Silence e Arrival: il linguaggio dell’altro

Raccontare una storia con una morale sembra essere il più grosso dei rischi del mondo dell’intrattenimento moderno. Tutto deve essere oscuro, interpretabile, privo di un significato chiaro. Per paura di offendere qualcuno, magari, o per il terrore di attirare le ire di una delle centinaia di organizzazioni pro qualcosa che popolano il creato. Oggi spesso si leggono critiche legate proprio alla scelta dell’autore di trasmettere un messaggio, la voglia di dire qualcosa, pretendendo una sorta di imparzialità che materialmente è impossibile, perché ogni storia contiene una morale, che la si riesca a vedere o meno. A mio parere, è proprio in questo che risiede parte della forza del cinema di Clint Eastwood: la sua visione del mondo traspare da ogni fotogramma delle sue pellicole, e alla fine del film ti senti per forza un po’ più vicino a quel sogno americano tanto caro al repubblicano statunitense. Quello che dunque agli occhi di molti potrebbe sembrare un difetto, è in realtà il pregio più grande (tra i tanti) di due pellicole di uscita recente: Silence di Martin Scorsese e Arrival di Denis Villeneuve.

Un'immagine di Silence.

CONOSCERE L’ALTRO: SILENCE (anticipazioni)

Silence è il racconto di due preti gesuiti portoghesi che, verso la prima metà del XVII secolo, partono per il Giappone alla ricerca del loro mentore, Padre Ferreira, ormai disperso da molto tempo. Nel loro viaggio, dovranno affrontare il terrore delle persecuzioni contro i «Kirishtan», i cristiani convertiti dai missionari europei. 
Dopo una gestazione durata quasi due decenni, Scorsese ha portato a compimento un’opera comunque ancora terribilmente attuale. Il suo desiderio non è quello di mostrare atrocità e sofferenze dei fedeli, ma interrogare se stesso e l’osservatore su un tema tanto delicato quando moderno: «A me interessa come le persone percepiscono Dio, o, per così dire, come percepiscono il mondo dell’intangibile. Ci sono molte strade, e penso che quella che si sceglie dipenda dalla cultura di cui si fa parte». Il film riesce a stimolare queste riflessioni senza mai scadere nel banale, mantenendo sempre ben chiari i limiti imposti ai vari personaggi dalla cultura europea o da quella orientale, individuando anzi nell’unica figura consciente di entrambe le realtà il faro capace di interpretare le istanze delle differenti visioni del mondo. Ben prima della domanda sul cosa è Dio, è necessario dunque capire che visione si ha del divino, e l’impatto che questo ha sul modo stesso in cui vediamo e interpretiamo il mondo. In un’epoca dove lo scontro tra civiltà è diventato il centro del dibattito politico, Silence ci ricorda che un credo è anche cultura, parte integrante del nostro mondo, che si sia atei intransigenti o ferventi praticanti: prima di attaccare dunque i valori religiosi di un popolo, bisogna studiarne e capirne la cultura per poterli interpretare. 

COMUNICARE CON L’ALTRO: ARRIVAL (anticipazioni)

Arrival narra la storia di una linguista, Louise Banks, che viene ingaggiata dall’esercito americano per svolgere un compito tutt’altro che semplice: comunicare con degli alieni che, dopo essere atterrati in dodici diversi punti del pianeta, cercano di entrare in contatto con noi.
La struttura del film è gestita in maniera sostanzialmente perfetta per veicolare il tema principale della pellicola: il ruolo del linguaggio e della comunicazione nell’incontro e nello scontro con l’altro. Grazie a una staordinaria regia “gravitazionale” e a un sonoro sostanzialmente perfetto, Arrival ci mostra lo straniero come un incubo a occhi aperti, in un ambiente alienante che ribalta le leggi della fisica. Il primo impatto è terribile, straniante, produce un rifiuto categorico, suggerisce una risoluzione del confiltto immediata, che possa permetterci di tornare con i piedi per terra, nella nostra realtà, nel nostro mondo. 
Ma è proprio chi al linguaggio ha dedicato la vita che comprende l’importanza di una comunicazione così potenzialmente rivoluzionaria: è dunque da qui che Louise inizia un nuovo, straordinario percorso di studi su una scrittura che travalica le barriere del nostro linguaggio, e le permette di ragionare secondo nuovi schemi, seguendo nuove regole. Il film sfrutta con intelligenza decisi richiami all’ipotesi di Sapir-Whorf, la quale afferma che «lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla. Nella sua forma più estrema, questa ipotesi assume che il modo di esprimersi determini il modo di pensare». Da qui, trasformando l’assioma in fantascienza, il linguaggio diventa strumento del pensiero, che riesce a mettere quindi in contatto realtà diverse ma comunicanti tra loro, in un insieme di legami che per l’osservatore (e per Villeneuve) devono solo funzionare, non essere totalmente comprensibili. Arrival è un film sulle sottigliezze della lingua, sulle sfumature dei significati; un film che risponde alla costruzione di ridicoli muri di confine con l’esaltazione della parola e della comunicazione come armi straordinariamente potenti nelle mani di chi sa usarle. Un messaggio di fratellanza che sì, potrà risultare banale, moralista, ma vi chiedo: è davvero un problema?

Claudio Cugliandro

Anche se ama parlare solo di titoli indipendenti e di dissonanze, in realtà il suo passatempo preferito è sparare agli alieni insieme agli amici.
Fondatore di Deeplay.

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