Scott Pilgrim vs. the World – Giocare disegnando un film

Scott Pilgrim vs. the World è il miglior film mai tratto da un fumetto. Non è un’affermazione volta a scatenare polemiche o aprire diverbi in base ai gusti o alla fedeltà della trasposizione, è piuttosto qualcosa che il film stesso decide di dimostrare fin dai primissimi minuti. Per quanto siano ormai innumerevoli le produzioni cinematografiche di altissima qualità tratte da opere della nona arte, poche, anzi pochissime sono quelle capaci di distinguersi per un utilizzo del linguaggio filmico peculiare e unico. Sì, Civil War è girato con grande tecnica e maestria e sì, i long-take sbandierati da Joss Whedon nei suoi due Avengers sono spettacolari; niente di tutto ciò però va oltre l’offrire un godimento visivo puramente machista, veicolato unicamente ad esaltare le abilità degli eroi e delle loro retoriche motivazioni. Con Scott Pilgrim vs. the World, invece, Edgar Wright decide di giocare col mezzo cinematografico, infarcendo la sua pellicola di ammiccamenti al fumetto tutto e, ovviamente, all’opera di riferimento in particolare.

A essere narrata è la storia d’amore, o meglio, il colpo di fulmine fra Scott Pilgrim (Michael Cera) – nerd, lamentoso, gracilino, ma anche rubacuori e bassista niente male – e la misteriosa Ramona Flowers (Mary Elizabeth Winstead), una ragazza dai capelli viola, poi blu, poi verdi, di poche parole e dall’indole decisa. Il problema è che Scott Pilgrim, al momento, è già impegnato con Knives Chau, liceale di origine asiatica che stravede per lui e che, grazie a lui, comincia ad appassionarsi alla buona musica e a uscire sempre più spesso di casa. Nonostante i costanti avvertimenti (e minacce) degli amici, Scott decide comunque di frequentare Ramona senza però chiudere la relazione con Knives, e nel momento in cui lo scoglio dell’incomprensione e del malinteso sarà oltrepassato, se ne presenterà uno ben peggiore: i sette malvagi ex di Ramona, disposti a tutto pur di impedire a Scott di uscire con lei.

Un momento del film.

“Per affrontare le avversità, prenditi una vita!”

I sette malvagi ex rappresentano un po’ sette boss di fine livello di difficoltà crescente, da sconfiggere per conoscere sempre più a fondo la ragazza (e per incrementare il proprio punteggio, ovvio) e conquistare insieme a lei la serenità desiderata. Ora, il punto è questo: non avendo letto l’opera originale e non volendo raccontare troppo nel dettaglio la genuina follia e genialità dei vari scontri con questi sette ex, mi limito a dire che ogni combattimento è una gioia per gli occhi. Intendo letteralmente, e lo intendo nel senso prettamente cinematografico dell’espressione. Pur essendo in buona sostanza un film comico, Scott Pilgrim vs. the World può vantare alcune fra le migliori e più spettacolari coreografie mai girate per un film tratto da un fumetto, o per un film d’azione americano in generale. Vedere Michael Cera, impossibilitato ad essere sostituito dalla controfigura a causa dei piani americani utilizzati durante buona parte dei combattimenti, esibirsi in fluide combinazioni di colpi eseguite con precisione è davvero, davvero divertente. La partecipazione sua e di ogni attore appare sentita proprio grazie alla dedizione totale mostrata nel curare nel dettaglio un aspetto così importante, eppure non fondamentale nella logica commerciale dell’opera.

Un effetto visivo nel film.

Gli effetti visivi non sono mai fini a se stessi.

Oltre alle splendide scene d’azione – arricchite di effetti visivi che, appunto, arricchiscono anziché appesantire o mascherare le limitazioni del girato –, a spiccare sono i dialoghi e il montaggio, anche se forse questi due elementi potrebbero essere lodati insieme in virtù di ciò che li accomuna e li fa spiccare: il ritmo. Dirigere un film comico, per Edgar Wright, equivale a giocare con le infinite possibilità che la macchina da presa consente, così come a giocare con i tempi. Non un singolo campo e controcampo didascalico, non un primo piano buttato là tanto per sopperire alla mancanza di un’idea sono riscontrabili nel suo film. I dialoghi sono esilaranti e fanno rischiare allo spettatore di strozzarsi dalle risate non per il loro contenuto, ma per il modo in cui vengono rappresentati. I silenzi, i rantoli, i sospiri, ogni cosa, ogni espressione è finalizzata a caratterizzare sempre più i personaggi, così come a offrire motivo di risate. Motivi ancora più presenti nelle azioni. Coprirsi i capelli con un berretto, allacciare le scarpe preparandosi per la sfida finale, uscire dalla “porta” sul retro o offrire un cappuccino vegano diventano pretesti per mettere in scena gag originalissime, tanto demenziali quanto, nella logica filmica dell’opera, perfettamente ordinarie. I tagli velocissimi operati da Wright nel descrivere le piccole azioni quotidiane, oltre a essere sinonimo del suo stile fin dall’esordio con L’alba dei morti dementi, rendono più asciutto e preciso il racconto, evitando al flusso narrativo prolissi e inutili intoppi.

Tanto, troppo ancora ci sarebbe da dire su Scott Pilgrim vs. the World. Un film che si permette di giocare con lo spettatore, con il genere, con il proprio linguaggio e con i suoi stessi personaggi, nonché un’opera curata meticolosamente e infarcita, una volta tanto, di riferimenti a chi il giocare lo apprezza davvero e non si accontenta di qualche grande attore che interpreti i suoi personaggi preferiti per essere felice.

Roberto Grussu

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