Analisi

Call of Duty: WWII – Stelle, strisce e sangue

Dopo una serie di capitoli dallo scarso rilievo qualitativo ambientati in un futuro tecnocratico e belligerante, a seguito del successo dei competitori commerciali anche Activision decide di tornare alle origini della sua serie di punta, Call of Duty, proponendoci un titolo riuscito sotto l’aspetto ludico ma che inciampa in alcuni elementi che, pur non essendo tradizionalmente accostati al brand (narrativa, caratterizzazione dei personaggi e scrittura), sarebbero potuti essere approfonditi con più eleganza e intelligenza. In quello che è uno dei contesti bellici più interessanti di sempre, sembra che tutto ciò che si sappia raccontare della guerra è legato all’amor di patria, al dovere e alla perdita, mancando completamente, anche questa volta, temi come la fratellanza e gli istinti primordiali che annichiliscono la mente dei soldati. 

Call of Duty:WWII racconta la storia del giovane texano Ronald “Red” Daniels e degli uomini della sua compagnia alla vigilia dello sbarco in Normandia, che li porterà ad affrontare l’esercito tedesco nei vari teatri di guerra europei d’Europa (Francia, Germania, Belgio). Pur tentando timidamente di raccontare gli orrori della guerra e il rapporto fra i componenti della squadra, Call of Duty: WWII scade fin troppo spesso in un idealismo americano di cui molte produzioni videoludiche (e non solo) sono oramai infettate, assumendo quasi le sembianze di un “videogioco propaganda“. Serie di giochi come Brothers in Arms hanno dimostrato come si possa parlare di umanità in posti dove la parola stessa ha perso di significato, ma Call of Duty:WWII ripercorre le stesse strade del passato, sebbene sembri cercare di fare altro. Il racconto si conclude con un’idealizzazione della fazione statunitense come ancora di salvezza mondiale durante la Seconda Guerra Mondiale, senza citare altre nazioni non rappresentate dalle stesse e dalle strisce. Unica eccezione, i livelli ambientati a Parigi, dove la squadra entrerà in contatto con la Resistenza Francese in quello che è un vero e proprio omaggio al film cult Bastardi senza gloria di Tarantino.

La fase con i partigiani francesi è sicuramente la più riuscita del gioco.

Al di là dei rimandi a Salvate il soldato Ryan, le vicende dai toni epici sembrano ispirarsi più alla serie televisiva Band of Brothers (non a caso spin off del film di Spielberg), senza però raggiungere i livelli di quest’ultima. La sensazione finale è quella di avere fra le mani un prodotto ben confezionato ma che avrebbe potuto cogliere l’occasione per raccontare qualcosa di più. L’aspetto puramente narrativo non è mai stata una prerogativa della serie, ma gli sviluppatori avrebbero potuto approfittarne visto il ritorno al passato e la mole di opere a cui ispirarsi, oltre alla precisa scelta di ricorrere a un contesto storico così rilevante e carico di significati. Anche la parentesi relativa al tema dell’olocausto di cui si era parlato in fase marketing non è quasi presente: le vicende del popolo ebraico vengono soltanto citate in un breve dialogo del protagonista poco prima che cominci una missione che lo vedrà diretto verso un campo di prigionia per soldati americani. Ancora una volta, sembra tutto ruotare intonro agli USA, e la mancanza di coraggio insieme all’assenza di una prospettiva storica credibile si fanno sentire più che mai.

Ciò che si fa apprezzare, come al solito, sono le fasi d’azione e le ambientazioni. Si passa dalle spiagge della Normandia alle foreste tedesche innevate, colorate soltanto dal sangue degli uomini caduti e dai suoi alberi neri. Quest’ultima parte regala degli scorci mozzafiato, grazie soprattutto al lavoro svolto sulla fotografia dei filmati, accompagnata da un comparto tecnico sorprendente. Le parti più concitate, fiore all’occhiello della serie, a questo giro risultano essere molto più contenute, forse a causa del contesto in cui si ambientano gli eventi. Il gameplay subisce qualche lieve modifica rispetto al passato, per incitare il giocatore a collaborare con i compagni di squadra e a non affrontare i nemici a viso aperto: ogni soldato avrà infatti la possibilità di rifornirci di munizioni, granate e medikit (la rigenerazione automatica è stata rimossa), e potrà indicarci i nemici e passarci granate segnaletiche per l’artiglieria, una novità gradita che trasforma il modo del giocatore di approcciarsi al gioco, da macchina da guerra autosufficiente a compagno di squadra. Altra piccola novità è quella di poter trascinare compagni feriti dietro i ripari e di intimare i nemici di arrendersi, anche se quest’ultima meccanica mi è risultata poco chiara. Piccole novità che tentano timidamente di suggerire temi quali la fratellanza e l’umanità, assolutamente poco supportati dal resto del gioco.

La resa grafica regala ambientazioni a tratti suggestive, come le foreste tedesche.

Mettendo da parte l’esperienza singleplayer, il titolo Sledgehammer offre un multiplayer come sempre solido che ritorna con qualche buona novità, a partire dalla zona social (simile a quella di Destiny): sulle spiagge della Normandia verrà allestito un quartier generale dove potremo infatti interagire con altri giocatori, oltre che consultare la posta, accettare contratti, addestrarci al poligono, modificare il nostro logo e accedere a tutta una serie di funzioni che ci risulteranno utili durante le nostre partite online. Relativamente al multigiocatore, una novità è l’introduzione della modalità Guerra, in cui i due schieramenti si affrontano in una serie di obiettivi lungo la mappa, con tanto di brevi cinematiche. Capiterà infatti di dover difendere un bunker con all’interno della vitale strumentazione radiofonica, mentre l’esercito nemico dovrà entrare dentro e piazzare cariche esplosive, oppure di dover costruire un ponte per poter permettere ai carri di avanzare. La modalità predilige il gioco di squadra, aggiungendo quel pizzico di tattica di cui anche Call of Duty in fondo ha bisogno, di tanto in tanto. Una delle poche critiche che mi sento di muovere al multiplayer è la mancanza di mappe pensate per lo scontro a distanza con fucili di precisione, fatta eccezione per una sola ambientazione, la Flak Tower, che mette comunque in difficoltà i potenziali cecchini inserendo il “punto alto” posto proprio al centro della mappa, esponendo i tiratori al fuoco nemico su ogni lato.

Le cut scene sono una gioia per gli occhi. Oltre al lavoro di fotografia, da sottolineare anche il lavoro svolto sulle animazioni facciali dei personaggi.

Nulla da dire sulla modalità Zombie, funzionale e divertente al punto giusto, come sempre. Ancora una volta ci viene proposta una trama fuori dagli schemi a metà fra Grindhouse e L’Armata delle tenebre a sfondo nazista, con personaggi sopra le righe e ambientazioni inquietanti da esplorare da cima a fondo insieme al proprio gruppo di amici. Quella che fu una piccola aggiunta nel quinto capitolo della serie è diventata probabilmente la modalità più amata dai fan, spingendo gli sviluppatori ad investire tempo e risorse nella sua produzione.

Call of Duty non sembra essere il mezzo in cui cercare trame elaborate, ma ogni tanto non mi dispiacerebbe veder trattare contesti del genere con più rispetto e occhio critico. Sia il cinema che la letteratura ci hanno mostrato come sia possibile raccontare di storie e persone in contesti bellici. In ambito videoludico, invece, quello degli FPS sembra essere un genere ancora attaccato a vecchi stilemi di cui sembra non voler fare a meno, impedendogli di maturare laddove piccole opere (come appunto Brothers in Arms, ma non solo) hanno avuto qualcosa da dire. Fin tanto che i grandi indicheranno questo tipo di strada, i piccoli non potranno imparare altrimenti. È vero, parliamo pur sempre di un genere affermato che non ha bisogno di cambiare rotta (le vendite dettano legge), ma la voglia di qualcosa di diverso in un mercato ormai saturo di mira-spara-morto in prima persona, ogni tanto, si fa sentire.

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Echo – Memi, strategie e conseguenze

Quando ho avviato per la prima volta Echo, non sapevo cosa aspettarmi. All’inizio, è tutto molto calmo: ci si risveglia da un sonno criogenico durato circa un secolo nelle vesti di una ragazza di nome En. La determinazione è ciò che la guida verso una misteriosa stazione spaziale per salvare una persona a lei cara, finita nei guai a causa sua.

Scendendo nelle profondità di questo posto abbandonato e tormentato dalla neve, si entra nel Palazzo, un edificio immenso, anch’esso disabitato e privo di illuminazione. La prima ora di gioco serve a porre le basi della narrazione attraverso i dialoghi tra En e London, un’intelligenza artificiale a cui da poco è stato assegnato il compito di dare supporto alla ragazza. Il Palazzo si presenta come un luogo sfarzoso e ricco ma molto dispersivo, in quanto le stanze, assieme ai suoi arredi e le sue decorazioni, si ripetono in schemi identici. La gestione dell’illuminazione, che in questa sezione avviene tramite i faretti della tuta di En e i loro riflessi sulle superfici lussuose, è qualcosa che affascina davvero tanto e, assieme al design dei suoni, crea un’atmosfera al limite tra l’ansiogeno e l’onirico.

Questa prima fase sognante è destinata a terminare proprio nel momento in cui rischia di annoiare, per immergerci in qualcosa di nuovo. Una volta ripristinata la corrente, se così possiamo chiamarla, il Palazzo comincia a mostrarci la sua vera faccia, inondandoci di luce e dando i primi segni di vita. Scopriremo subito infatti che c’è qualcosa che non va attorno a noi, che non siamo più soli. Delle creature gelatinose cominciano ad apparire sul pavimento e alcuni blackout si susseguono sempre più velocemente, provocando mutazioni negli esseri, che giungono ad assumere le sembianze di En.

esempio stanza echo

Architetture magnifiche, liberamente esplorabili, a tuo rischio e pericolo.

Qui inizia il gioco vero e proprio. Le copie di En sono aggressive e sarà nostro compito fare di tutto per non farci prendere e riuscire a proseguire la discesa nei meandri del Palazzo. Il problema è che “fare di tutto” è un’arma a doppio taglio. Si scopre presto, infatti, che il Palazzo ha un sistema di registrazione che traccia tutte le nostre azioni per trasferire queste informazioni alle sue manifestazioni fisiche, gli Echo. Si susseguiranno quindi cicli composti da due fasi alterne: una di luce, durante la quale i nemici “imparano” da noi; una di buio, che dura pochissimo e durante la quale nulla verrà registrato. Dopo il reset del ciclo, gli Echo metteranno in pratica ciò che hanno assimilato. Il sistema di tracciamento del Palazzo però ha una limitazione: può mantenere in memoria solo le azioni registrate nell’ultima fase di luce, tutto il resto verrà cancellato nel momento di reset del ciclo.

A parole può sembrare difficile da comprendere, ma è un sistema davvero intuitivo che trasforma i livelli in arene che fanno da sfondo a partite di guardie e ladri. En può sbarazzarsi dei cloni utilizzando la sua pistola multiuso oppure sfruttando l’ambiente circostante per tagliargli la strada. Un esempio di ciò lo possiamo vedere quando i nemici non possono attraversare zone bagnate dall’acqua, scavalcare ostacoli o interagire con porte e ascensori, perché non l’hanno imparato da noi, che ci siamo astenuti dal fare una o più di queste azioni nel ciclo precedente. È importante quindi pianificare ogni mossa e non lasciarsi prendere dall’istinto. È una continua partita a scacchi tra i cicli. L’ansia ci sarà sempre sul collo, mentre attendiamo i blackout per poter correre all’impazzata e all’occorrenza sparare impunemente sui cloni, senza pensarci due volte. Il blackout sarà il nostro miglior amico, la zona franca in cui si azzera la responsabilità.

La libertà di approccio è grande e viene ben stimolata dal design delle mappe, veri e propri gioielli di progettazione e di composizione visiva. Vuoi procedere in modo silenzioso strangolando alle spalle gli Echo? Preparati ad essere preso di sprovvista, perché la tuta (unico elemento di HUD presente nel gioco) non rileva i movimenti silenziosi degli altri. Vuoi colpire velocemente i nemici con l’arma da fuoco per raggiungere la meta senza troppe deviazioni? Al prossimo turno ti ritroverai nel far west. La cosa più interessante è che per generare queste situazioni basta effettuare una determinata azione soltanto una volta, per vederla ritorta su di noi, moltiplicata per il numero di Echo in circolazione che, per inciso, sono davvero tanti.

Echo ti pone in una situazione controversa, nella quale il vero nemico è ciò che fai, sei te stesso. Non puoi prendere nulla alla leggera, devi essere uno stratega e pensare sempre in anticipo, precluderti delle opportunità per sfruttarle come vantaggio nel prossimo ciclo, cambiando di volta in volta i programmi d’azione. Il problema, però, è che non sai mai di cosa avrai bisogno dopo, quale sarà la struttura della prossima mappa e quali difficoltà porterà con sé. Una frase ricorrente nel gioco, funge da monito in proposito : “The flesh and the souls shall enter through separate doors. Only the strong of mind and body will reunite as whole” (la carne e l’anima dovranno entrate da porte separate. Solo la parte più forte della mente e del corpo si riunirà in un tutt’uno).

esempio 2 stanza echo

Ogni capitolo di gioco si svolge a una profondità diversa del Palazzo, ognuna caratterizzata da determinati motivi estetici.

Le mappe svolgono alla perfezione il loro compito di costituire un ulteriore elemento di difficoltà al proseguimento, in quanto sopperiscono all’evidente limitazione della capacità di apprendimento dell’intelligenza artificiale nemica. Ambienti estremamente labirintici ed enormi, sviluppati su più piani, sia orizzontalmente che verticalmente. È facile perdersi, come è facile distrarsi per ammirare lo spettacolo visivo in cui ci spostiamo di continuo senza tregua. Osserviamo in estasi lo stesso Palazzo che cerca di assassinarci in modo ossessivo e subdolo. Non ci sono percorsi migliori, esiste solo la possibilità di sbagliare, attirando più attenzione del dovuto, con gli Echo che possono rappresentare una minaccia infallibile quando si raggruppano. Divide et impera, questo deve essere il tuo modus operandi.

Echo immerge il giocatore in un’atmosfera tesa, al punto da risultare terrificante in alcuni frangenti, tanto è forte l’ansia che si viene a creare. Questo avviene perché, mai come in questo gioco, il peso delle scelte è sentito da parte di chi gioca. Le conseguenze riguardano noi stessi, non un personaggio terzo immerso in una narrazione che noi aiutiamo a proseguire restando però spettatori di essa. L’immedesimazione in En è estremamente forte, grazie al lavoro di amalgamazione tra meccaniche di gioco e design dell’esperienza in toto.

esempio 3 stanza echo

Il Palazzo trasuda ricchezza e lusso, ma la sua natura originaria resta sconosciuta.

Assumendo un punto di vista analitico, inoltre, si scopre anche la natura essenzialmente ludica di questo titolo, che traduce i concetti di difficoltà e di sandbox in una maniera tutta nuova, come nessuno aveva mai fatto finora. Anziché farci prendere dall’ansia per proseguire, nulla ci vieta di prenderci il tempo che ci occorre a testare l’intelligenza nemica in tutte le combinazioni di situazioni possibili, prendendoci gioco di essa (o finendo vittima di essa). Da questa prospettiva, il gioco è uno spasso.

Echo è una perla che nessun appassionato di videogiochi dovrebbe lasciarsi perdere, rappresenta una speranza per il futuro dello sviluppo dell’industria. Sarebbe bello vedere un seguito del titolo o comunque nuovi esperimenti che vadano ad approfondire le capacità di apprendimento dei nemici, ottenendo esperienze più stratificate, dinamiche e reattive. Echo è un perfetto esempio di come può essere sfruttata la potenza di calcolo delle macchine che oggi gli sviluppatori hanno a disposizione, senza dover rinunciare alla veste grafica, che fa la sua ottima figura anche su console. Echo è il gioco che non ti aspetti, che ti sorprende di continuo.

Ho potuto giocare Echo grazie a un codice inviato dagli sviluppatori, Ultra Ultra.

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Until Dawn – Una riflessione sul concetto di scelta

Un asino affamato e assetato è accovacciato fra due mucchi di fieno, con due secchi d’acqua vicini. Non c’è nulla che spinga l’asino a scegliere un mucchio o un secchio piuttosto che l’altro, e di conseguenza l’animale finisce per morire di fame e di sete. Il paradosso dell’asino di Buridano si spiega in maniera molto semplice: in natura, nel mondo “reale”, a differenza di quello matematico, non esistono elementi uguali fra loro; c’è sempre e comunque una scelta che un individuo è chiamato a fare, sia essa anche una non-scelta. Voltaire, dal canto suo, offre un punto di vista alternativo: l’asino non sceglie per timore di scegliere. Circa duecento anni dopo,  sarà Kierkegaard a riprendere in molti dei suoi saggi, la nozione di paura, che secondo il filosofo, non è costruttiva come l’angoscia, giacché ci impedisce di avanzare, di scegliere. Già, ma cosa c’entra questo con Until Dawn?

Until Dawn è la storia di otto ragazzi che, come ogni inverno, si riuniscono in una baita di proprietà della famiglia Washington, di cui fanno parte Josh (il buon Rami Malek di Mr. Robot) e le sue due sorelle. La vacanza sembra procedere per il meglio finché non cominciano a verificarsi una serie di strani eventi che porteranno i protagonisti a dividersi e a vivere storie a sé. Il loro fato sarà determinato dal giocatore, che dovrà prestare estrema attenzione alle sue scelte. Da questo punto in poi tenete fissa in mente la parola “scegliere”, che sarà di fondamentale importanza.

Termine dibattuto, in campo videoludico, il concetto di scelta ha assunto caratteristiche sempre più variopinte, che finiscono tutte per ricondurre a due idee di libertà:

A) Libertà di scegliere;
B) Libertà di non-scegliere.

Una tematica, oserei dire, dal sapore kierkegaardiano (vedi Aut-Aut e Timore e Tremore). Cosa significa scegliere in un videogioco, ma soprattutto cosa significa non-scegliere? Come  posso scegliere in un mondo preimpostato e la cui trama è stata concepita ben prima che che io mi trovi a un bivio? Ne consegue un senso di impotenza che in Until Dawn viene portato alle estreme conseguenze.

L’Effetto farfalla è uno degli elementi portanti di Until Dawn.

Le sedute con l’analista in Until Dawn (che fanno da ponte tra un capitolo e l’altro) sottolineano perfettamente questo concetto: a un certo punto mi viene chiesto, ad esempio, cosa mi spaventi di più fra uno spaventapasseri e un pagliaccio. Direte voi, qual è il problema? Che al sottoscritto, sempre per esempio, non fanno paura né l’uno, né l’altro, e che il gioco mi preclude la sacrosanta libertà di non-scegliere, giacché la non-scelta in opere simili rappresenta lo strumento massimo per rompere gli schemi. Ma Until Dawn non è un gioco intelligente e mi chiede forzatamente di scegliere fra A e B sebbene io non tenda verso nessuna delle due opzioni.

A, B o nessuna delle due? Perché scegliere?

Si potrebbe raggirare la problematica aumentando il numero di scelte selezionabili, ma anche qui Until Dawn sembra cascare dal pero laddove titoli come The Walking Dead, pur soffrendo di paradossi simili, sono riusciti a nascondere in maniera furba questo limite insuperabile.
Certo, il gioco mi dà la possibilità di non-scegliere in determinati momenti, ma si tratta di occasioni particolari che non hanno un grande impatto sull’esperienza generale.

E quindi? Until Dawn vuole o non vuole che il giocatore scelga? Ho appena detto che Until Dawn non è un gioco intelligente. Mi spiego meglio però: Until Dawn finge di non essere un gioco intelligente. Ha sì una struttura coesa e logica, ma manca di sostanza, e no, non mi riferisco alla trama banale o alla caratterizzazione indegna dei personaggi (dalla sinossi non ci si poteva certo aspettare lo Shining dei videogiochi), ma piuttosto alla scarsa importanza data alla libertà. Eppure gli sviluppatori ci tengono a sottolineare sin dall’inizio che le mie azioni plasmeranno gli eventi. Ora, qui arriviamo al nocciolo della questione: gli sviluppatori vogliono che io possa scegliere, non che io sia libero di scegliere. Un paradosso, uno dei più grandi. 

Heavy Rain, un esempio di “due pesi e due misure”.

Dunque, come si offre libertà di scelta al giocatore? Semplice: non si può. I videogiochi, infatti, si limitano a offrire esperienze “libere” che fanno perno su quella che in psicologia (ma anche in filosofia) è chiamata “libertà psicologica”, secondo cui esiste una scelta illusoria che ci fa credere di essere realmente liberi. Se ho un menù davanti e scelgo piatto A anziché piatto B, sto veramente scegliendo? O è qualcun altro che sta scegliendo per me?

Libertà è assenza di determinismi, di necessità, di fato e di destino (detta anche “libertà metafisica”), ma che sia al ristorante o in Until Dawn, qualcuno ha già scelto per me.

Esiste una libertà reale? Sì, è la libertà giuridico-politica, la libertà di pensiero che troviamo in pieno Illuminismo. È questa libertà che fa lavorare Volontà e Intelletto come parte di un unico meccanismo. Questo significa che sono libero di scegliere nel momento in cui la mia scelta implica un’opinione, un parere.

Eppure, Until Dawn mi preclude un opinione quando mi fa scegliere obbligatoriamente tra il pagliaccio e lo spaventapasseri. E lo fa perché è materialmente impossibile offrire una quantità di scelte tale da soddisfare la libertà giuridico-politica dei giocatori. Non è possibile, e probabilmente mai lo sarà.

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Horizon: Zero Dawn – L’anima compromessa di Guerrilla Games

Ogni tipo di valutazione relativa all’ultima fatica di Guerrilla Games non può prescindere da quest’affermazione: in Horizon: Zero Dawn si uccidono i mostri, ed è divertente farlo. La cura riposta nelle animazioni dei nemici è enorme, il dettaglio tecnico mostra i muscoli di una software house all’avanguardia, il dinamismo del sistema di combattimento è eccelso e le varietà situazionali si sprecano, grazie agli approcci resi possibili dalle varie meccaniche di gioco. Questa è l’anima dell’opera Guerrilla: un enorme parco divertimenti a tema giurassico-futuristico, straripante di zone da conquistare e liberare a suon di frecce ed esplosioni.
Purtroppo, come ogni Tripla A che si rispetti, intorno a questo cuore tematico e ludico è stata costruita un’impalcatura di contenuti e sovrastrutture spesso inutili o addirittura dannose per la portata principale dell’esperienza, che rischiano di causare un’indigestione nel giocatore.

Horizon: Zero Dawn è un TPS atipico (il combattimento ravvicinato è possibile ma sconsigliato), che sfrutta l’open world per permetterci di vivere il mondo di gioco come un’enorme zona di caccia, dove poter studiare i livelli e la morfologia del terreno prima di deliziarci con esplosioni e proiettili. Guerrilla ci ha dato decine di strumenti diversi per dare sfogo alle nostre fantasie più disparate: armi dalla distanza con danni dinamici a corazze e nuclei; trappole a zona o ad attivazione; nemici con decine di mosse e abilità diverse, in grado di sorprenderci sempre. Il sistema di combattimento riserva delle sorprese anche dopo svariate ore di gioco, e spesso sta al giocatore scoprire gli effetti e le caratteristiche di singole armi o potenziamenti: potremo avvelenare le macchine e farle scontrare, ad esempio, o magari decideremo di puntare tutto sullo stordirle con tiri precisi e potenti nei loro punti più deboli. Inoltre, l’incomparabile livello tecnico del gioco attribuisce alla distruttibilità ambientale una funzione ludica, dato che rocce e massi (almeno quelli di modeste dimensioni) verranno spazzati via dalla carica dei mostri più grandi e potenti. Nel mezzo del combattimento, tra due Colossi alla carica e un Avistempesta che come un dio lancia i suoi fulmini contro di noi, l’ebrezza della battaglia ci colpisce in tutta la sua magnificenza, con un ottimo accompagnamento sonoro e un’impareggiabile resa visiva, che caratterizzano scontri sempre interessanti, situazionali e stratificati.

Uno screen di Horizon.

Ad armi pari, finalmente.

Purtroppo, i grandi pregi di Horizon iniziano e si fermano qui. Volendo approfondire molti altri elementi e temi, il gioco presta il fianco a una resa complessiva mediocre, che segue la scia di quanto fatto da molti altri titoli negli ultimi anni, senza raggiungere però le stesse vette qualitative. Il mondo di gioco è statico, prevedibile, privo di sorprese: al netto dei luoghi costruiti in funzione delle missioni secondarie, tutto ciò che incontreremo sarà qualche rovina dei Predecessori, alternata da vastissime (e splendide, bisogna dirlo) distese di natura contaminata da mandrie di mostri di ogni tipo, in attesa di essere colpiti e attaccati dalla protagonista. La logica ludica dietro a questa scelta è ovvia: data la difficoltà e la complessità delle battaglie, optare per un mondo più dinamico avrebbe rallentato enormememente il gioco. Al contempo, però, dopo qualche ora il design delle mappe risulta essere una sorta di scacchiera per l’eroina che, stanca di dover affrontare sempre gli stessi mostri per qualche ricompensa che già possiede, preferisce evitarli seguendo un percorso privo di rischi e sorprese. Tutto ciò è inoltre sottolineato dalla difficoltà di reperire delle cavalcature veloci e immediate, almeno fino al completamento di un intero albero delle abilità, dopo svariate ore di gioco. Il risultato è uno solo: dopo aver ucciso i primi Divoratuono, il mondo di gioco smette di avere un significato progressivo nell’esplorazione, e i viaggi veloci sono nettamente più convenienti, in termini di risorse, tempo e risultati.

Uno screen di Horizon.

Tecnicamente stratosferico.

È apprezzabile il tentativo di dare spessore ludico alla meccanica delle torri di Assassin’s Creed, con un’enorme riduzione del loro numero in favore di una ricchezza qualitativa nettamente maggiore: la testa dei Collilunghi, enormi dinosauri semoventi, è la nostra meta, ma per raggiungerla dovremo spesso affrontare numerosi nemici, e risolvere brevi enigmi ambientali. Inoltre, la scelta di non ricorrere a un livello di “zona” per i nemici rende ogni scontro difficile e appagante, che avvenga nei primi villaggi esplorabili, o nei confini delle grandi città di fine gioco. Purtroppo, quest’opzione non è stata tenuta in considerazione per le missioni principali e secondarie, che invece richiedono un certo livello per essere affrontate. Il risultato è che se ci dedicheremo all’esplorazione sin da subito (dove possibile, a causa dei poco eleganti muri invisibili del gioco), ci troveremo più in difficoltà nell’open world, mentre le missioni principali e secondarie risulteranno facili e banali. Non solo: quest’ultime sono spesso caratterizzate da una presenza determinante di nemici umani, con un’intelligenza artificiale pessima e un sistema di combattimento appena abbozzato, e lo stacco percepito tra loro e i mostri è assoluto. Sembra dunque un controsenso che a quest’ultimi siano state dedicate persino delle missioni di liberazione degli accampamenti (oramai onnipresenti in ogni open world esistente, sembra quasi che si scrivano nel codice da sole). Per fortuna, una volta completate tutte c’è una ricompensa come sorpresa, una trovata che farebbe piacere vedere anche in altri titoli. Tra l’altro, Horizon: Zero Dawn fa un lavoro egregio anche nel dare un peso ai collezionabili: trovarli, infatti, ci permette di chiedere delle ricompense in denaro e in risorse, rendendo quindi la loro ricerca importante rispetto alla progressione, e non solo un mero artificio per prolungare l’esperienza. Anche questa è una meccanica che piacerebbe rivedere nei sicuri emuli futuri. Il gioco continua poi a stimolarci con decine di attività diverse, ma tutte sostanzialmente caratterizzate da una sola motivazione: cacciare e uccidere, dalle Zone Corrotte alle missioni della Loggia dei Cacciatori. Purtroppo, quando prova a deviare dal cuore ludico dell’esperienza, chiedendo scelte di dialogo o sessioni d’infiltrazione, il gioco mostra il fianco a una resa banale delle opzioni di risposta (identificate da un cuore, un cervello o un pugno chiuso per rispondere in maniera buona, intelligente o cattiva) e a meccaniche stealth arretrate e prive di spessore.

Un muro invisibile in Horizon.

La scelta di ricorrere ai muri invisibili è infelice.

A livello narrativo, Horizon: Zero Dawn si è rivelato una sorpresa qualitativamente altalentante, con un buon inizio e un ottimo finale, inframmezzati da un atto centrale scontato. Sebbene nell’opera Guerrilla Games l’utilizzo del deus ex machina sembri essere l’unico motore narrativo dell’esperienza, l’inizio è in grado di farci empatizzare con Aloy e le sue vicende, e il finale riesce a inspessire dei personaggi fino a quel momento praticamente invisibili, che paradossalmente finiscono per risultare i meglio scritti e caratterizzati dell’intera vicenda. La predestinazione del protagonista è roba comune, e oramai sembra quasi assurdo criticare un videogioco per il destino manifesto che descrive la storia di ogni personaggio che andremo a interpretare. Però, nel caso di Horizon, sarebbe stato forse meglio scegliere un percorso specifico per Aloy, a metà tra lo scanzonato Nathan Drake e una protagonista straziata dal suo oscuro passato e da un’infanzia da emarginata: una donna che per quasi due decenni ha parlato solo con un paio d’uomini risulta la più affabile e bonaria delle figure, in grado di interagire con sovrani, uomini di chiesa e popolani con garbo, fermezza e decisione. Le secondarie, al netto di qualche momento più interessante o divertente, sono comunque scontate, prevedibili e scialbe a livello narrativo, soprattutto a causa di un’interpretazione attoriale spesso priva di spessore, con un dettaglio tecnico da urlo ma privo di “anima”, che si rispecchia negli occhi vitrei che caratterizzano tutti i personaggi coinvolti.

Horizon: Zero Dawn è il palese tentativo di Sony di creare un nuovo brand che possa competere con i recenti standard del settore, un gioco d’azione che sfrutti il mondo aperto per riempire la giocatrice di attività, eventi e cose da fare. Per raggiungere questo risultato, hanno preso il meglio del settore (molti esuli CD Red sono confluiti in Guerrilla Games), gli hanno dato carta bianca e svariati anni di sviluppo. Il risultato, a livello economico, è stato eccellente: Horizon rispecchia quasi totalmente ciò che oggi intendiamo per open world Tripla A, con tutti i suoi pregi e difetti. Attenzione però a considerarlo derivativo: l’anima dell’opera Guerrilla è forte ed evidente, descritta da un sistema di combattimento stratificato e appagante. Al contrario, quando inizia a richiamare gli altri esponenti del genere, appoggiandosi alle stesse meccaniche e agli stessi topoi, il gioco perde mordente, fino a diventare persino macchiettistico. Da ciò che suggerisce il gioco, possiamo dare per scontato un nuovo capitolo della nuova saga Guerrilla, sperando che non si sostanzi in una nuova tonnellata di mostri, conditi dagli stessi errori, ma in una rifinitura di questi contorni.

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Loot Rascals – Base Golia chiama Terra

Mi piacerebbe tanto iniziare questo articolo con un file audio. Impostare la voce in maniera simile ai filmati documentaristici dell’ Istituto Luce e condire il tutto con un sottofondo di effetti audio di vecchi film di fantascienza anni ’50 e ’60, sarebbe il modo più adatto per introdurvi Loot Rascals.  Purtroppo, però, non ho la voce adatta per ricreare le atmosfere di Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti e l’effetto risulterebbe più patetico che funzionale. Perché tutta questa enfasi, anche nel titolo dell’articolo? Scopriamolo insieme nei prossimi paragrafi, in un ipotetico viaggio nello “spazio profondo” creato da Hollow Ponds. 

Come avrete già potuto intuire Loot Rascals, a livello estetico, pesca a piene mani da quegli anni tipici della fantascienza cinematografica che rimescola e modernizza con colori sgargianti e con uno stile che ricorda da vicino vari prodotti di Cartoon Network, dai Jetsons — che già riprendeva lo stile sci-fi di cui sopra — a Adventure Time. Non stupisce, quindi, leggere che dietro al gioco, come co-fondatori, compaiano il co-creatore di Hohokum, Ricky Hagget, e un animatore, Dave Swatpaz, che ha lavorato per il canale di cartoni animati americano proprio sulle avventure di Jake il Cane e Finn l’Avventuriero.

loot rascals
Un’esplosione pop, un nuovo sguardo sul passato, fatta di tinte acide e sgargianti e di paesaggi carammellosi che unisce due gusti apparentemente distanti ma che, con le persone giuste, si avvicinano e diventa un mix incredibilmente coerente. Coerenza che traspare anche dai vari personaggi che popolano il mondo di gioco: sia nel design che nei nomi, per il quale approfitto di fare un plauso al riuscitissimo adattamento italiano, ogni creatura è la manifestazione di questa unione con modelli che comunicano in maniera chiarissima le ispirazioni (regalando perle come “l’anfibiotico”, un ibrido rana-medicinale). A completare la funzionalità del comparto estetico, poi, troviamo una colonna sonora che accentua la doppia natura del prodotto con composizioni che uniscono la musica raggae e dub con suoni e sintetizzatori dal gusto analogico e antiquato.

Le ispirazioni, ovviamente, si riflettono anche su quel poco di trama e ambientazione fornite che pur essendo minimali contribuiscono a rendere più coesa l’esperienza. La trama di Loot Rascals ci vede ricoprire i panni di un tecnico riparatore di luna park, accompagnato da una intelligenza artificiale che ricorda il genio della lampada arabo, incaricato di recuperare la testa rubata di una cisterna chiamata Golia. Scopriamo, nel primo filmato del gioco, che Golia è stato distrutto e che il liquido che conteneva anziché svolgere la sua funzione (creare le attrazioni del parco di divertimenti) ha potenziato gli abitanti di un satellite che ospita una creatura misteriosa.

loot rascals
Un videogioco però, ahimè, non vive di sola estetica. A livello meccanico Loot Rascals è un roguelike che riprende parte degli elementi comuni del genere come i livelli generati proceduralmente — con la conseguente possibilità di rigiocare a una partita specifica digitandone il codice a essa collegato — e il peso dato alla morte del giocatore che lo costringe a ricominciare da capo il suo percorso (che non sarà identico al precedente, per via della proceduralità). Il gioco, però, non si risparmia di prendersi delle libertà rispetto agli altri colleghi esponenti: grossa parte della parte ludica ruota attorno a un sistema a turni e di alternanza giorno e notte che modificano l’ordine di attacco dei personaggi coinvolti (facilmente consultabile con un sistema di icone). Non è assente, ovviamente, un sistema di progressione tramite equipaggiamento del protagonista del gioco che modifica la sua potenza di attacco e di difesa con il quale potrà affrontare i numerosi nemici sparsi per i cinque livelli che costituiscono l’avventura. Tramite un mini-gioco è possibile gestire l’inventario mettendo al posto giusto le carte equipaggiamento, dotate di modificatori che variano a seconda della posizione.

Queste due componenti sono sicuramente originali anche in un genere poco continuativo come quello dei roguelike — contraddistinto da esemplari unici che riprendono solo una struttura vagamente comune e assimilabile — e perciò necessitano di una spiegazione adeguata. Il tutorial e un’utilissima guida su come funziona l’equazione di base del sistema di combattimento ci aiutano a comprendere meglio come Loot Rascals vuole metterci alla prova.

loot rascals
Altra componente estremamente originale della produzione è la gestione del multiplayer. Si tratta di un multigiocatore asincrono in cui le interazioni tra giocatori si limitano a parti di equipaggiamento che alcuni nemici hanno rubato ad altri giocatori e che il giocatore che sconfigge tali nemici può scegliere di restituire o tenere per sé. In entrambi i casi il giocatore, col passare delle partite, dovrà fare i conti con la sua scelta: nel primo caso il giocatore verrà omaggiato con una copia dell’altro giocatore che lo aiuterà per alcuni turni, nel caso contrario la copia sarà ostile e cercherà di uccidere il giocatore per riprendere l’oggetto rubato.

Piccoli accorgimenti che, oltre a ricordarmi da vicino il modo di progettare alcuni giochi da tavolo (soprattutto sulla gestione dell’equazione del sistema di combattimento), danno un pizzico di originalità a un genere che per quanto vasto è, per un profano come me, troppo incentrato sulla punizione e la frustrazione del giocatore mascherate da rigiocabilità e allenamento.

Loot Rascals, per concludere, è un titolo che riporta nuova linfa al genere roguelike forse quanto il gioco che più ha lanciato questa tipologia nel firmamento, The Binding Of Isaac. Un titolo che farà sentire gli appassionati a casa ma che potrà, nonostante i limiti tipici della categoria, avvicinare scettici, non appassionati e neofiti con nuove trovate e intuizioni che si discostano dalla media.

 

Abbiamo potuto giocare Loot Rascals grazie a un codice fornitoci dagli sviluppatori.

Analisi #Italians do it better

N.E.R.O. – Evoluzione di un sentimento

Narrare l’evolversi di un sentimento non è cosa da tutti. Riuscirci tramite un videogioco è compito ancora più arduo, in quanto vengono messe in gioco immagini concrete, suoni e interazioni. Il videogioco si propone, in questi casi, come la forma di comunicazione più autentica, perchè permette al videogiocatore di impersonare il protagonista e ripercorrere il suo viaggio emotivo, passo dopo passo. Il narratore riveste un ruolo molto meno importante e fa posto alla mente del videogiocatore, che funge da scintilla per far nascere il fuoco dell’interpretazione, una costruzione di significati sempre nuovi che derivano dalla fusione tra il passato di chi usufruisce del racconto (che conferisce diverse sensibilità a determinati temi) e gli stimoli del racconto stesso.

uno dei tanti scorci in N.E.R.O.

Scorci come questo sono all’ordine del giorno, in questo titolo.

N.E.R.O.: Nothing Ever Remains Obscure (da qui in poi, N.E.R.O.) è il lavoro del team di sviluppo italiano Storm in a Teacup, che ci fa vestire i panni di un misterioso viandante incappucciato, peregrino all’interno di scenari fantasy coloratissimi, che spaziano da foreste lussureggianti a caverne che nascondono i resti di un’antica civiltà, passando per ambienti più tetri e cupi, come cimiteri e ospedali dismessi. Le fasi iniziali dell’avventura (completabile in due o tre ore) ci introducono nell’ambientazione e lasciano ampio spazio alla contestualizzazione di ciò che vediamo. Due sono gli elementi narrativi che ci accompagnano costantemente in N.E.R.O.: una voce narrante onnisciente e dei messaggi testuali che fluttuano a mezz’aria, posizionati lungo il percorso (negli ambienti più aperti ci aiutano anche a individuare la strada da seguire), presentando pezzi di dialoghi passati e descrizioni dell’ambiente. Ci lasciamo allora prendere dalla curiosità, dalla storia di questo posto ai confini del mondo, di questa civiltà ancestrale che ha costruito enormi congegni magici per nascondere un tesoro di chissà quale valore.

vilaggio di partenza in N.E.R.O.

Scritte fluttuanti indicheranno il percorso e forniranno descrizioni fondamentali nella ricostruzione della narrazione.

Attenzione: corpose anticipazione a seguire.

A un certo punto, però, la storia prende una piega del tutto inaspettata. Le identità degli interlocutori del passato, e dei due protagonisti del gioco (quello che interpretiamo e un altro che incontreremo poco dopo l’inizio dell’avventura) vengono chiarite in maniera più o meno esplicita e il centro della narrazione passa dall’ambiente ai personaggi: David, colui che interpretiamo, è afflitto da una grave malattia incurabile. Da qui, il declino fisico e psicologico. Gli scenari divengono sempre più spogli, la vita che caratterizzava le foreste scintillanti e piene di movimento viene rimpiazzata progressivamente dalla morte, e le voci dei genitori di David si fanno sentire sempre di più, preoccupate, spaventate, distrutte. Silvia e Nero non sanno come comportarsi, nessuno li aveva preparati al peggiore degli eventi che potesse capitargli, e l’unica cosa che gli resta è assistere al progressivo incedere della malattia del loro piccolo, ancora ingenuo per capire cosa stesse accadendo di preciso. Silvia prova a rassicurare David dicendogli che tutto si risolverà presto; Nero si chiude in se stesso, non riesce a mentire. Facendo così, però, abbandona a se stesse le due persone che ama di più, e sarà troppo tardi quando capirà che la sua presenza è di vitale importanza. Silvia prova qualsiasi cosa per salvare suo figlio, arrivando a perdere la ragione e la sanità mentale. Di lì il passo è breve, Nero si ritrova da solo, perdendo tutto. Nel finale di gioco lo vediamo salire sulla stessa barca sulla quale viene mostrato David nell’introduzione, mentre saluta la sua famiglia, che svanisce come polvere, non appena Nero si volta a guardare l’orizzonte.

Nel finale, prendiamo atto di ciò che abbiamo realmente vissuto, ovvero un percorso di elaborazione del lutto da parte di un padre che, come sua moglie prima di lui, sta perdendo se stesso e che non vede futuro. È necessario quindi un lavoro di ridefinizione del passato, un’attribuzione di significato all’intero processo di separazione dalla sua famiglia. L’identità di Nero è entrata in crisi perchè non è riuscito ad assolvere il suo compito di padre, custode del nucleo familiare. Ricostruendo allora l’intero percorso attraverso gli occhi del figlio, Nero ha visto come in realtà il suo senso di colpa sia infondato, perchè è stato con i suoi cari fino alla fine. La sua paralisi è conseguenza del suo essere umano, neanche David e Silvia hanno potuto niente contro l’ineluttabile. Tutti e tre non sono altro che vittime di un fato inconoscibile. L’ultima delle quattro sezioni di gioco è ambientata tra rovine desertiche, in cui si possono trovare i resti di frammenti del passato incontrati durante l’avventura, a ognuno dei quali corrisponde un certo significato con relativo importo emotivo. In lontananza si scorge un faro, simbolo della speranza e di un nuovo inizio. Sulla cima di esso Nero ritrova la sua pace, in una commovente riconciliazione col fantasma di Silvia, la “bellissima ipocrita”.

stanze bonus in N.E.R.O.

Il piccolo David è molto legato a entrambi i genitori, e dettagli come questo in foto rendono davvero speciale la narrazione ambientale.

Non è tutto oro quello che luccica

Al di là dell’aspetto prettamente narrativo, N.E.R.O. trova il suo punto di forza nel design estetico delle ambientazioni. È lì che risiede la sua vera essenza interattiva, che lo rende “videogioco”: osservare ogni angolo consente al giocatore di rivivere il villaggio ormai disabitato, in un certo senso, come se fossimo uno dei suoi abitanti nativi. Tutti gli scenari sono molto originali ed ispirati, fanno venir voglia di girare a fondo per scoprire tutto ciò che nascondono, come un bambino che trova la pace semplicemente correndo tra i prati, guardandosi intorno. Un’attività semplice come questa, però, è minata da gravi problemi: durante la partita, mi è capitato di continuo di incastrarmi tra i passaggi, di non riuscire a salire dei gradini, o di essere bloccato dalla presenza di Nero o dal simbolo che viene piazzato manualmente a terra per farlo spostare in determinati punti (lui invece può attraversarci tranquillamente, come fosse un fantasma).

la morte in Nero

Il tema principale di questo titolo è il senso di colpa e la sua relazione con la vita e la morte. In questo frangente di gioco, Nero viene accompagnato verso una triste scoperta.

Il punto più dubbio dell’intera produzione, però, sono gli enigmi ambientali. Alcuni di essi sono opzionali, mentre altri vanno completati necessariamente al fine di proseguire il tragitto. Questi enigmi sono di una facilità disarmante, in quanto consistono semplicemente nel premere qualche tasto con la mano o passandoci sopra di corsa oppure nel lanciare sfere luminose su appositi bersagli circolari, in modo da attivarli. Si tratterà quasi sempre di azioni così scontate che non ci penserete due secondi a fare la prima cosa che vi passa per la mente, sbloccando così la relativa cinematica, che approfondisce qualche sfumatura della storia. Il problema più grande risiede nel fatto che questi enigmi sono nella maggior parte dei casi completamente fuori contesto; insieme ai collezionabili (pezzi di fotografie strappate) sparsi nei livelli, vien da pensare che questi due elementi siano stati inseriti nel gioco semplicemente per dare qualche motivazione all’acquisto ai quei giocatori che necessitano di inquadrare in limiti precisi un determinato prodotto prima di effettuare la scelta d’acquisto e provarlo. Su queste pagine abbiamo visto già in precedenza quanto sia controproducente usare questo tipo di ragionamento.

puzzle in N.E.R.O.

Gli enigmi ambientali sono di facile risoluzione: in questo caso basta premere nel giusto istanti tre interruttori per fermare i pallini nell’angolo evidenziato.

Ancora sugli enigmi, va precisata una questione che mi ha quasi portato alla pazzia in un passaggio di gioco. David può lanciare sfere di energia blu verso gli interruttori e questi lanci avvengono con una traiettoria a parabola. È frustrante però vedere che otto volte su dieci il lancio non va a segno perchè la sfera non va a coincidere perfettamente con il piccolo interruttore circolare: che senso ha avere un raggio di attivazione così ristretto in questo tipo di gioco? Aumentare un po’ il raggio avrebbe reso molto più fluida l’azione, senza nulla togliere a tutto il resto e eliminando questa sensazione di frustrazione che ha gravato molto sulla tensione empatica che gli autori hanno voluto creare.

In conclusione, N.E.R.O. è un’avventura che riesce a intrattenere bene il giocatore grazie a un’atmosfera particolare, a tratti quasi fiabesca, ma che soffre di grossi problemi strutturali nati dal voler forse accontentare un po’ tutti. Il gioco vi lascerà senz’altro qualcosa, perché la sua essenza è forte ed originale, e non aveva bisogno di quelle che sembrano aggiunte utili solo a prolungare il comunque breve tempo richiesto dall’esperienza.

Ho potuto giocare N.E.R.O. grazie a un codice Steam inviatoci dagli sviluppatori.

Analisi

Final Fantasy XV – Dieci anni dopo, col senno di poi…

Se dovessi descrivere l’ultimo capitolo dell’acclamata saga di Square Enix, lo definirei «un enorme viaggio sulle montagne russe». Sono infatti pochi i giochi che mi hanno regalato sensazioni tanto positive quanto negative, ma questo conflitto interiore trova facile risposta nel decennio impiegato a partorire Final Fantasy XV, arrivato sugli scaffali il 29 novembre. Non che sperassi di vedere ciò che ho visto anni e anni fa, dal momento che il titolo è stato ricostruito da zero soltanto negli ultimi quattro anni, eppure il taglia e cuci si sente, e anche troppo.

Ma mettiamo da parte per un attimo il discorso dei contenuti tagliati e cerchiamo di concentrarci sulla bontà del titolo, che ha davvero del magico. Il mio viaggio è durato trenta ore, complice il fatto che, abituato a titoli come The Witcher 3, mi sono categoricamente rifiutato di completare quest secondarie come «raccogli dieci banane», decidendo quindi di concentrarmi maggiormente sulla trama principale o su quest di contorno che avessero un certo rilievo. La corsa verso il finale è stata quindi rapida e fluida, permettendomi di seguire con maggior attenzione lo sviluppo e il susseguirsi di eventi che mi hanno portato a un finale romantico, fra i più belli che io abbia mai avuto il piacere di vivere.

Hajime Tabata, director di Final Fantasy XV

Hajime Tabata, director di Final Fantasy XV.

Ma se il finale è così potente, lo si deve anche a tutto quello che viene costruito sin dall’inizio, a partire dal rapporto che si va mano mano creando con i nostri compagni di viaggio. Sapere di poter contare su qualcuno ci rende sicuri, nonché felici, e la sensazione che si ha con Ignis, Prompto e Gladio al nostro fianco è proprio questa, un gruppo di persone segnato da un’amicizia che trascende qualsiasi guerra o profezia che affligge il mondo di Final Fantasy XV. Vedere un nostro compagno cadere in battaglia provoca rabbia, dispiacere. Proprio il genere di sensazione che mi aspettavo dal titolo, date le premesse. Affezionarsi così tanto a dei personaggi di fantasia, e quindi minacciati dalla penna dello scrittore, comporta dei rischi enormi, ma è un processo tanto inevitabile quanto naturale, trasmesso sì attraverso ottime cinematiche, ma anche con un gameplay che incentiva il gioco di squadra e la creazione di attacchi combinati.

La scelta di far ruotare buona parte delle meccaniche di gioco sui membri e non sul membro del party trasmette bene l’idea che i compagni di Noct siano fondamentali quanto lui, spingendo il giocatore a curarsi delle loro statistiche, del loro equipaggiamento e di tutte quelle piccolezze che ruotano attorno ai personaggi. A tal proposito, Tabata, director del gioco, spiegherà in maniera concisa il concetto in un’intervista:

«È partito tutto dall’idea di andare in viaggio con i tuoi compagni. Una volta capito questo, abbiamo deciso che non era necessario che si arruolassero membri strada facendo. Far partire il giocatore con un party già unificato, con abilità e backstory già sviluppate, aveva totalmente senso; questi ragazzi hanno un solido rapporto l’un l’altro. Il discorso del viaggiare con gli amici viene dalle mie esperienze passate, quando avevo sui vent’anni, con la differenza che Noctis parte per reclamare il suo trono, mentre io andavo semplicemente in vacanza».

Senza dubbio, uno degli obiettivi principali di Square Enix è stato quello di rendere quanto più  autentici i protagonisti, sia nelle cinematiche che nelle fasi di gioco. I personaggi parlano continuamente, anche del più e del meno, sottolineando gli aspetti più forti della loro personalità, un fattore non da meno che ho apprezzato moltissimo. Anche la più stupida delle battute da colore ai protagonisti e alle loro personalità. Ciò si riversa spesso anche nelle fasi in-game, dove Ignis prediligerà un approccio strategico, come ad esempio quando ci ritroveremo a infiltrarci in una delle aerobasi nemiche. Prompto, dal canto suo, ci chiederà spesso di fermarci in determinati punti cardine della mappa, in quanto appassionato di fotografia, mentre Gladio non perderà occasione per ricordare a Noctis (e al giocatore) lo scopo della sua missione, ma soprattutto chi è e quali sono i suoi doveri di re, in scene tutto sommato gestite bene con relativi bonus motivazionali.
Dopotutto, Gladio, come i suoi antenati, ha lo scopo di proteggere il re a qualsiasi costo, e non perderà occasione di riprenderci nel momento in cui daremo risposte o compieremo azioni che non si addicono al nostro ruolo. Perché, nonostante Noctis abbia la responsabilità e il dovere morale di riappropiarsi del suo trono, pare spesso avere delle perplessità in merito, passando attraverso una sequela di avvenimenti, spesso tragici, che lo porteranno a maturare completamente alla fine del suo viaggio, con conseguente ammirazione da parte di Gladio, che vede il suo amico, il suo re, comprendere finalmente il suo ruolo, nonché destino. Questo processo narrativo dura meno di quanto possiate credere, ma lascio a voi il piacere di scoprire in che modo Noctis si “prenda del tempo per pensare” (la trovata ha del magnifico, vi avviso).

Le dinamiche social, pur dando vita a qualche dissonanza, rendono bene il concetto di viaggio fra amici.

Le dinamiche social, pur dando vita a qualche dissonanza, rendono bene il concetto di viaggio fra amici.

Ma cos’è un buon gruppo di amici, senza un bel mondo da esplorare? E cosa accade quando a questi due elementi aggiungiamo la Regalia, senza dubbio una delle protagoniste del gioco? Avevo enormi perplessità sul sistema di navigazione di Final Fantasy XV, totalmente guidato, senza la possibilità di poter controllare al 100% la Regalia, ma arrivati a un certo punto si capisce che in realtà è il modo più semplice ed efficace per trasmettere la sensazione di viaggio al giocatore, che in altre circostanze si sarebbe comportato con il titolo come con un qualsiasi GTA, investendo deamon e schiantandosi contro alberi per il puro gusto di farlo. Mi sono ritrovato spesso in una situazione che mi è del tutto nuova: far guidare Ignis mentre ero intento a fumare alla finestra e a godermi il panorama del mondo di gioco. Proprio come i personaggi in-game, durante il viaggio diamo una sbirciata al telefono, osserviamo il mondo fuori il finestrino, parliamo con qualcuno. Quanti altri giochi regalano questo? Nessuno, direi.

La storia, dalle sfumature vagamente shakespeariane (più prima che ora), altalena tra momenti di pura magnificenza registica e di scrittura a momenti in cui desideri solo i titoli di coda, causa appunto una serie di alti e bassi che demotivano il giocatore a seguire il racconto per via di una narrazione spesso frammentaria e senza mordente. L’idea è che dieci anni di sviluppo non abbiano fatto bene alla sceneggiatura, e che il continuo taglia e cuci abbia fatto sì che la storia non fosse molto compatta arrivati ormai a fine sviluppo. I riferimenti all’Amleto di Shakespeare sembrano ormai essersi persi, salvo rare citazioni di quello che forse una volta era la trama originale pensata da Nomura, il primo director di Final Fantasy XV.

Il personaggio di Noctis, almeno inizialmente, era ispirato ad Amleto

Il personaggio di Noctis, almeno inizialmente, era ispirato adAmleto.

La scelta di rendere metà gioco lineare non è del tutto insensata: raccontare una storia attraverso un open world non è cosa facile, specie quando quest’ultimo si rivela molto, molto grande. I giapponesi, inoltre, hanno poca dimistichezza con il genere e da qui deve essere venuta l’idea di dividere il titolo in due parti. Paradossalmente la prima è quella che sembra funzionare meglio, nonostante non regali momenti memorabili. Una volta che il giocatore si addentrerà nella parte lineare, oltre a ricevere, narrativamente parlando, numerosi cazzotti allo stomaco, noterà anche un leggero calo nella scrittura e nella gestione dei livelli: alcuni risultano infatti troppo corti o troppo lunghi, e chi credeva di poter esplorare location tanto desiderate dai fan come Tenebrae potrebbe avere grosse delusioni. Io sono uno di quelli.
Ambientazioni come Altissia, invece, sintetizzano il concetto di “poco ma buono”, ma lo scarso level design rende una delle ambientazioni più affascinanti presentate negli scorsi anni un mezzo fallimento, pur facendo da palcoscenico a una delle migliori boss fight presenti nel gioco.

Arrivati a questo punto dell’articolo, avrete capito come Final Fantasy XV sia una specie di diamante grezzo, bello da guardare ma poco rifinito per poterlo indossare. È proprio per questo motivo che ho parlato di un enorme viaggio sulle montagne russe. Final Fantasy XV è enorme, sia fisicamente che metaforicamente parlando, contornato da alti e bassi che forse potrebbero non far piacere a tutti. Sta di fatto che c’è del buono, creato chiaramente con tutte le buone intenzioni del mondo: il finale, se siete un tantino romantici, vi posso garantire che vi regalerà emozioni molto forti. Romantico come forse voleva essere questo articolo che, badate bene, non è una recensione, ma un commento a caldo scritto tre ore dopo aver completato la storia principale. Forse Final Fantasy XV, come è normale che sia, non piacerà a tutti ma, dieci anni dopo, col senno di poi, avrei sicuramente accettato di prendere parte al viaggio di Noctis e dei suoi amici, senza esitare un momento. Perché farei di tutto per poter tornare indietro, forse anche di dieci anni, solo per poter arrivare di nuovo a scegliere quel momento che per me ha significato tanto, e da cui non avrei mai più voluto separarmi.

Col senno di poi, sceglierei di nuovo quella foto.

Approfondimenti

Destiny – Il tunnel da cui non voglio uscire

Ad oggi, è passato un anno esatto da quando comprai una PlayStation 4 in bundle con Destiny Legendary Edition. Ad oggi, un simpatico sito internet che riporta esattamente il tempo “perso” sul gioco Bungie mi comunica che ho passato esattamente 614 ore in compagnia dei miei guardiani: Destiny è senza ombra di dubbio il gioco sul quale ho passato più tempo nei miei 32 anni di vita e con il quale ricorderò questa generazione di console.

Sono un videogiocatore nato e cresciuto in un contesto single player. Da una parte, ciò è dovuto alla mia età e al fatto che, quando avevo parecchio tempo da spendere sui videogiochi, l’ambiente multigiocatore era agli albori; dall’altra, è dovuto al fatto che, in Italia, la connettività è ai livelli che conosciamo tutti: pessima è dir poco.
Di conseguenza, ho imparato ad approcciarmi al videogioco pensandolo prevalentemente come un confronto con l’ambiente di gioco più che con altri giocatori, e chi ha giocato con me sa che raramente mi cimento in contesti competitivi [la redazione conferma, NDR]. Neanche su Fifa, che ho comprato da circa un mese, ho ancora fatto una singola partita online contro un altro utente, ed è evidente, soprattutto nei giochi sportivi e sparatutto, che sia sicuramente più gratificante confrontarsi con la creatività e la reattività di un’altra persona piuttosto che con un’intelligenza artificiale.
Nonostante ciò, in quest’ultimo anno ho giocato praticamente un mese intero, senza sosta, al titolo di casa Bungie, che fa della componente multigiocatore la sua caratteristica principale. Nasce spontaneo pertanto fare una piccola riflessione e soffermarsi sul perché io mi sia fissato con questo titolo.

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L’uscita di The Taken King è stato il momento in cui anch’io sono entrato nel tunnel.

Partiamo con ordine e iniziamo a vedere se sono una mosca bianca o se effettivamente le ore da me spese sono da considerarsi nella media. Ancora una volta, il sito di cui parlavo sopra (www.wastedondestiny.com) ci viene in aiuto, e riporta alcuni numeri molto interessanti.
Innanzitutto, i dati mi rassicurano, comunicandomi che rientro esattamente nel 49% dell’utenza di Destiny analizzata: sembra che io sia ancora sano di mente. Quello che è veramente sbalorditivo è che migliaia e migliaia di persone hanno trascorso più di 3000 ore in gioco, e se si osservano le prime posizioni c’è da rimanere esterrefatti: G-Money876, l’utente in prima posizione, ha trascorso 11545 ore sul titolo, pari a un intero anno e quattro mesi di gioco ininterrotto. Per arrivare a questi numeri probabilmente l’account è condiviso da più persone, o probabilmente il gioco viene lasciato attivo anche mentre si trascorre diversamente il proprio tempo, ma il dato rimane comunque stupefacente.

Sarebbe facile mettere Destiny alla gogna, visto che questi sono dati facilmente strumentalizzabili per perorare la causa de “i videogiochi mandano in pappa il cervello”. Ma essendo io restio a volermi appoggiare al carrozzone del facile populismo, non posso fare altro che leggervi la validità del gioco e l’abilità di Bugie e di Activision nel realizzare un prodotto capace di spingere l’utenza a volergli dedicare ancora tempo, nonostante i mesi di gioco alle spalle. Ritengo infatti che le caratteristiche che hanno fatto di Destiny un prodotto vincente sul mercato (ed è indubbio che lo sia) siano fondamentalmente quattro: varietà di contenuti, aspetto social, semplificazione delle componenti GDR e direzione artistica.

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Scene ordinarie che rimangono straordinarie anche dopo centianai di ore di gioco.

La scelta fatta con il titolo è quella di creare un prodotto che riesca a proporre contenuti piuttosto diversi, ma che vadano incontro a tutti i giocatori. Insomma, un prodotto vario per gente differente. In questo, Destiny ha fatto sicuramente centro: la community è decisamente variegata, tra chi usufruisce esclusivamente dei contenuti PvP e chi dei PvE, chi predilige una modalità senza escludere l’altra e chi invece lo gioca a tutto tondo. Nonostante si sia arrivati al terzo anno di supporto e molti vecchi contenuti siano ormai inutili, gli aggiornamenti costanti hanno fornito materiale sempre nuovo, ma soprattutto hanno tentato di accontentare tutta la varietà di utenti, senza puntare su aggiornamenti che prediligessero in larga misura gli uni o gli altri. Io stesso, che faccio sicuramente parte dell’utenza più restia ai contenuti PvP, ultimamente scopro di apprezzarli in particolar modo, di divertirmi a giocarli e a coglierne anche le varie sfumature strategiche. Il PvP di Destiny non è un campo esclusivo dei cosiddetti “proplayer”, ma offre diversi gradi di approccio per permettere anche ai meno avvezzi a queste modalità di avvicinarvisi progressivamente, magari anche solo per giocare con un amico a una modalità che fino ad allora non si era apprezzata. I contenuti PvE, dal canto loro, puntano fortemente sulla cooperazione e sul coordinamento di squadra, e anche gli amanti delle modalità prettamente competitive possono trovare un livello di sfida che non consiste semplicemente nell’affrontare delle intelligenze artificiali, ma che porta a svolgere una determinata attività creando coesione di gruppo e spingendo l’utenza a un approccio corale.

È qui che entra in gioco il fattore social. Sono gli amici che ti fanno tornare sul gioco, e i ragazzi di Bungie e Activision sembrano saperlo molto bene. Destiny è principalmente un gioco cooperativo: sono tantissimi gli accorgimenti che gli sviluppatori apportano per far sì che, non solo si giochi con altre persone, ma che queste si conoscano finendo per creare tra loro un rapporto. Non è insolito che semplici taglie giornaliere e imprese secondarie presentino, per essere terminate, dei vincoli  che impongono di formare una squadra e di non affidarsi totalmente al matchmaking, per non parlare poi degli assalti settimanali Cala La Notte e delle varie Incursioni, in cui il matchmaking non è neanche previsto. In questi anni ho visto innumerevoli persone che chiedevano se comprare o meno Destiny, e il consiglio più gettonato da parte di chi già lo giocava era sempre «prendilo se hai degli amici con cui giocarlo».
È indubbio: l’esperienza in solitaria o con un gruppo di amici non è la stessa, e gli sviluppatori sono stati molto bravi nel portare l’utenza a creare gruppi di gioco che diventino delle piccole famiglie, in cui si ride, si scherza, si litiga e ci si confida. La scelta di fare in modo che il nuovo utente possa raggiungere in breve tempo il massimo livello, in modo da poter cooperare con tutti gli utenti di vecchia data, è decisamente azzeccata e permette di allargare ancora di più queste piccole realtà. Si punta a includere, e non a escludere. Nonostante le aree social lo siano più di nome che di fatto, e che la costituzione dei clan sia a dir poco macchinosa, la componente social di Destiny è studiata con molta attenzione ed è senza ombra di dubbio il motore del successo del titolo.

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E chissà cos’altro ci aspetta…

Includere, non escludere, dicevamo. Ecco che questo aspetto torna nella semplificazione delle componenti GDR. Da appassionato di giochi di ruolo multimediali, non disdegno una certa complessità nello sviluppo dei personaggi e nell’analisi delle statistiche. Non ci sono dubbi però che più un gioco di ruolo diventa tecnico ed elaborato, e più tende a rivolgersi a una nicchia ben specifica. Destiny è tutto il contrario: quando si parla delle sue componenti GDR, ci si riferisce alla costruzione delle classi e delle sottoclassi semplici, accessibili a tutti, e modificabili in qualsiasi momento. Si sceglie la classe iniziale, si sviluppa al massimo, e poi si ha né più né meno che lo stesso personaggio che hanno gli altri utenti: nessuna scelta di costruzione da effettuare durante la creazione, ma solo abilità attivabili o meno a seconda delle preferenze.
Non è sempre stato così. Durante i tre anni di supporto, si è corretto il tiro parecchie volte, ma ad oggi, in pochissimo tempo, il nuovo utente può rapidamente adeguare il suo equipaggiamento e il suo livello a quello degli altri, e la scelta di alcune caratteristiche è reversibile in qualsiasi momento, cosa che è impensabile in altri titoli.

Infine, Destiny è bello da vedere, ed è bello da ascoltare. La nuova utenza viene attratta sin da subito dall’estetica del titolo, e da un character design decisamente accattivante. Il contesto fantasy-fantascientifico proposto da Bungie è stato sicuramente una carta vincente, un’amalgama di elementi futuristici con altri del passato che ha da sempre affascinato il grande pubblico, e che mai come nell’espansione rilasciata quest’anno è stata esaltata. Inoltre gli ammiccamenti alla celebre saga di George Lucas sono numerosissimi, e chi non scommetterebbe su Star Wars? Io per primo comprai il gioco affascinato dal design di un personaggio visto online dalle vaghe sembianze di Boba Fett. Al comparto prettamente estetico si accosta un comparto sonoro molto curato e soprattutto complementare al gioco. Chiedete a un qualsiasi utente se ricorda il tema dei Cabal o il tema della bossfight de La Mente Intramontabile e saprà intonarle immediatamente.

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Una buona sintesi di ciò che mi direbbero i miei compagni di clan.

Destiny non è certamente il gioco perfetto (Deeplay ne ha parlato a questo link). Non è esente da difetti, anzi, se ne contano parecchi, ma dal punto di vista commerciale, la pianificazione del progetto e i tempi di rilascio dei contenuti sono decisamente encomiabili. L’utenza gioca in sessioni concentrate, fino a essere satura del titolo e ad abbandonarlo, per poi tornare sempre e comunque a ogni evento temporaneo o a ogni rilascio dei nuovi contenuti. A chi fa parte della community, non suoneranno come nuovi i commenti di utenti che apostrofano il titolo con aggettivi decisamente poco eleganti, utenti che contano comunque una totalità di ore trascorse sul titolo ben superiore alla mia. È difficile che un gioco su cui si spendono centinaia e centinaia di ore, non piaccia. Destiny è così, un titolo che porta a giocarlo così tanto da provarne addirittura repulsione: è nel riportare costantemente quest’utenza sul gioco che Bungie e Activision dovevano affrontare l’ostacolo più grosso. Nonostante si parli di un progetto concepito su durata decennale, all’inizio dell’anno tre la scommessa è stata vinta senza ombra di dubbio. Se paragonati i dati di vendita del primo mese del gioco al lancio e di Rise of Iron, le vendite dell’espansione sono decisamente superiori. L’utenza non è stata persa: al contrario, è decisamente incrementata.
Bungie e Activision stanno facendo scuola così come Blizzard prima di loro, e le varie software house e case di distribuzione che si accingeranno a mettere sul mercato progetti di questo tipo prenderanno di sicuro a esempio il modello Destiny, come d’altronde stanno già facendo (vedasi The Division). Se il supporto al titolo continuerà con questo livello di attenzione, e se saranno bravi a prenderci ancora all’amo, noi utenti di vecchia data difficilmente abbandoneremo il titolo: un contatore di ore perse ci potrà forse far riflettere per qualche minuto sul continuare o meno, ma siamo perfettamente coscienti che torneremo a imbracciare le nostre armi e a combattere con i nostri compagni per la Terra e per il Viaggiatore.

Approfondimenti #marketing e comunicazione

Il problema delle esclusive — L’elitarismo nel mercato odierno

Le esclusive sono sempre state il cuore dello sviluppo di una console da gioco, e negli ultimi anni sono ancora un tema fondamentale quando si comunica il lancio di un nuovo hardware o di una nuova piattaforma. Oggi però, è evidente che non esistono più quel tipo di “system seller” che cambiano le leggi del mercato e, con una maggiore maturità del videogioco, sarebbe il caso di riconsiderare il valore del concetto di esclusiva. Ma procediamo con ordine.

Questa generazione sembra oramai essere stata vinta, guardando esclusivamente alle vendite, dall’ammiraglia Sony, la PS4. Ed è sempre sembrato così sin dall’inizio. Bastava guardare i numeri: mentre la WiiU affondava inesorabilmente e One inseguiva con affanno, la nuova piattaforma Sony vendeva milioni di console ogni mese, battendo record dopo record. Ma qual era il numero delle esclusive disponibili nei primi mesi, e qual era la differenza numerica rispetto a quelle One e WiiU?
In realtà, ancora oggi, la console con il maggior numero di esclusive famose e di richiamo rimane la piattaforma Nintendo. Tra Bayonetta, Mario e Donkey Kong, nonostante nomi come Kamiya e Platinum Games alle spalle, la WiiU ha comunque venduto poche copie. Nel frattempo, nei primi mesi dal lancio, PS4 è riuscita facilmente a superarla, vantando dalla sua InFamousKillzone e Knack, e solo a fine marzo (quasi cinque mesi dopo il D1 della console) sugli scaffali è uscito Bloodborne. Anche One offriva numericamente un numero di esclusive pari o superiore a PS4, con nuove proprietà intellettuali come Ryse: Son of Rome, o con sequel di serie molto amate come Dead RisingForza Motorsport Killer Instinct.
La situazione non è poi cambiata più di tanto, con esclusive annunciate e rimandate per mesi da parte di Sony, spesso considerate sicuramente non di successo (Driveclub, che ha portato a licenziamenti corposi nello studio di sviluppo, e The Order, con vendite bassissime), più alcune chicche passate poi su PC (Everybody’s gone to the Rapture) o aventi un mercato di nicchia (Until Dawn).

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Senza esclusive paragonabili a Fable, Gears e Halo, e con una comunicazione pessima, One ha venduto il doppio di 360 nello stesso arco di tempo. Fonte: IGN.

Eppure, PS4 continua a godere, a quasi 3 anni dalla pubblicazione e con un numero di esclusive “forti” molto basso, di un vento favorevole e di una spinta di mercato pazzesca che la portano, di annuncio in annuncio e di conferenza in conferenza, a guadagnare sempre più terreno sugli altri. Siamo arrivati al punto in cui i gradi più alti della gerarchia Sony si sono detti attoniti di fronte ai risultati della console, e incapaci di capire i motivi per cui questa venda così bene.
In un arco di tempo persino più lungo (dal 2012), nonostante i suoi Mario Kart, Bayonetta e Pikmin, WiiU ha venduto milioni di copie in meno, ed è definitivamente stata considerata da tutti un prodotto fallimentare, con potenziali system seller originariamente esclusivi poi passati al crossplatform (Zelda), e un focus maggiore dell’azienda sulle console portatili.
One, nel mentre, ha recuperato terreno rispetto al disastro comunicativo iniziale, superando addirittura la 360 nelle vendite, ma lo ha fatto senza puntare sulle esclusive, anzi rinunciando al concetto stesso per quasi ogni gioco pubblicato dalla casa di Redmond (tranne Halo 5). Inoltre — e con mio enorme piacere — ha finalmente sdoganato il crossplay: compra un gioco su Windows 10 o su One, e potrai giocarlo su entrambe le piattaforme. Addirittura, con una proprietà intellettuale potente come Minecraft, ha continuato a vendere il gioco anche sulle piattaforme Sony.

Da questi e altri dati degli ultimi anni, è facile notare come il peso dei system seller non sia più quello di una volta e oggi conti davvero molto poco. L’esclusiva, il gioco del nostro autore preferito, non sposta milioni e milioni di copie nel mercato di massa, ma può al massimo vendere la console a chi è già un appassionato di videogiochi e vuole gustarsi tutto ciò che il mercato ha da offrire. Oggi, ciò che attira di più sono la qualità dei servizi online, gli sconti, la stabilità dei server, la sicurezza, la praticità, il costo e le periferiche disponibili. Oltre, ovviamente, alla forza bruta dell’hardware che esalta i titoli multipiattaforma.
Ma il paradosso dell’esclusiva è proprio questo: danneggia chi il videogioco lo vive come più di un passatempo, ma anche come una forma d’arte e d’intrattenimento — qualcosa a cui associare il concetto di eslcusività non può che far male. “Ex-cludere” significa infatti “chiudere fuori”, limitare l’accesso a un’opera a chiunque non decida di far parte del nostro clan, della nostra ciurma, del nostro gruppetto di dementi con la rabbia restii a concedere un software a qualcuno semplicemente perché questi preferirebbe poter giocare anche a Mario e Zelda o a God of War e Uncharted.

Tutto ciò ha delle conseguenze sul piano etico ed economico: innanzitutto, spingendo l’utente a prendere una posizione, lo si trasforma in una sorta di discepolo, di apostolo del credo dell’hardware house, una sorta di avvocato onnipresente sul web sempre pronto a smentire, attaccare, deridere e criticare qualsiasi cosa vada contro la sua religione, ossia la sua console. Basti pensare, banalmente, ad Apple, che sull’esclusività e sull’appartenenza al gruppo prescelto ha basato la sua intera strategia comunicativa. Questo modo di relazionarsi ai software e alla console distrugge spesso ogni velleità di dialogo.
A livello economico, invece, l’esclusività ha di certo dei vantaggi innegabili: il supporto di un grande publisher, la possibilità di lavorare a un hardware dedicato e specifico. Ma al contempo, il pubblico in grado di acquistare il gioco si dimezza, e chi sviluppa è fortemente limitato dalle necessità di Sony, Nintendo o Microsoft, di certo differenti da quelle di altri publisher, a partire dalla necessità di riempire i periodi natalizi o concorrere con le esclusive avversarie.

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Nonostante Portal e Left 4 Dead siano usciti su tutte le piattaforme, Steam continua a guadagnare miliardi grazie ai suoi servizi e alle sue politiche.

Inoltre, molto spesso si dice che l’esclusività rechi con sé la filosofia dell’hardware house, che Mario sia indissolubilmente legato a Nintendo come Halo a Microsoft. Puttanate. Mario è legato al suo creatore, non a un’azienda (basti pensare, come caso concreto, a Destiny, molto più “Halo” di quanto non lo sia Halo 5). Sì, certo, tutti possono associare Nintendo al divertimento, Microsoft all’online competitivo e Sony all’esperienze narrative, ma nell’epoca in cui su One possiamo giocare Quantum Break e Sunset Overdrive e su PS4 Titanfall e Destiny, queste distinzioni significano davvero poco.
La filosofia di una hardware house si può testare con la macchina e i suoi servizi, non con i videogiochi, che in quanto arte dovrebbero essere disponibili più facilmente per tutti, senza che li si leghi a doppio filo a una console da 300€, magari acquistata solo ed esclusivamente per quello. Le console che avremmo oggi, se Microsoft non si fosse piegata alle istanze di chi aveva però già scelto PS4, sarebbero fortemente diverse: una console dedicata al digital delivery, ai servizi TV, al competitivo e all’always online (One); una console dedicata alla realtà virtuale, alla condivisione di esperienze, al mercato indipendente e alla forza bruta (PS4); una console dedicata al giocare insieme, e ovunque (Switch).
Servizi diversi per mercati diversi, non un unico blocco asettico in cui vince chi ha messo mezzo teraflops in più rispetto agli altri, o chi riesce a cantarsela meglio nelle conferenze annuali (in tal senso, un plauso a Nintendo e al suo coraggio nel proseguire su una strada di originalità e innovazione, non sicura e legata alle scelte imposte dal mercato).

E qui il punto è sempre lo stesso: il problema, alla base, sono i giocatori. Perché anche solo dare più attenzione a un gioco in virtù della sua esclusività è sintomo di un mercato malato, in cui il giocatore non è interessato al gioco in sé, ma a trasformarlo in un mezzo per dimostrare quanto lui sia stato più scaltro di altri. Non sono un promotore assoluto della macchina unificata (anche se sarei curiosissimo di scoprire che fine farebbe nel mercato odierno), e sono fermamente convinto che il “sonaro” o il “boxaro” vedrebbero anche solo nei colori delle console un motivo di conflitto, ma l’abbattimento delle esclusive, o un loro ulteriore ridimensionamento, mi sembra uno dei passi fondamentali per garantire un approccio di massa al videogioco più maturo e responsabile, più sui contenuti e non sulle apparenze.

Approfondimenti #marketing e comunicazione

PS4 Pro: vendere console per vendere televisori?

Il 7 settembre 2016, Sony rivela ufficialmente l’attesissima PS4 Pro, la console futuristica che, per le modalità in cui è stata presentata al pubblico, mi ha riportato alla mente l’esperienza che ho vissuto dieci anni fa.
Torniamo allora al 2005, quando Sony presenta all’E3 di Los Angeles la console di nuova generazione: PlayStation 3. Alta definizione, HD Ready, FULL HD, non si parlava d’altro, o almeno io (piccolo videogiocatore accanito male informato) non ricevevo altre notizie su questa nuova console nelle discussioni con gli amici e tramite gli annunci pubblicitari su riviste e in TV.
Poi arrivò a casa mia: mi fu regalato il primo, elegantissimo, modello di PlayStation 3 accompagnato da Need For Speed: Carbon. Avevo già quel gioco, l’avevo completato per metà su PlayStation 2, però la nuova confezione era diversa, qui si parlava di Blu-ray Disc e di supporto a nuove risoluzioni (720p, 1080i, 1080p). Tutto ciò risultava alquanto strano e confuso per me, che non avevo una connessione internet né adulti informati a cui fare riferimento per saperne di più. Nessun indizio, se non un unico mantra, di cui tutti erano consapevoli, ne avevano la testa piena: occorre una nuova TV, senza l’alta definizione PlayStation 3 è sprecata. E così fu, boom delle vendite di queste televisioni che permettono di raggiungere risoluzioni altissime e impensabili per l’epoca.

Ne è passato di tempo da allora, ma quali sono stati i risultati? Enorme base installata di televisori di nuova generazione, pochi contenuti a supportarle. I primi a fornire contenuti in alta definizione sono stati proprio i produttori di videogiochi, con giochi che offrivano una risoluzione di 720p nella maggior parte dei casi, a fronte dei 1080p massimi (raggiunti solo in pochissimi casi, anche a fine generazione) consentiti dai nuovi monitor. Soltanto molto dopo sono emersi canali TV ad alta definizione, servizi televisivi a pagamento con pacchetti di canali alle nuove risoluzioni, home-video su DVD HD e Blu-ray.

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4K, HDR, HDTV, PlayStation VR: questi sono i cavalli su cui Sony sta scommettendo con la nuova console.

Tornando al PlayStation Meeting di qualche giorno fa, l’impressione è stata la stessa: sembra che Sony ritenga giunto il momento di rottamare i nostri schermi per far posto al futuro. Mark Cerny e Andrew House, rispettivamente architetto di PS4 e CEO di Sony Interactive Entertainment si sono dilettati in lunghi spiegoni molto fumosi sulle due nuove caratteristiche fondamentali della nuova console: risoluzione 4K (2160p), detta anche Ultra HD, e HDR. La cosa buffa però, è che le due figure ufficiali di Sony stessero vendendo a parole due tecnologie che i presenti in sala già conoscevano fin troppo bene, in maniera molto più chiara e approfondita di quanto detto sul palco e mostrato da diapositive e video esemplicativi. Questo PlayStation Meeting è stato il palco sul quale Sony è stata fin troppo vaga nei confronti della stampa specializzata (e degli appassionati) e fin troppo opprimente nei confronti di quella generalista e del giocatore medio, che non si informa. Sembra allora che il messaggio veicolato sia: «Guardate che a novembre stabiliamo un nuovo standard: PS4 Pro con il 4K. Badate però che se non avete una TV adeguata, non sarete al top».
Qual è il problema in tutto questo? Il problema è che PS4 Pro non farà esattamente ciò che promette, perchè il 4K ci sarà solo tramite una trovata tecnica (molto brillante e ben riuscita, a detta di chi ci ha già messo le mani sopra) che simulerà la risoluzione tanto pubblicizzata. Mi viene da pensare allora che PS4 Pro ripeterà le gesta di PlayStation 3: console pubblicizzata come capace di sfruttare una qualità visiva che la maggior parte delle persone nemmeno immagina, ma che in fin dei conti non mantiene le promesse (tanto chi vuoi che se ne accorga? Nessuno sa come sia effettivamente l’HD ) e delega la riuscita dell’impresa al suo successore (PS4, che fa girare quasi tutto a 1080p nativi), approfittando però del fatto che ormai tutti sono in possesso dei televisori adeguati.

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Le confezioni dei giochi d’ora in avanti presenteranno questo logo per indicare che su Ps4 Pro ci saranno dei miglioramenti per vari aspetti.

Chi leggerà quest’articolo probabilmente non si sentirà chiamato in causa, ma la realtà dei fatti è che il videogiocatore medio gioca su console e non lo fa per scelta ponderata, ma per comodità varie (nemmeno sa cosa è in grado di fare un computer). Il videogiocatore medio acquista i giochi al lancio, quelli che sembrano più belli in base ai trailer pubblicitari e (triste ma vero), quelli con la grafica “più bella” o “più realistica”. Se una grande azienda come Sony (mi azzardo a dire la più grande del settore, al momento) immette sul mercato una nuova console che alza l’asticella del comparto visivo dei giochi, non in pochi si sentiranno inferiori rispetto a coloro che potranno godere di questo nuovo tipo di esperienza, inferiori rispetto al nuovo status che si verrà a creare. Magari inizialmente l’idea di dover acquistare console e televisione potrà spaventare, ma quanto ci metteranno tutte queste persone a cedere all’impulso d’acquisto per sentirsi in pari con gli altri?

I quesiti che attanagliano tutti in questo periodo allora sono: PS4 Pro s’ha da comprare? Sony sta prendendo in giro i suoi clienti affezionati immettendo una nuova console di riferimento a soli tre anni dal lancio dell’ultima arrivata?
La risposta è no, Sony non sta approfittando di nessuno, ma sta offrendo un’opportunità, vuole lanciare un input al mercato e lo vuole fare prima di tutti: PS4 Pro sarà una console che offrirà diversi bonus ai suoi acquirenti, ma che non andrà a togliere nulla a chi preferirà continuare a giocare sulla stessa postazione, senza sborsare un soldo.
Proprio qualche giorno fa, Masayasu Ito, vicepresidente di Sony Interactive Entertainment, ha dichiarato durante un intevista a 4Gamer che PS4 Pro monterà la stessa quantità di RAM di PS4 per non permettere agli sviluppatori di approfittare di una maggiore quantità di risorse e creare un divario nell’ottimizzazione tra le due differenti versioni dei medesimi giochi. La linea direttiva di Sony sembra quindi precisa e volta a tutelare noi videogiocatori, che prima di tutto siamo consumatori (a volte dimenticare questo concetto può portare a formulare ragionamenti scorretti, talvolta pericolosi).

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Come evidenziato nelle FAQ di PS4 Pro su PlayStation Blog, la potenza aggiuntiva della nuova console è messa a disposizione degli sviluppatori, che potranno gestire liberamente l’impiego delle risorse per ottimizzare risoluzione piuttosto che framerate su nuovi e vecchi schermi.

Il nocciolo della questione sta tutto nel fatto che il mercato sia pronto o meno ad accogliere il futuro e farlo diventare quotidianità: il mondo PC si è già rimboccato le maniche da un po’ di tempo, e sta continuando ad affilare le sue armi sfornando tutta una serie di schede grafiche sempre più performanti, orientate proprio al gioco in 4K. Tuttavia, come detto prima, la componente PC all’interno di quest’industria è ancora una minoranza rispetto al mondo console, che lotta fino all’ultimo e ne pensa sempre una nuova per non affossare nel burrone che separa i tempi (e la qualità) di sviluppo dei due ecosistemi, e per questo credo che la mossa giocata d’anticipo da Sony con questa nuova PS4 Pro, possa essere quella giusta per avere il ruolo di avanguardia del 4K, proprio grazie a tempo di uscita (10 novembre) e prezzo iper-concorrenziale (400€). Sarà però solo il tempo a dirci se Sony ha avuto la vista lunga ancora una volta oppure no, se riuscirà a venderci di nuovo un televisore.