Smetto quando voglio – Masterclass – Non c’è due senza tre

Da due anni il cinema italiano pare aver riscoperto la possibilità di sfornare pellicole di genere di qualità. Non è stata una riscoperta da poco, visto il valore medio di tutto – ma proprio tutto – ciò che usciva in concomitanza con i vari periodi di maggiore affluenza nelle sale. Che fossero cinepanettoni, o spazzatura confezionata bene o male nelle medesime modalità, da piazzare in sala quando i giganti da classifica statunitensi latitavano, le qualità artistiche… No, va bene, non esageriamo: i loro meriti in quanto opere di intrattenimento raschiavano il fondo, scavando sempre più disperatamente per scendere sempre di più, sempre di più. Poi è successo qualcosa.

Non il miracolo, altrimenti nelle sale avremmo avuto Federico Sfascia; ma comunque qualcosa di buono. Il primo Smetto quando voglio, infatti, fu un gioiellino d’inventiva. Un film che prendeva qualcosa dal cinema e dalle serie TV americane (quanto per omaggiarli e quanto per sbeffeggiarli?), lo mischiava con un’ironia e un modo di fare satira ostinatamente italiano, e non lesinava nella cura di ogni ingrediente usato per dare forma al risultato. Detta in altre parole, Smetto quando voglio era un film fatto davvero bene, con una fotografia contestualizzata, degli attori in ottima forma (l’esaltazione iniziale, per molti, fu proprio quella di vedere parte del cast di Boris nuovamente insieme in un altro progetto), una regia sicura e, più di ogni altra cosa, un soggetto al passo con i tempi, sviluppato con coerenza e senza nascondere minimamente la palese volontà di rigirare il dito nella piaga di alcuni fra i più enormi, irrisolti (forse irrisolvibili?) e sempre attuali problemi del Bel Paese.

Inaspettato o meno, fu un successo. E inaspettatamente o meno, ecco il passo successivo per avvicinarsi sempre maggiormente al modello produttivo a stelle e strisce: ciò che ha successo necessita di un seguito. O di due, magari girati insieme e proiettati a distanza di qualche mese, come accaduto per i vari Matrix, Ritorno al Futuro, Pirati dei Caraibi e compagnia cantante. Se questa possa essere stata una brillante trovata o meno, ce lo rivelerà proprio il terzo capitolo, già preventivamente intitolato Ad Honorem; intanto concentriamoci sul capitolo due: Masterclass.

Nel capitolo due della saga, i ricercatori si alleano con le forze dell'ordine.

Rimpolpare le fila.

La vicenda riparte esattamente dal punto in cui si era interrotta: Pietro Zinni, neurobiologo, è in carcere. Ci è finito per aver patteggiato, mediando con la propria detenzione la salvezza del resto dei suoi amici e colleghi, coloro che le forze dell’ordine avevano da tempo soprannominato “La banda dei ricercatori”. Pietro, perso il lavoro e i finanziamenti che gli consentivano di svolgere le sue ricerche, aveva infatti coinvolto altri precari come lui in un peculiare progetto: sintetizzare smart drugs – ovvero droghe le cui molecole non sono ancora finite nel registro delle sostanze illegali – e venderle, per poter così risolvere i problemi finanziari di ognuno di loro senza la minima ripercussione penale. Le cose, ovviamente, non si dimostrarono così semplici, e alla fine dell’avventura la ricompensa si palesò ugualmente sotto forma di reclusione.

I primi minuti di Masterclass si assumono il compito di riepilogare gli eventi, forse perfino troppo lentamente, tanto da lasciare la sensazione che dovessero in qualche modo occupare una certa quantità del minutaggio totale. Sensazione che lascia, sebbene per motivi diversi, anche la sequenza di reclutamento dei nuovi membri della banda: un trafficante un po’ imbranato, un anatomista che si distrae al momento meno opportuno e un avvocato poco convincente. Sebbene la presenza di queste diverse scene conferisca indubbiamente al film un’aria più internazionale, a non convincere pienamente è la modalità con cui queste sono messe in piedi. Appaiono troppo sconnesse rispetto al resto degli eventi, non si ha una percezione del tempo che intercorre tra un viaggio e l’altro – l’azione si sposta infatti fra Africa, Thailandia e Città del Vaticano –, e in generale il carattere da gag con cui sono costruite in qualche modo stona con tutto il resto della pellicola. Poco male, comunque, perché il bello viene subito dopo.

Una volta riuniti e tutti motivati dallo stesso identico fine – identificare trenta molecole ancora legali ottenendo in cambio una fedina penale pulita –, per “La banda dei ricercatori” ha inizio una missione in cui ognuno dei suoi membri avrà un ruolo specifico, esattamente come già avvenuto nel primo capitolo. Due le problematiche che la soluzione narrativa delle trenta molecole da scovare porta con sé: l’eccessiva fretta nel far scorrere il contatore prima, messo in scena con soluzioni visive piuttosto didascaliche ma in cui non manca qualche trovata comica brillante, una brusca frenata nell’incedere degli eventi poi, in cui, come da copione, a traguardo raggiunto, viene a manifestarsi la sua inconsistenza e si palesa il vero punto d’arrivo finale, apparentemente irraggiungibile. Proprio da questo momento in poi, sebbene il film si mantenga su buoni livelli per tutta la sua durata, entrano in scena le trovate veramente brillanti, la comicità più delirante e i colpi di scena per cui tutti: «Quando esce il seguito?».

La sequenza meglio riuscita di questo secondo capitolo, è l'inseguimento finale.

Non siamo mica gli americani…

L’inseguimento finale, infatti, è semplicemente bellissimo. Bellissimo per la messa in scena, per l’assoluta mancanza di epicità con cui viene reso, per insegnare al pubblico in sala come reagisce un corpo quando salta su un vagone in corsa e, sopra ogni altra cosa, per le risate. Le risate folli, il sorriso cretino che si stampa sul volto da un certo momento in poi e che non se ne va fino alla fine.

Missione compiuta, quindi? Missione compiuta. Nonostante la satira pungente del primo capitolo si sia data alla macchia, venendo sostituita da una scanzonata ironia da buddy-movie in cui, purtroppo, alcuni dei migliori personaggi non sempre hanno lo spazio che meritano; nonostante una scena d’azione, più o meno a metà film, un po’ goffa, e nonostante qualche momento meno carico. Cose che si perdonano senza troppe difficoltà, a questo Masterclass, che probabilmente più di tutto sconta il ruolo di capitolo d’intermezzo, in cui gli eventi devono ripartire prima e avviarsi al grande epilogo poi.

Sempre adatta la fotografia, sempre più sicura la regia di Sibilia, sempre bravissimi tutti gli interpreti. Un risultato niente male per un capitolo due. Soprattutto se, dei capitoli due, il cinema italiano ne aveva dimenticata l’esistenza da tempo.

Roberto Grussu

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