Cinema

Black Mirror: Bandersnatch – Interazione o interattività?

Raccontare cosa sia Bandersnatch, episodio speciale rilasciato al di fuori delle stagioni regolari di Black Mirror, nonostante il suo riscontro sul grande pubblico, mi sembra quasi superfluo. A meno che non abbiate volontariamente annullato completamente la vostra permanenza sui social media – e il conseguente dibattito che ne deriva nelle relazioni sociali dal vivo – saprete benissimo che si tratta di un lungometraggio interattivo nel quale lo spettatore determina quale direzione dovrà prendere la storia.
Non ritengo interessante andare a fare paralleli tra linguaggi del cinema e del videogioco, tirando in ballo le ormai ridondanti questioni riguardanti David Cage e DontodThe Stanley’s Parable o i vecchi (e nuovi) esperimenti in full-motion video; poiché ormai ci si può permettere di sviscerare altre questioni che trascendono il confronto.

Sicuramente più stimolante e utile che entrare nel dettaglio della tecnica impiegata è discutere della sceneggiatura di questo speciale episodio e dei temi tirati in ballo, ma soprattutto di come essi vengano gestiti e presentati a chi guarda e interagisce.

Bandersnatch

La storia del dicannovenne Stefan, adolescente schizofrenico con il sogno di diventare progettista di videogiochi, si allinea in modo abbastanza naturale con tutte le suggestioni che negli anni Black Mirror ha voluto mettere in tavola: le ansie derivanti dal progresso tecnologico, il controllo corporativo, le reclusioni e gli isolamenti di una società sempre più social e meno sociale. Se a questo, poi, aggiungiamo un’estetica anni ’80 molto in voga e di interesse per un pubblico estremamente esteso, anche grazie alla stessa Netflix e ai suoi Stranger Things Glow, viene abbastanza facile capire come Bandersnatch sia un prodotto molto affine a livello argomentativo, estetico e tematico a tutto ciò che è marcatamente pop in questi ultimi anni.

Far ruotare lo svolgimento intorno allo sviluppo di un videogioco ispirato ai libri game, che sono il principio da cui deriva anche la formula del film, è una mossa furba e intelligente che permette di far confluire storia, significati e mezzi in un unico punto nel quale tutto si riconosce. Ma è proprio nel suo essere eccessivamente meta-testuale che Bandersnatch fallisce, rinunciando a una particolare estro in fase di scrittura per far posto a una riflessione ripetuta e costante tra realtà e finzione, quasi mai sorretto da pathos e coinvolgimento ma che risulta troppo fine a se stesso e relegato alla strizzata d’occhio – come la ruffiana e al limite del fastidioso presa in considerazione di Netflix da parte del protagonista – verso lo spettatore. Non ho trovato grandi guizzi negli interessanti spunti posti in opera – come ad esempio la motivazione interna alla trama per il quale si possono ripercorrere le scelte e modificarle -, ma semplicemente cristallizzazioni teoriche che non vengono arricchite da descrizioni, e non ho percepito tensioni tra i personaggi che siano giustificate dalle loro costruzioni, o ancora situazioni che non sfocino in cliché stereotipati e scontati (come il prevedibilissimo collegamento interno con le speculazioni cospirazionistiche). Si preferisce quindi un’accelerazione sulla fruizione e su ciò che è strettamente strumentale più che descrittivo, dove l’attenzione richiesta è soltanto stimolata dalla natura tecnologica del prodotto.

bandersnatch

Stupire più per la forma che per il contenuto, forzando la mano in ambienti e su target non propriamente avvezzi a discorsi troppo particolareggiati ma più attenti alla curiosità sorprendente. È ben chiaro, a parer mio, che Bandersnatch per Netflix rappresenti questo: un banco di prova all’interno del quale iniziare a scavare e sperimentare, concentrandosi prima di tutto sul cosa. Questa, almeno per me, non è però una giustificazione che salva il prodotto e ne fa dimenticare le criticità; poiché non si può pensare soltanto a ciò che il film permetterà di fare ma anche e soprattutto a ciò che è al momento della sua uscita: un esperimento curioso che fa convergere una serie di successo a un metodo che l’azienda americana ha iniziato a testare – questo è infatti il terzo titolo di questo tipo che viene proposto sul servizio di streaming – ma che sente ancora la mancanza della giusta struttura narrativa.

Analisi #Cinema

Black Mirror: Messaggio al primo ministro – Mettersi a nudo

Interno notte, campo medio, silenzio. Una coppia dorme nel proprio letto. Il loro sonno viene improvvisamente disturbato dal movimento di un cellulare che comincia a vibrare sul comodino, finendo per cadere sul pavimento. È lecito aspettarsi una reazione a questa rottura dell’equilibrio che l’inquadratura ci offre, ma niente. Qualche altro secondo di attesa ed ecco che un altro telefono comincia a squillare, ma questa volta il suono è così forte da svegliare l’uomo, che con un brusco movimento si alza dal letto per rispondere e ristabilire il silenzio. La rottura dell’equilibrio viene palesata anche dal movimento della macchina da presa che avanza lentamente fino a descrivere un primo piano dell’uomo, il quale appare turbato profondamente da una notizia del tutto inaspettata. Stacco.

Nessuna introduzione, la narrazione comincia in medias res: il protagonista è il Primo ministro del Regno Unito, tale Michael Callow, il quale è condotto nel suo ufficio da alcuni collaboratori, che devono mostrargli qualcosa di estremamente importante. La principessa Susannah, duchessa di Beaumont, è stata rapita, e per ottenere il suo rilascio è stato chiesto un riscatto alquanto particolare. Il Primo Ministro non si scompone, sa che c’è una procedura da seguire, si informa circa la cifra richiesta dal rapitore. I suoi assistenti gli intimano di stare calmo e proseguire la visione del video ricevuto in piena notte: poco per volta, le informazioni gli vengono concesse, andando a comporre l’impalcatura mentale di quello che sarà il patibolo del politico, che diviene progressivamente cosciente di non avere spazio alcuno per agire in contropiede, perché si trova di fronte a una persona che ha pensato a tutto nei minimi dettagli. Il videomessaggio è stato caricato direttamente su YouTube, acquisendo in pochi minuti una viralità tale da non poter essere eliminato in nessun modo dalla rete. Le condizioni del riscatto sono molto semplici: Michael Callow deve avere un rapporto sessuale con un maiale in diretta mondiale; a seguire, un elenco di procedure tecniche volte a garantire l’autenticità dell’atto (si fa riferimento al movimento Dogma 95) e l’impossibilità, da parte del governo, di imbrogliare il rapitore.

il primo ministro viene a conoscenza del video caricato su youtube

Il Primo ministro è stato svegliato nel cuore della notte per una seccatura. Né lui né lo spettatore sanno ancora di che si tratta.

Quale modo migliore per rendere lo spettatore partecipe di una tragedia umana, se non quello di scioccarlo con un evento fuori dell’ordinario, a carattere grottesco? In questo mediometraggio i cittadini del Regno Unito assumono esattamente la stessa funzione dello spettatore di un film qualsiasi, ovvero osservano lo svolgersi di una serie di eventi da una posizione privilegiata, senza possibilità di intervento. Il rapimento non riguarda nessuno di noi, il racconto pone subito le distanze tra pubblico e protagonista, messo nella scomoda posizione di dover prendere una scelta di vitale importanza, che avrà ripercussioni nell’opinione pubblica mondiale e che, prima di tutto, andrà a riforgiare la sua duplice immagine, quella di uomo politico ed essere umano al tempo stesso.

Significativa per un’intera lettura del film è la scena che si svolge all’interno dell’ufficio del Primo ministro, durante cui la moglie del protagonista sfoga la sua rabbia per la situazione ingestibile nella quale le loro vite sono precipitate da un momento all’altro. «Stanno ridendo tutti di noi. Conosco le persone. La gente ama le umiliazioni, ne va matta. Nelle loro teste succede già. Nelle loro teste, lo stai già facendo». Sono le parole disperate ma lucide della moglie del Primo ministro. L’uomo è vittima di una pubblica umiliazione contro cui non esistono mezzi difensivi, perché l’offesa ha una salienza maggiore di qualsiasi tentativo di risposta, che arriverà sempre con un ritardo temporale, sufficientemente lungo da far sì che l’interesse degli altri possa andare perduto o spostato su qualcos’altro. È una problematica particolarmente attuale, che prende piede nel contesto della connettività permanente che collega tutti noi cittadini del mondo in un sistema nervoso digitale in cui riversiamo continuamente e volontariamente pezzi di noi stessi. Basti pensare ai numerosi attacchi informatici volti a diffondere in rete foto e mail private di personaggi famosi, esponendoli alla più efferata critica del pubblico, sempre pronto ad azzannare le vittime indifese per lasciarle poi sole non appena la vicenda diventa più chiara e le voci di corridoio diventano fatti.

il primo ministro è oggetto di sberleffo dell'intero mondo

Assistere alla pubblica umiliazione di un politico, accompagnata da una bella birra. Ti unisci a noi?

A essere messa in discussione è anche la stessa natura umana del Primo ministro: i suoi colleghi gli riportano i consigli degli psicologi, che suggeriscono di mantenere il controllo per l’intera durata del supplizio. Una smorfia di troppo potrebbe essere letta come sintomo di piacere e “fare sesso” con l’animale diventerebbe magicamente “fare l’amore” nella mente di tutti. Il terrorista sa quali effetti possono scaturire dal passaparola, che può mutare velocemente in disinformazione e calunnia. «Il terrorismo è il modo di fare la guerra oggi, nella cultura dell’informazione; invece di spendere grandi quantità di vite umane e di soldi nell’acquisto di materiale tecnico, si può ottenere lo stesso effetto tramite un gesto puntuale, che si diffonde immediatamente sulle onde del sistema di comunicazione mondiale»¹: la guerra che si svolge in Messaggio al Primo Ministro è però invisibile, quindi il ruolo del sequestro è quello di rendere evidente questa situazione.

Quando ogni speranza è andata persa, si giunge alla scena più attesa, il momento di umiliazione personale del nostro eroe, deciso a obbedire al ricatto pur di salvare l’amatissima Principessa Facebook. Le immagini però tradiscono le nostre aspettative, perché ciò che ci viene mostrato non è l’atto sessuale immondo, ma piuttosto una panoramica della reazione dei cittadini, i cui sguardi sono inchiodati agli schermi, colmi di bramosia. Risa di scherno in prima battuta, disgusto e pena in un secondo momento, disperazione e senso di inadeguatezza infine. Lo spettacolo in TV è come una calamita per gli occhi, ma quello che viene trasmesso è tutto tranne che divertente. Si fa strada nella coscienza una piccola idea: l’ombra della cattiveria umana è venuta a galla prepotentemente, e a pagarne le conseguenze è un solo uomo, che apparentemente non ha fatto nulla per meritare quella penitenza.

il primo ministro si è umiliato, ma nessuno più ride

Lo spettacolo non era poi così divertente. Cosa ci facciamo qui?

L’istanza narrativa si prende gioco dei cittadini in toto, sfruttando la miseria di un uomo che deve sacrificare se stesso per permettere a tutti di continuare le loro vite come sempre, ma svelando al tempo stesso la loro natura ingenuamente crudele. «Possiamo avere un altro Primo ministro», è ciò che il popolo dice di Callow. Mentre tutti sono impegnati a guardare il consumarsi della tragedia, ci viene mostrata la principessa liberata che vaga per strada stordita, rilasciata poco prima dei fatti in corso. Purtroppo nessuno può avvisare il Primo ministro, perché sono tutti impegnati a vederlo abbandonare quel briciolo di umanità rimastagli, come se fosse la cosa più interessante e importante della loro giornata, uno spettacolo che nessuno deve azzardarsi a disturbare. Siamo di fronte a una burla in piena regola. È solo a fine episodio infatti che viene chiarita l’identità del rapitore, un artista che ha voluto compiere un esperimento sociale epocale («il primo capolavoro del ventunesimo secolo» dice qualcuno), che ha pagato però con la vita il risultato della sua folle idea. Si sarà impiccato per l’enorme delusione circa la realtà in cui vive? Non ci è dato saperlo.

tutti sono interessati alle sorti del primo ministro, della principessa poco ci importa

Tutto nasce per liberare la principessa, eppure nessuno è pronto ad aiutarla. La città è in pausa.

Negli ultimi istanti del film, ambientati esattamente un anno dopo il tragico esperimento, ci viene mostrato Michael Callow in perfetta forma. Il suo consenso è aumentato a dismisura e nulla sembra essere accaduto, come affermano gli stessi notiziari. Eppure, una volta rientrato al numero 10 di Downing Street, i colori delle immagini si rifanno piatti e grigi come lo erano durante lo svolgersi del dramma, il silenzio ripiomba in casa e tutto ciò che ci accompagna ai titoli di coda sono gli sguardi mortificati, tristi e delusi dei due coniugi, la cui quotidianità è stata spazzata via per sempre, coperta dall’imbarazzo. Come un moderno redentore, Michael Callow è stato il capro espiatorio che ha permesso all’uomo di perpetuare le sue miserie senza pagarne le conseguenze, se non per un istante di ripugnante autoconsapevolezza.

Messaggio al Primo ministro è la perfetta introduzione per una serie come quella che vuole essere Black Mirror, un modo anticonvenzionale di sensibilizzare lo spettatore su tematiche che riguardano il continuo processo di evoluzione che stiamo vivendo come specie, dominato dal progresso tecnologico e dalle sue potenzialità applicative ai contesti quotidiani e alle modalità con le quali interagiamo tra noi.

 

Fonti

¹ De Kerckhove D. (2014), Psicotecnologie connettive, Egea, Milano.

Analisi

Orwell – Sicurezza o libertà?

Il periodo storico in cui viviamo verrà probabilmente considerato come uno dei più rivoluzionari della storia dell’uomo. È infatti in corso, oramai da più di un decennio, una vera e propria digitalizzazione del nostro io, che spesso tendiamo quasi a scindere in due profili diversi: quello digitale e quello reale. Il tempo, le attenzioni e l’interesse profusi nel caratterizzare e arricchire i nostri dati digitali sono quasi equiparabili ai momenti dedicati al nostro vivere in società. Al contrario di quanto accade nel contesto reale, la totale mancanza di un’alfabetizzazione dei nuovi media ha però generato, come diretta conseguenza, una cultura deviata e frammentaria del web da parte della massa: dai profili falsi fino alle pagine aziendali, Facebook e affini rappresentano oggi un calderone di approcci alla comunicazione che spaziano dal passatempo all’attività lavorativa. Se dunque le consuetudini della società civile ci vengono insegnate implicitamente durante l’infanzia, tramite la famiglia, la scuola e i media tradizionali, i social e il web sono ancora oggi un Far West della comunicazione, dove vige la legge del più forte e, spesso, del più disinteressato. Tutto ciò inizia ad avere delle ripercussioni sul piano legislativo, sia in Italia che nel resto del mondo, ma la ricchezza e la complessità dei provvedimenti al riguardo non sono di certo paragonabili a quelli relativi al contesto reale.

I membri di Osmotic.

I membri di Osmotic.

Dunque, cosa ne sarà dei nostri profili social nel prossimo decennio? Come verranno trattati i nostri dati digitali? Fin dove ci spingeremo nel concederci totalmente alla rete? E saremo consapevoli di farlo? È su queste domande che ci interroga Orwell, esperienza investigativa creata dalla tedesca Osmotic, che recupera le tematiche di uno dei romanzi più influenti di sempre, aggiornandole alla nostra contemporaneità e calandoci nei panni di chi questi dati deve analizzarli e valutarli. L’opera ci chiede infatti di sfruttare un nuovo, straordinario strumento informatico, denominato Orwell, per poter analizzare, controllare e hackerare ogni tipo di informazione presente sul web, al fine di individuare l’origine di una serie di attentati terroristici che stanno colpendo la Nazione (così si chiama il paese che dovremo proteggere). Partendo dal fotogramma sfocato di una telecamera, ci districheremo tra social, web, codici bancari e app per cellulari, scoprendo non solo ciò che ci interessa, ma anche la vita sentimentale e privata dei vari profili e personaggi coinvolti nella vicenda.

La struttura di gioco di Orwell è abbastanza atipica, ma assolutamente funzionale nell’affrontare il tema della digitalizzazione e del controllo governativo: tutto ciò che potremo fare, infatti, sarà operare dal nostro PC attraverso i vari profili che ci verrà chiesto di approfondire. La schermata del progetto Orwell è divisa in due parti: una necessaria per archiviare le informazioni, l’altra per scovarle. Nella prima dovremo infatti trascinare, come con la più classica delle cartelle, tutti quegli indizi che il sistema considera come validi e pertinenti all’indagine, e saremo noi, in quanto umani, a doverli filtrare secondo le necessità investigative, individuandoli nella seconda schermata. Per evidenziare questa peculiarità del sistema Orwell, ogni tanto ci verrà richiesto di dover scegliere quale informazione considerare valida tra quelle suggerite dal sistema informatico, poiché a volte potrebbero contraddirsi in base alla fonte, e questo cambierà in maniera diretta la storia o la nostra comprensione della stessa. È fondamentale sottolineare che il sistema processerà ogni tipo di informazione rintracciabile sul web, che provenga da un commento in un blog abbandonato da anni, o dall’ultimo dei post nella bacheca privata. Indirettamente, dunque, Orwell ci chiede di valutare forme, modi e contenuti delle varie realtà che caratterizzano il web, e in base alla nostra opinione verrà probabilmente plasmata la storia della Nazione. Consideriamo più credibile ciò che viene scritto in chat privata, o sul profilo Facebook? Che valore diamo a un’emoticon? Si è più sinceri quando si scrive con un profilo falso? Nonostante sfrutti dunque un gameplay semplice, intuitivo e immediato, Osmotic è stato in grado di renderlo la base interattiva di un racconto stimolante e sfaccettato.

Uno screen di Orwell.

A sinistra, l’archiviazione dei dati. A destra, il motore di ricerca delle informazioni, evidenziate in blu o giallo.

In Orwell ci troviamo infatti di fronte a una storia che cresce nei ritmi al calare delle nostre sicurezze, che mette in luce tutte le incoerenze, le assurdità e i dubbi che un sistema di controllo come questo può generare oggi. Senza inutili orpelli quantitativamente validi ma qualitativamente pessimi (Watchdogs 2), l’opera di Osmotic mette al centro dell’esperienza pochi elementi, che permeano però l’intera produzione e che si sviluppano nell’arco di pochi, caotici giorni d’indagine. Lo fa dando spazio a molti personaggi, dai nostri colleghi fino agli indiziati principali, rendendoci partecipi delle loro evoluzioni personali e scrutandoli attraverso la lente del web e dei social, condividendo con loro non solo pensieri e opinioni politiche, ma anche interessi e passioni, che li rendono tanto pericolosi allo sguardo della macchina, quanto umani ai nostri occhi. Ciò che forse sorprende più di tutto è che Orwell riesce a stimolare queste riflessioni nonostante la pessima caratterizzazione dei personaggi principali e di contorno, spesso inquadrati in stereotipi decisamente scontati e onnipresenti nella narrativa di genere: dal punk in lotta contro il sistema fino alla ribelle figlia della grande industria, le personalità di Orwell sono abbastanza inquadrate anche nelle loro evoluzioni.

Uno screen di Orwell.

Persino il design delle pubblicità è ben curato.

La direzione artistica dell’opera Osmotic sfrutta un design minimale e moderno, senza voler suggerire un futuro troppo lontano e distante dalla contemporaneità, al contrario di altre produzioni simili degli ultimi anni (Deus Ex: Mankind Divided). Anche i mezzi a nostra disposizione, nonché quelli utilizzati dagli altri personaggi della vicenda, sono quelli della quotidianità, per rimarcare e sottolineare l’attualità di questi rischi per la nostra persona, senza relegarli a un futuro distopico e lontano. Sono inoltre visivamente intriganti le interfacce e il design dei vari social, blog e strumenti di comunicazione rappresentati all’interno di Orwell, dal sito del Governo fino all’organo di stampa più famoso del paese, passando per le bacheche del social di tendenza e tra i blog di controcultura.

Come detto in apertura, essendo un’esperienza che si modella indirettamente sulle scelte del giocatore, Orwell non offre risposte, ma estremizza e stressa situazioni ed eventi per stimolare una nostra riflessione più attenta su vicende e temi che dovrebbero essere tra i più importanti dell’epoca moderna. Il valore dei dati digitali, il loro controllo e la loro diffusione sono concetti complessi e dalla difficile trattazione, e che nell’epoca moderna stanno passando dall’interesse delle penne fantascientifiche, alla cura delle tastiere legislative. Il mondo creativo e culturale non può stare a osservare, poiché uno dei pochi in grado di stimolare il dibattito tra le più ampie fasce sociali. Orwell è uno degli esempi più interessanti e utili di questo potenziale percorso, che sebbene sia distante dalla qualità e dalla forza di opere tematicamente affini come Black Mirror, al contempo riesce a fornire uno spunto interattivo ben più coerente e corposo dei corrispettivi videoludici che popolano il panorama odierno.

 

Ho potuto giocare Orwell grazie a un codice inviatoci dagli sviluppatori.