Analisi

Just, Bearly: mi uccide il pensiero di dover essere vivo

“La mia depressione è stata sempre collegata alla convinzione che ero letteralmente un buono a nulla. Ho trascorso la maggior parte della mia vita, almeno fino all’età di trent’anni, a credere che non avrei mai potuto lavorare. Intorno ai vent’anni mi sono barcamenato tra studi post-laurea, periodi di disoccupazione e lavori temporanei. Non ho sentito di appartenere ad alcuno di questi ruoli e contesti – non agli studi post-laurea, perché mi sentivo un dilettante che aveva in qualche modo simulato la possibilità di intraprendere quella strada, non ero uno studioso all’altezza del compito; né allo status di disoccupato, perché non ero realmente disoccupato, di quelli onestamente in cerca di un lavoro, ma piuttosto uno scansafatiche; né alle occupazioni temporanee, perché sentivo di svolgerle da incompetente, e in ogni caso non appartenevo davvero a questi lavori d’ufficio o di fabbrica, non perché mi sentivo “superiore” ad essi, ma – esattamente al contrario – perché ero eccessivamente educato e inutile, e perché rubavo il lavoro di qualcuno che ne aveva bisogno e lo meritava più di me.”
– Mark Fisher, Buono a nulla

Le urla della sveglia interrompono bruscamente i miei pensieri, dandomi la prima, pessima notizia della giornata: un nuovo giorno è iniziato. Il dover aprire gli occhi si rivela per l’ennesima volta quella tortura fisica che nessuno dovrebbe affrontare, appena sveglio. Dopo un violento scontro con quella parte di me che richiude le palpebre a ogni nuovo tentativo d’apertura, mi dedico alla stesura del curriculum, in attesa dell’orario più consono per mettermi in cammino verso l’università. La testa suggerisce esperienze e studi, ma alla fine tutto ciò che riesco a scrivere è: “competenze: nessuna”.

Una volta in marcia per raggiungere il fronte (conosciuto anche come università), mi metto alla ricerca della mia droga giornaliera, senza la quale sarei già annichilito dal mio stesso desiderio di non fare e pensare nulla: il caffè. Una volta alla cassa, il continuo rimescolarsi di pensieri inutili e idee indistinte mi offusca la mente e limita le mie capacità dialettiche, facendomi sembrare una sorta di manichino costantemente sovrappensiero, che appena ritrova contatto col reale interrompe gli altri per poter finalmente dire ciò che voleva, finendo per peggiorare la situazione. Ordino quindi un cappuccino, anche se volevo un espresso. Peccato, oramai è fatta.

Con la coda tra le gambe, evito lo sguardo dei pendolari sul treno, delle ragazze al bar, dei padroni di cani che vorrebbero giocare con il mio, quando passeggio con lui al mattino. Tiro dritto verso il mio obiettivo, sognando di tornare il prima possibile a casa per essere al sicuro da sguardi indiscreti.

A causa del loro affetto, gli amici cercano di coinvolgermi in uno di quei ritrovi sociali di cui non riesco a cogliere il senso e il peso, forse per paura di ritrovarne uno. Feste, serate, eventi mondani e tradizioni popolari diventano il pericolo più grande all’interruzione della mia routine, ultimo appiglio a una quotidianità che cerca di darmi uno scopo, un fine. Prima “gli altri” erano troppo semplici e banali, e io mi vedevo come troppo superiore per parlare con loro; ora lavorano o studiano tutti, mentre io sono parcheggiato all’università da anni e faccio qualche lavoretto sottopagato e privo di qualsiasi dignità sociale. Inserirsi nel dibattito è difficile, non so cosa dire e quando dirlo.

Di ritorno dalle risa di facciata e dallo stress del confronto sociale, mi riprometto che “mai più”.
Vado a letto, contento di esser sopravvissuto un altro giorno, ma sapendo di aver vinto solo una battaglia, e non la guerra. Verrà un altro invito, una nuova festa, un ennesimo evento sociale irrinunciabile per status e tradizioni, pena un’ulteriore marginalizzazione di gruppo, che ti scaglierebbe con ancora più forza nel baratro in cui già stai sprofondando a velocità vertiginosa, e di cui non vedi la fine. 
Dormo male, mi agito, non prendo sonno. La risposta è una maratona, l’ennesima, di Friends, How I Met Your Mother o New Girl. Storie di amicizie e amori così grandi e forti da superare ogni difficoltà. Adoro la fantascienza.

Nel mentre, è già mattino. Sveglia, aprire gli occhi, cappuccino non voluto, sguardi, pensieri, paure, ansia. Tutto si ripete, all’infinito, in un ciclo che mi sembra descrivere tutta la mia vita. Mi uccide dover essere vivo. Sopravvivere, farcela appena.

E poi, un giorno, incontro lei.

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