarci in missione all’interno di quello che è una sorta di Mission Impossible del terrore. Ricordiamo che il titolo del gioco è Biohazard, un affronto verso quello che l’umano crea per autodistruggersi: terrore e orrore, una bomba atomica psicologica e su vasta scala. Questo è quello che il giocatore è chiamato ad affrontare, con toni molto più action negli ultimi capitoli (forse troppo?) e altri più psicologici agli albori. E poi?

Uno screen di Resident Evil 6.

Resident Evil 6, uno dei capitoli più action della serie.

BIOHAZARD 7

Poi viene il settimo capitolo, Resident Evil 7, che avvia una nuova fase della saga, esattamente come accade con il primo e il quarto episodio della serie. Si avverte di nuovo la freschezza che ci aveva pervaso dieci e vent’anni fa. Capiamo, sin dall’inizio, che ci troviamo davanti a qualcosa di nuovo. La saga rinnova la storia e rinnova le atmosfere, portandole a un livello di qualità e paura mai viste all’interno della stessa. Nuove meccaniche, miste a quelle classiche del brand, formano una miscela perfetta che funziona sotto tutti i punti di vista. Ma come? Quali sono le novità introdotte nella saga che rendono Resident Evil 7 il più bello in assoluto? Innanzitutto, sin dai primi minuti di gioco, ci accorgiamo del completo cambio dei registri e delle tecniche di narrazione.

Non siamo più il classico poliziotto o un agente speciale, ma ci ritroviamo a giocare nei panni di Ethan Winters, un civile che parte alla ricerca della moglie, oramai scomparsa da più di tre anni. La ricerca lo porterà nel Sud degli Stati Uniti, dove un nuovo incubo lo attende. Solo per caso infatti si imbatterà nell’incubo delle B.O.W., ritrovandosi a dover sopravvivere dando fondo a tutte le sue capacità fisiche e, soprattutto, psichiche. Sin dalle prime fasi di gioco, verremo progressivamente instradati alla scoperta dei segreti che si celano dietro alla scomparsa di nostra moglie e al luogo in cui è tenuta prigioniera. Ed è proprio in questi momenti iniziali che verremo a conoscenza della famiglia Baker: un gruppo infetto di mattatori e criminali, che non avranno altro scopo se non quello di cercare di rovinarci la vita in tutti i modi.

Uno screen di Resident Evil 7.

Gore, spettacolo visivo e adrenalina: Resident Evil 7.

Ed ecco la seconda, fondamentale differenza rispetto ai precedenti capitoli della serie: gli incontri con le B.O.W saranno decisamente meno frequenti, ma anzi la caratteristica determinante di Resident Evil 7 sarà l’asfissiante caccia a cui si dedicheranno i membri della famiglia Baker, a turno e con metodo. Ovviamente, saremo noi l’ambita preda. Accompagnandoci tra diverse soluzioni narrative e attraverso veri e proprio livelli ispirati dai cult del cinema e delle serie TV horror (Henry pioggia di sangue, Saw – L’enigmista, True Detective) e da videogiochi come Outlast e Alien Isolation, non potremo non notare e accogliere le opere che più di ogni altra hanno influenzato lo sviluppo dell’opera Capcom. Un ribaltamento della struttura, un passaggio dalla terza alla prima persona che rende più immersiva l’esperienza, e un ritorno a un horror più psicologico ma allo stesso tempo carnale: Resident Evil 7 è una novità, una ventata d’aria fresca per un brand che, mi duole ammetterlo, stava invecchiando velocemente e senza freni.

A rivoluzionarsi non sono solo le scelte narrative e visive: anche le meccaniche vengono rese con una perfetta commistione tra passato e presente. Ritornano come nei vecchi capitoli, la “cassa magica” per posare gli oggetti, l’inventario limitato, la combinazione di oggetti e il salvataggio con gli audioregistratori, tutti elementi classici del brand. A rendere l’esperienza più fresca, troviamo però anche un nuovo sistema di creazione degli oggetti, delle buoni fasi sparatutto e soprattutto il costante tentativo di mantenere l’opera credibile e verosimile, come nella vita di tutti i giorni. Tranne rare eccezioni, non si scade mai in giochismi e in altre trappole causate dal medium che si sta utilizzando. Il modo in cui la storia e il gameplay vengono utilizzati rende Resident Evil 7 un titolo sempre adrenalinico e stupefacente, che non provoca mai un momento per annoiarsi, e che non si perde in inutili caccie all’oro per allungare la sua longevità, a differenza di capitoli precedenti.

Uno screen di un video dell'opera Capcom.

Le VHS offriranno punti di vista originali sul mondo di gioco.

UN TEMA SEMPLICE MA BEN ANALIZZATO

Eppure, la più grande sorpresa che mi ha riservato Resident Evil 7 si cela nelle tematiche affrontate dagli sviluppatori. Di nuovo, per la prima volta all’interno della serie, una tematica viene sviluppata in maniera non superficiale o marginale. Chi infatti si è lasciato catturare dalla demo di qualche mese fa, o ha seguito con interesse la campagna marketing del titolo, potrebbe aver già capito il tema principale dell’esperienza offerta dal nuovo gioco Capcom: il desiderio di una famiglia unita nutrito dai vari criminali e folli che incontreremo nel corso delle vicende raccontate. Senza voler anticipare nulla, il gioco, attraverso una narrativa prevalentemente testuale e ambientale, affronta temi come l’abuso minorile, l’abbandono da parte dello Stato delle comunità più rurali d’America e il potere che le multinazionali hanno su queste ultime. Tutto questo senza mai essere retorico o moralista, anzi tutto viene trasmesso attraverso la partecipazione stessa del giocatore al mondo di gioco. I dialoghi dei personaggi, gli oggetti sparsi in giro per la casa, le azioni che potremo compiere e i documenti che leggeremo costituiranno tutti un messaggio, che come un puzzle deve essere assemblato per poter avere un quadro completo sull’incubo appena affrontato, quando saremo ai titoli di coda.

Che dire quindi di Resident Evil 7? È un gioco semplicemente perfetto, funzionale a livello narrativo e ludico, che dosa bene le sue meccaniche senza farcene mai stancare. Lascia il fan della serie con una strana sensazione, come quando entri in un pub che conosci da anni, e il barista appena assunto ti fa quel drink che non ti aspetti, perfetto in tutto, che si rifà al passato ma che allo stesso tempo guarda al futuro. Che dà nuova linfa a quel locale oramai frequentato solo da nostalgici.

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