Cinema

Mr.Robot 3×01 – Elliot e il dopo-rivoluzione

L’odissea di Elliot incarna lo spirito ribelle tipico dei giovani d’oggi: arrabbiati con un’entità dai mille volti senza la quale la “civiltà” non esisterebbe, o almeno non così come la conosciamo. Sin dalla prima puntata lo scopo di Elliot è stato chiaro: distruggere quell’entità mostruosa, un corporativismo perverso figlio dell’era capitalista in cui viviamo. Ma fare del bene spesso significa anche fare del male, e questo nuovo ciclo ruota proprio attorno a questo dilemma. Chi ha subito maggiormente le conseguenze del piano di Elliot sembra essere proprio la società, la stessa che il ragazzo nelle prime puntate mandava bellamente “a fare in culo”. Viene quindi da chiedersi se Elliot voglia più il male per quest’ultima, che non il bene. Il sogno di una civiltà libera dai debiti, dalle multinazionali e dalle banche si infrange nell’esatto momento in cui quella stessa civiltà è messa con le spalle al muro, stanca, ferita e affannata, pronta a battersi per l’ultima goccia di acqua rimasta in città. Ma mentre il prezzo della benzina sale, l’elettricità viene a mancare e i risparmi di una vita depositati in banca diventano soltanto numeri invisibili, dall’altra parte della barricata c’è un’elite che sembra non aver subito la rappresaglia organizzata da F.Society, l’organizzazione clandestina fondata da Elliot.

Anzi, la stessa elite globale sembra esserne uscita rafforzata, facendo leva sugli istinti più bassi dell’uomo in tempi difficili (le immagini del Presidente Trump in questa puntata si incastrano perfettamente), così da assicurarsi consenso e ordine. Ironico vedere come la Rivoluzione scatenata da Elliot sia diventata l’ennesima figura su una t-shirt, un argomento di discussione nei talk show, l’ennesimo urlo di rabbia divenuto un oggetto da acquistare, fatturare, impacchettare e da esibire in vetrina. Elliot è disgustato dal modo in cui la sua causa sia diventata parte del tutto, di come si sia agglomerata al consumismo più becero. Non il cambiamento sognato da molti, ma sicuramente quello sperato da chi osserva dall’alto. Un cambiare tutto per non cambiare niente.

Donald Trump appare in alcuni spezzoni video all’interno della prima puntata.

Questa prima puntata di terza stagione si presenta decisa, concentrandosi sui rimpianti e sugli errori commessi in passato dai personaggi con allo stesso tempo gli occhi rivolti al futuro. È chiaro che Sam Esmail abbia in mente qualcosa di ancora più enorme per questa stagione, una sensazione che accompagna lo spettatore sin dai primi minuti per poi affievolirsi in quelli seguenti, dove viene appunto lasciato spazio ai personaggi con i loro dubbi e le loro certezze, il tutto sempre condito da una regia lenta e meticolosa che lascia spazio ai silenzi e agli sguardi e da una fotografia sempre più oscura, a tratti quasi acida in quei ritrovi segreti dove vengono decise le sorti del mondo da un manipolo di giovani sì capaci, ma impotenti di fronte alla grande macchina dell’esistenza.

Il cast di Mr.Robot

I personaggi che accompagnano Elliot nel suo viaggio acquisiscono sempre più importanza, tanto da essere diventati ormai fondamentali per la riuscita del piano (o meglio, dei piani). La figura di Mr.Robot, sempre presente, non sembra essere destinata ad abbandonare Elliot, in quello che si preannuncia essere l’ennesimo gioco di specchi che i due portano avanti da tre stagioni. Ancora una volta Elliot dovrà capire se può fidarsi non tanto delle persone che lo circondano, ma del suo alter ego Mr.Robot, dal quale il protagonista proprio non sembra essere capace di difendersi. Puoi scappare dai tuoi demoni interiori, ma il tuo inconscio prima o poi ti chiederà di fare i conti con la realtà (distorta) in cui vivi. Se alla fine vincerà Elliot, Mr.Robot o nessuno dei due è difficile da prevedere, ma lo scontro psicologico fra i due sembra ancora più vivo che mai.

Mr.Robot contro Mr.Robot.

Le musiche, quasi inesistenti in questo episodio, cedono il passo ai silenzi assordanti sopracitati e alla voce narrante di Elliot che discute delle sue azioni con lo spettatore, che assiste all’inesorabile fine del mondo, ma soprattutto all’inizio di una nuova era costruita sul sangue di innocenti diventati foto su un muro del ricordo. Il fattore informatico viene messo da parte sempre di più per dare voce alle inquietudini interiori dei personaggi che si muovono sulla grande scacchiera della vita, superando quel tono freddo e cinico dei primi tempi in cui tutto era relegato a codici informatici (persino le emozioni), sottolineando un processo di maturità in corso nella mente di Elliot che lo porterà, magari, ad avvicinarsi più alle emozioni che alla tastiera di un computer, fuoriuscendo dal guscio protettivo nel quale sembra vivere da anni, senza però abbandonare quella visione cinica della società su cui la serie ha marciato sin dalla prima puntata.

Forse il futuro auspicato dal grande Tyler Durden non è così roseo come ce lo immaginavamo. Quei palazzi rasi al suolo non sancivano la fine di ogni austerità, ma l’inizio di qualcosa di ben più peggiore di banche e multinazionali: sé stessi.

Cinema

Peaky Blinders: il diavolo è nei dettagli

Incoraggiato dalla sua disponibilità sul catalogo di Netflix e dalla presenza di Cillian Murphy nel cast, mi sono approcciato alla visione di Peaky Blinders senza conoscerne autori e trama (fatta eccezione per quelle due righe fornite da Netflix per ogni suo contenuto). Ero sì abbastanza fiducioso riguardo alla sua qualità, avendo letto alcuni pareri di alcuni miei conoscenti, ma sicuramente non mi aspettavo di rimanerne così affascinato: alla fine del primo episodio ero già totalmente catturato dal mood, e non potevo fare altro che dare vita ad un vero e proprio binge-watching dei rimanenti episodi.

Ideata da Steven Knight (Regista di Locke e sceneggiatore de “La Promessa dell’Assassino” di Cronenberg) e trasmessa su BBC Two, Peaky Blinders è una serie del 2013 che narra  la storia di Thomas Shelby e famiglia, membri dell’ambiziosa banda criminale (realmente esistita) dei Peaky Blinders, in una devastata Birmingham del primo dopoguerra. Sin dalla sua messa in onda nel 2013 si è affermata come tra le migliori serie tv in circolazione, forte soprattutto di una certosina (per non dire maniacale) cura per i dettagli.

On a gathering storm comes a tall handsome man…

Un po’ “Gangs of New York” di Scorsese, un po’ “Boardwalk Empire” di Terence Winter, “Peaky Blinders” sin dalle sue prime scene ci si presenta come un period drama dai toni fortemente pulp che riesce, grazie anche a delle scenografie e dei costumi d’alto livello, ad immergerci nell’atmosfera decadente ed industriale della Birmingham degli anni ‘20 e, più precisamente, nella vita di Thomas Shelby (Cillian Murphy), tormentato veterano della Prima Guerra Mondiale che, al suo ritorno dal conflitto, decide di prendere in mano le redini dei Peaky Blinders per condurli alla grandezza.

Aiutato da sua zia Polly (Helen McRory) che spesso gli farà da consigliera e dai suoi due fratelli, Shelby tesserà le sue trame volte ad affermare la leadership della sua banda a più alti livelli. Ad ostacolare l’ascesa della banda verso la grandezza ci sarà, oltre ai diretti rivali, uno zelante poliziotto Irlandese in cerca di fama e disposto a tutto per raggiungere i suoi obiettivi: l’ispettore C.I Campbell intepretato da un bravissimo Sam Neill, nemesi perfetta del  protagonista. Tra i due si creerà un rapporto complesso e non banale che si evolverà durante il corso degli episodi offrendo alcuni tra gli attimi di tensione più intensi della serie.

Il sottobosco criminale fatto di violenza, alleanze e corruzione in cui si muovono i personaggi dà la possibilità alla serie di mettere in scena tutta la sua anima pulp: agli spettatori non viene risparmiata la visione di sanguinose e spettacolari scazzottate fra bande rivali ed una massiccia dose di sesso, imprecazioni, torture e pestaggi. Tutti elementi che non saranno mai inseriti per il solo motivo di scandalizzare o impressionare lo spettatore, ma bensì risulteranno perfettamente coerenti con la natura dei personaggi, col contesto della serie e funzionali all’interno della narrazione.

…in a dusty black coat with a red right hand

La trama, sebbene non particolarmente originale, sia nei meri eventi che nelle tematiche affrontate, mi ha tenuto incollato dall’inizio alla fine, merito soprattutto di una scrittura d’alto livello, fatta di dialoghi calibrati al millisecondo e mai banali, di una caratterizzazione dei personaggi eccellente e di un ritmo che può sì risultare lento, ma che in realtà denota un’ottima conoscenza e padronanza del mezzo televisivo da parte di Knight: I sei episodi di ogni stagione si prendono tutto il tempo necessario per costruire gli eventi che poi andranno ad esplodere nei vari finali di stagione, senza mai il rischio di far sentire la sensazione di “brodo allungato” o “superfluo” che si può percepire in molte serie tv contemporanee, anzi, vi ritroverete a volerne sempre e sempre di più. In questo aiuta molto, ovviamente, l’insolito format dei 6 episodi per stagione. (Anche per un’epoca in cui ormai moltissime serie tv presentano stagioni dagli 8 ai 13 episodi).

Nonostante sia Thomas Shelby a rubare il più delle volte la scena, merito anche della meravigliosa interpretazione di Cillian Murphy, gli autori riescono a dare ad ogni personaggio il giusto spazio di approfondimento ed il proprio “percorso narrativo” parallelo a quello del protagonista principale. Percorsi che ci porteranno ad assistere ad alcuni tra i momenti più belli della serie (e tra i momenti televisivi che ho più apprezzato in quest’ultimo periodo): i personaggi Polly Gray e C.I Campbell sono solo alcuni esempi a favore di questa mia affermazione, ma potrei citarne davvero molti altri.

Mi sembra inutile sottolineare come ogni attore in scena sembri perfettamente calato nella parte, Cillian Murphy offre qui una delle sue migliori interpretazioni da attore e i suoi colleghi non sono da meno: Sam Neill (come già detto) è bravissimo ed Helen McRory, attrice che non conoscevo, è risultata essere una piacevole sorpresa, così come sono rimasto colpito dall’Arthur Shelby di Paul Anderson (che nella seconda stagione avrà una gran bella evoluzione) e dalla bella e misteriosa Grace di Annabelle Wallis.

By order of the Peaky Blinders

La cura per l’aspetto narrativo e quello legato alla scrittura, va a braccetto con l’altrettanto elevata attenzione per l’intera  componente stilistica ed estetica, creando la classica situazione in cui la forma riesce ad esaltare il contenuto. Una regia dinamica fatta di slow motion, piani sequenza e primi piani riesce a valorizzare i momenti clou con soluzioni visive e movimenti di macchina accattivanti e mai scontati, mentre la sapiente gestione della fotografia, oltre che a contribuire alla rappresentazione scenica del periodo di degrado e forte industrializzazione in cui riversa Birmingham, fa di Peaky Blinders  una tra le serie visivamente più impattanti dell’intero panorama televisivo.

Dulcis in fundo, un paragrafo va per forza dedicato alla notevole colonna sonora: Composta (volutamente) nella sua totalità da brani anacronistici per il periodo in cui è ambientata la serie, essa vanta i nomi più disparati della scena musicale attuale, tra i quali Nick Cave (Red Right Hand) e i Radiohead (I Might Be Wrong), con un pizzico di The White Stripes ed Arctic Monkeys e, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ogni brano è perfettamente calato all’interno della narrazione senza mai sembrare fuori contesto, anzi, contribuisce con sagacia alla costruzione delle scene, favorendo inoltre la loro riconoscibilità e l’impatto sullo spettatore.

Tutti questi elementi fanno di Peaky Blinders un piccolo grande gioiello autoriale che qualsiasi appassionato di serie tv dovrebbe vedere . Le prime due stagioni (su tre uscite, con la quarta che in Inghilterra inizierà a Maggio) sono disponibili su Netflix Italia e, secondo me, non dovreste perdere tempo e dare subito inizio alla maratona.

 

Analisi #Cinema

Legion: episodi 6-7-8

Ho deciso di raggruppare in un solo articolo le analisi degli ultimi tre episodi di Legion, la serie di Noah Hawley dedicata al mutante omega dell’universo Marvel prodotta da FX, non tanto perché le sue puntate conclusive fossero deboli — anzi, come potrete leggere più avanti, in esse si raggiungono i momenti più alti del pacchetto —, ma semplicemente per recuperare il ritardo accomulato e concludere il viaggio nella mente di David Haller. Non pensate, però, che dedicando un solo paragrafo a episodio le analisi saranno meno approfondite del passato; perché l’obiettivo ultimo di questa serie di articoli è sempre quello di avviare un dialogo tra me e voi che leggete ed è fondamentale che esso sia stimolante per tutti e che ci sia una continuità.
Avviamoci insieme, dunque, verso le battute finali di Legion.

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Legion ep. 6 — “Terapia”

Rieccoci nella Clockworks o, per meglio dire, nella versione che il Demone dagli Occhi Gialli ha creato nel piano astrale della clinica psichiatrica dove tutto è iniziato. Un luogo in cui il parassita che abita la mente del protagonista può agire liberamente per far capire alla persona che lo ospita quanto il suo potere possa sovrastarlo, dominarlo, distorcere completamente la sua percezione del mondo e di chi lo abita. Un esempio concreto di questo concetto lo abbiamo nel modo in cui viene sfruttata la figura di Amy, la sorellastra di David: una inserviente, una badante che deve prendersi cura dei pazienti (e quindi anche di tutti i personaggi che hanno accompagnato il mutante fin qui) ma che si pone in maniera aggressiva nei confronti del fratellastro tentando di modificare l’idea che lui ha della donna.
Il Demone sembra a suo agio nel ruolo di regista, artefice, controllore. Libero/a da ogni vincolo materiale che David rappresentava e assunto quasi a tempo pieno il corpo e il volto di Lenny, può soggiogare e imprigionare anche Ptonomy, Syd, Melanie, Carey, Karry e The Eye nel piano astrale per quanto tempo vuole e senza apparenti conseguenze. Risvegliando le paure dei personaggi, costringendoli a pensare di meritare di stare lì dentro per sempre date le loro condizioni mentali, puntando sulle conseguenze che le loro azioni potrebbero aver provocato. Un’ipnosi, una stasi, uno stallo alla messicana (per riprendere uno dei tanti temi cari alla serie, la citazione cinefila) nella quale il Demone sembra avere un piccolo vantaggio, come possiamo vedere nella bellissima scena di danza in cui l’attrice Aubrey Plaza comunica allo spettatore che il suo personaggio ha raggiunto il pieno controllo sulla persona che lo/la ospita, a tal punto da imprigionare David nei meandri più reconditi della sua stessa mente.
Un controllo che, però, non fa i conti con un piccolo dettaglio: Oliver e la sua capacità di esplorare liberamente il piano astrale e di comunicare con le persone che vi sono dentro tramite sogni e visioni. È così che riesce a far capire a Carey dove si trovano tutti quanti, mostrandogli in sogno un cubo di ghiaccio (chiaro riferimento alla prigione dove è stato rinchiuso il marito di Melanie vent’anni prima degli eventi qui raccontati), e a farlo rinsavire per poter salvare gli altri componenti di Summerland prima che sia troppo tardi.

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Legion ep. 7 — “Shadow King”

È tempo di rivelazioni in questo penultimo episodio della prima stagione di Legion. È giunto il momento che gli autori districhino i nodi giunti al pettine narrativo della serie e spieghino chi è cosa nella produzione FX.
Insolito, nell’economia del prodotto, è il modo scelto per spiegare chi è effettivamente il Demone dagli Occhi Gialli e tutte le sue rappresentazioni. A introdurre l’identità del personaggio, infatti, è un discorso tra Carey e Oliver dal sapore decisamente fumettistico, orientato a una narrazione supereroistica più pura rispetto a quanto visto prima. Il vero volto di Ahmal Farouk, il Re delle Ombre dell’universo Marvel, viene svelato nel modo più inaspettato: un perno narrativo che risveglia lo spettatore ricordandogli che, in fin dei conti, sempre di X-Men stiamo parlando, anche se sono state prese delle libertà inedite per il tipo di prodotto.
Questa della spiegazione e della narrazione più esplicita che comunque non dimentica le caratteristiche peculiari della serie è una delle cifre più sensibili non soltanto di questo settimo episodio ma di tutta la parte finale di Legion. Altro esempio, oltre a quello appena visto, sta nel momento in cui David parla alla sua parte razionale (che, in lingua originale, si esprime con un divertentissimo accento britannico) e ripercorre la sua infanzia scoprendo — e facendo scoprire — la sua genesi e il suo passato.
Come ho ripetute in altre occasioni, la serie è densissima di riferimenti cinematografici sia sotto forma di citazioni di pellicole precise che di rimandi a stili particolari. In questo settimo episodio, ad esempio, vediamo due sequenze consecutive e collegate che danno questa sensazione. La prima vede protagonista Oliver intento a suonare le linee dimensionali come fossero strumenti musicali, intonando una versione distorta — al limite del dubstep –del Bolero. La canzone prosegue poi nella seconda sequenza, questa volta in bianco e nero (colore usato per distinguere ciò che è reale e fittizio nel piano astrale) e costruita come un film slapstick, con un chiaro richiamo ai Maestri del cinema come Charlie Chaplin e Buster Keaton, mutando completamente i personaggi e limitando i dialoghi a pannelli in sovraimpressione.

legion

Legion ep. 8 — “Guerra o Pace”

Il capitolo finale della prima stagione di Legion. La conclusione di un primo ciclo di episodi densi di spunti riflessivi sia a livello di storia che di messa in scena televisiva. Questa ottava puntata ci ricatapulta nel primo episodio con un personaggio che lo spettatore dava completamente per disperso: ricordate l’interivstatore della Divisione 3 che David faceva esplodere nella piscina della Clockworks? È tornato, vuole la sua vendetta sui mutanti di Summerland e completare il lavoro che l’agenzia delle Nazioni Unite per cui lavorano ha affidato a lui e a The Eye. Un settore dell’ONU impegnato a sradicare la crescente minaccia mutante prima che essa possa prendere consapevolezza del suo potere.
Ma non è l’unica minaccia che i protagonisti dovranno affrontare in questa fase conclusiva: Farouk, infatti, è intenzionato a scappare dal luogo in cui David ha cercato di rinchiuderlo alla fine della puntata precedente, e per farlo è disposto a uccidere il protagonista. Questo è quello che il Re delle Ombre, sotto forma di Lenny, comunica a Syd prima che i vari personaggi di Summerland si avventurino nel tentativo di liberare meccanicamente David da Farouk. Syd e David, in otto episodi, hanno sviluppato un rapporto che da idealizzato e astratto è diventato concreto e sentito. Non è quindi difficile capire perché la ragazza scelga di liberare il Re delle Ombre cambiando il suo corpo con quello di David mentre Farouk tenta di distruggerlo dall’interno: per amore, amore finalmente vero. Ne consegue una sequenza ricchissima di azione e dai toni sempre più marcatamente supereroistici, in cui Farouk esce dal corpo di Syd per entrare in quello della combattiva Karry e chiudere i conti sospesi con David in un combattimento piuttosto tipico per il genere e infarcito di effetti speciali e rallentamenti.
Il combattimento, però, non va a finire come sperato e Farouk riesce a fareun ultimo, disperato sforzo gettandosi nel corpo di Oliver. Il nostro poeta beat si accorge dell’avvenuta possessione e, dopo una significativa scena cantata, abbandona Summerland in compagnia di una piacevole partner, Lenny.


Così si chiude, dopo la classica scena post-titoli di coda tipica delle produzioni cinematografiche e televisive della Casa delle Idee, l’ottava puntata e la prima stagione di Legion. Molti gli interrogativi in sospeso e altrettanti gli spunti sui quali gli spettatori possono fare teorie per cercare di capire cosa potrebbe attendere loro l’anno prossimo nella seconda stagione.

 

Analisi #Cinema

Legion ep.5: “Parassita”

Siamo giunti al giro di boa per Legion, la serie televisiva prodotta da Fox in collaborazione con Marvel che racconta le vicende del mutante David Haller secondo la visione personale del produttore e showrunner Noah Hawley, famoso per la notevole serie antologica Fargo.

In quattro episodi abbiamo potuto saggiare gli intenti della produzione: la volontà di spostarsi in maniera netta dalle atmosfere dei vari universi cinematografici e televisivi, compreso quello dei mutanti di proprietà dello stesso gruppo che supervisiona la nostra serie. Il fatto che si sia scelto di allontanarsi da quelle atmosfere e dai modi con cui la stessa Fox, Netflix e Marvel Studios usano l’audiovisivo e il suo linguaggio, non significa però che non ci sia un profondo rispetto per ciò che gli altri prodotti rappresentano; soltanto, probabilmente, non vedremo mai James McAvoy nel ruolo di Charles. Una distanza stilistica che, quindi, più che di presunzione e di rifiuto di mischiarsi con il resto parla di spazio di azione e mancanza di obblighi.

Ma è per parlare del quinto episodio e di alcuni suoi spunti che sto scrivendo queste righe, per cui, senza altri indugi, spostiamoci nel piano astrale e iniziamo il nostro cammino dentro Parassita, quinto episodio di Legion.

legion

Sono l’uomo delle magie

Tornato dal piano astrale, David sembra fortemente determinato e convinto delle sue capacità già dai primi minuti della puntata. Il protagonista di Legion, infatti, pare avere riacquisito consapevolezza grazie all’incontro con Oliver, il marito di Melanie intrappolato da oltre vent’anni all’interno della dimensione. Si fanno più chiari i rapporti tra lui e Lenny/Benny/il diavolo dagli occhi gialli — personaggio interpretato da una Aubrey Plaza sempre più in stato di grazia, che rende il ruolo il vero fiore all’occhiello della serie — che, in scene come al solito tinte da una intensa luce rossa, sembra voler cooperare con il mutante per salvare Amy (che, come sappiamo dalla scorsa puntata, non è la vera sorella di David ma soltanto sua sorella adottiva).

La determinazione e la sicurezza recuperate sono presentate allo spettatore anche attraverso altri momenti: torna, ad esempio, una forte attenzione per il ruolo dell’audio, che permette allo spettatore di decifrare i momenti in cui il protagonista sta comunicando telepaticamente con gli altri personaggi mediante un filtro eco sovraimpresso alle voci degli attori in maniera, questa volta, più disinvolta, diretta e controllata. Ma, tra tutti, sono altri due i momenti in cui la convinzione del personaggio raggiunge il suo apice: le scene ambientate nella “stanza bianca” e nelle registrazioni delle telecamere a circuito chiuso della Divisione 3, durante il salvataggio di Amy.

Nel primo caso ci viene presentato il risultato di uno dei poteri di David e del crescente controllo che quest’ultimo ha su di esso: con la telepatia il mutante ha potuto creare un luogo fittizio in cui i collegamenti sinaptici permettono a lui e Sydney di allontanarsi dalla realtà e, finalmente, celebrare il loro amore senza troppo preoccuparsi del potere della ragazza. Un ambiente asettico e innaturale, completamente arredato e dipinto di bianco, in cui i due si muovono in maniera distaccata, finta, come a enfatizzare la natura non reale (e non realistica) della stanza. Interessanti sono i momenti in cui David entra ed esce di scena da parti opposte della inquadratura, oltre che piccoli dettagli, come la variazione delle colorazioni o la presenza di parassiti in una coppa di fragole. Questi momenti aiutano ad anticipare lo sviluppo narrativo della puntata. In questo luogo, poi, il personaggio si prende anche la libertà di giudicare Melanie, Carey e il lavoro che compiono a Summerland, chiedendosi perché i “dotati”, anche quando visti in maniera positiva, vengano trattati come malati o armi parafrasando la canzone Rainbow Connection del film dei Muppets.

Per quanto riguarda il secondo esempio, invece, la disinvoltura del protagonista raggiunge livelli tali da diventare perdita di controllo. David decide di lasciare totale libertà a Lenny lanciandosi in un attacco sulla carta semisuicida ma che il nostro svolge in maniera fin troppo agevole. I combattimenti contro le guardie che proteggono gli edifici in cui The Eye tiene in ostaggio Amy sono coregrafati in modo da dare l’impressione che il personaggio danzi, con una disinvoltura  quasi paradossale e parodistica.

Libertà e potere però hanno un prezzo, e su questo Lenny ha le idee piuttosto chiare: riportare tutti i personaggi coinvolti nelle fasi finali dell’episodio, compreso The Eye, a quella che sembra essere la Clockworks in cui l’alter ego di David ricopre il ruolo di una improbabile e serissima psicologa.

Appendice — Questione di stile

Poiché il paragrafo precedente riassume la quinta puntata di Legion, ho preferito condensare tutti i dettagli in una postilla a margine. Nello specifico, voglio concentrarmi su una scelta musicale e, dato che non l’ho fatto prima, parlare dei costumi scelti per David nel corso delle puntate.
Come ho spesso fatto notare nelle altre analisi, nella serie, il rapporto tra musica e girato è denso e va ben oltre il semplice gusto di chi ha curato la colonna sonora, sia che si parli di quella su licenza che di quella composta ad hoc. Un esempio presente qui lo abbiamo nel lungo montaggio musicale che mette in scena il viaggio di Melanie, Syd, Ptonomy e Karry da Summerland alla Divisione 3, accompagnato dal brano The Daily Mail della band britannica Radiohead. Un brano quasi completamente composto da una traccia vocale sovrapposta a una di piano, e il cui testo racconta, nel tipico stile del gruppo, di una distopia intestina che più che tirannia è dilemma interno al narratore. Una scelta che, oltre a incontrare il mio gusto personale, trovo estremamente azzeccata per il momento in cui viene posizionata sia per il suono che per il testo.

Ma veniamo agli abiti scelti per David nelle corso delle puntate. Abbandonata la divisa della Clockworks, infatti, il protagonista di Legion sfoggia una serie di T-shirt, solitamente bicromatiche, con forme geometriche astratte che ci danno aiutano tantissimo a comprendere la storia e il significato specifico di ciascun episodio. Procediamo con ordine:

  • Nel secondo episodio, che ripercorre il passato del mutante scavando nei suoi ricordi, vediamo una maglietta nera con un cerchio in cui è iscritto un quadrato che ne crea un buco, indice dell’incompletezza delle informazioni;
  • Nero è il colore del capo indossato da David anche nel terzo episodio, con la stampa di una freccia arancione con linee spezzate su uno dei due vertici, come a indicare che la puntata serve a sviluppare la narrazione, sebbene questa rimanga frammentata;
  • Per la quarta puntata è stata scelta una maglia color ghiaccio con una stampa che ricorda la forma, stilizzata, di un iceberg. Evidente è il riferimento al piano astrale e alla prigione di ghiaccio in cui è rinchiuso Oliver;
  • Nella quinta puntata il personaggio sfoggia una T-shirt nera con un triangolo giallo iscritto in un cerchio: è chiaro il riferimento al raggiungimento di una consapevolezza del protagonista, come è chiaro che la scelta cromatica del triangolo, dalle linee spigolose in contrapposizione all’armonia del cerchio, rappresenti Lenny e il suo essere parassita dentro il corpo del giovane.

Nel ricordare a tutti i lettori che le puntate per questa prima stagione sono 8, ci ritroveremo presto per l’analisi delle successive.

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Legion ep. 2: “Summerland”

Benvenuti nel secondo di otto appuntamenti settimanali dedicati alla nuova serie, prodotta da Fox, dedicata a un personaggio facente parte dell’universo Marvel, Legion. Lunedì scorso ho portato alla luce alcuni segni cercando di descriverne quelle che, secondo me, sono i significati o almeno ciò che i suggerimenti forniti dagli autori hanno attivato nel mio cervello. Cercherò di fare la stessa cosa con questo secondo episodio ponendo l’enfasi su tre aspetti: la gestione dell’infanzia di David Haller, il dialogo autore-spettatore e l’uso del suono.

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Passato e zone d’ombra

Grossa parte dei 64 minuti proposti questa settimana si concentra su due momenti piuttosto specifici della vita di David: la sua infanzia e il periodo in cui era in cura da uno psicologo, periodo che coincide con una profonda tossicodipendenza condivisa con Lenny.
Grazie alle abilità di Ptonomy, infatti, David ha la possibilità di rivedere porzioni della sua vita. Parti che risultano confuse, con interruzioni e i visi di persone chiave per la vita del protagonista, come i genitori, con volti oscurati o mai inquadrati.
Sul padre, in particolare, lo stesso David ricorda (o sa) molto poco: a malapena ricorda che fosse un astronomo, una «persona che parlava con le stelle». E qui il collegamento con le abilità del personaggio principale viene quasi da sé. Che sia un modo per avvicinare i fan dei fumetti originali, suggerendo che il padre è lo stesso che loro ricordano? O forse è l’ennesimo tentativo di sviare? Altro punto fumoso, oltre all’identità, è il ruolo del padre, collegato a un libro che leggeva al piccolo David e che sembrerebbe essere parte del motivo per cui il demone con gli occhi gialli vive e si alimenta della mente del mutante.

Drizzare le orecchie

L’audio, il rapporto tra l’uomo e l’udito è senza ombra di dubbio, dopo l’infanzia di David, il secondo tema principale dell’ episodio. Il proseguire della narrazione ci fa scoprire che David è capace di raggiungere una persona con il pensiero, telepaticamente, focalizzandosi sulla sua voce. Qui gli autori ci propongono una metafora: la mente del protagonista funziona come un amplificatore. Ruotando una manopola nella sua testa, il mutante può concentrarsi su qualcuno in particolare. La mente, però, ci gioca brutti scherzi, e ciò viene rappresentato tramite distorsioni. Voci che rallentano, velocizzano, cambiano di nota, ci fanno vedere come David possa interpretarle nel suo cervello.
Come per creare una continuità, poi, Summerland, titolo scelto per la versione italiana di questo episodio di Legion, si apre con una canzone del passato. A differenza del primo episodio però, qui, Road To Nowhere non viene proposta nella versione dei Talking Heads. Piuttosto, si preferiscono alla voce di David Byrne quelle dei componenti del cast che si riuniscono in una esibizione corale, che ricorda (come già nell’originale) quelle dei gospel americani. Gli attori descrivono quindi con le parole che intonano la situazione in cui personaggi si trovano: «Sappiamo dove stiamo andando, ma non sappiamo dove eravamo», recita il primo verso. Ma è realmente così? O forse, come è accaduto per la questione delle personalità multiple, gli autori ci stanno allontanando dalla realtà?

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Guidare o sviare?

Tutto l’episodio è pervaso da un rapporto tra chi guarda e chi mette in scena. Chi ha scritto Legion, questa volta, vuole prenderci per mano e rassicurarci. Veniamo accompagnati nel passato del protagonista seppur, come abbiamo visto prima, tenendo alcune cose molto distanti, con le figure di Melanie e Ptnonomy a enfatizzare che David, che in questo caso rappresenta lo spettatore, debba fidarsi di ciò che vede come se fosse la verità. Siamo sicuri che sia così? Davvero quelli sono i ricordi di Haller? O forse, ancora, Hawley e compagni ci spingono al dubbio? Per questo non possiamo che attendere le prossime puntate.

Analisi #Cinema

Legion ep.1: “Realtà o Illusione”

Potrei aprire l’articolo snocciolando una serie di informazioni facilmente reperibili da chiunque su Legion, la serie di FX curata e ideata da Noah Hawley, che ha visto la sua prima italiana lunedì scorso, ma sarebbe tedioso. Preferisco quindi pensare che sappiate già con quale ragionamento è stata pensata la serie e da dove prende spunto, e da lì partire creando un compendio, a cadenza settimanale, per ciascun episodio pubblicato da qui alle prossime otto settimane, piuttosto che ripetere nozioni che avreste potuto leggere in altri lidi, senza che io ve le riproponessi. Anzi, meglio ancora, parto dal presupposto che voi la puntata l’abbiate già vista, in modo tale da avviare un ipotetico dialogo volto a risolvere i dubbi e spiegare i simboli che lo show usa per comunicare determinati messaggi e narrazioni.
Do quindi per scontato che sappiate chi sia David Haller, e quale sia il vero volto della sua schizofrenia. Mi sposto dunque sui modi con cui l’episodio ci racconta e ci accompagna attraverso il suo straordinario potere. Sequenze, musiche, luci, colori, movimenti di macchina che ci orientano e disorientano in un turbine di oggetti sbalzati in aria e simmetrie asfissianti.

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Evoluzione della specie

I primi minuti dell’episodio ci riassumono, sulle note di Happy Jack dei The Who, gli anni della vita di David prima dell’inizio della storia raccontata in Legion. La carrellata che vede il protagonista crescere, con i fotogrammi iniziale e finale, ci dà dei minuscoli dettagli riguardo la realtà dei fatti: quello che ha trasformato il giovane da allegro e pestifero a insicuro e impaurito non è semplice schizofrenia. Rami d’albero e folle che si avventano sul suo corpo vengono usati per indicare le personalità multiple che si annidano nella sua psiche e che vanno al di là di una comune malattia. Viene quindi automatico capire il riferimento biblico del titlo dell’opera, quel Legione che ospita le anime di svariati demoni dentro sé, e comprendere come è la percezione delle cose delle persone a cambiare prospettive: ciò che per alcuni potrebbe essere inteso come un dono, David lo vive come una condanna, a causa di coloro i quali gli stanno intorno. Una evoluzione, una regressione, una costrizione dovuta da ambienti poco confortevoli? Non è dato saperlo, per il momento. Piuttosto, Hawley ci propone la prima delle scene ricorrenti dell’episodio: oggetti di vario tipo vengono proiettati dappertutto e rimangono sospesi. Queste scene vengono proposte a conclusione di un percorso di conoscenza del personaggio, quasi come se lo spettatore conoscendone un pezzetto in più possa capire meglio l’esplosione che chiude ciascun momento di approfondimento della/e sua/e psiche.

Interessanti, poi, sono i momenti che seguono questa sequenza: la stanza in cui si svolge la scena di dialogo tra i due fratelli Haller è ricoperta da una serie di traduzioni in diverse lingue della parola “benvenuti”. La serie ci accoglie tra le sue braccia, presumibilmente, in maniera amichevole, senza curarsi troppo degli effetti che quanto staremo per vedere potrà avere su di noi; non interessa a nessuno se ci inquieteremo o se non saremo a nostro agio durante l’ora e poco più che ci attende a seguire. Interessa, piuttosto, che siamo lì presenti ad ascoltare la storia che si vuole raccontare.

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Dipingere sensazioni

Un altro punto su cui questo pilota di Legion punta fortemente è rappresentare in maniera grafica e visiva le sensazioni che David prova. Colori, movimenti di macchina e formati sono usati per enfatizzare ciò che il mutante (perché, ricordiamoci, che stiamo parlando di un X-Men) prova in un dato momento. Ad esempio: tingere di rosso e usare la figura ricorrente del “demone con gli occhi gialli” – una allucinazione ricorrente del protagonista – serve ad anticipare allo spettatore che sta per succedere qualcosa di spiacevole.
Ma è sull’idealizzazione degli altri personaggi maturata da Haller che si nota la maggiore influenza di Hawley. Prendiamo come esempio Sydney Barrett, la “fidanzata” – che di fatto David non conosce – con un nome che strizza l’occhio ad un certo musicistada cui la serie eredita un certo gusto e fascino per la psichedelia oltre che dare, insieme alle scelte musicali, piccoli indizi sull’epoca storica in cui si potrebbero svolgere i fatti. Come già detto, i due non si conoscono affatto nel momento in cui si fidanzano e si giurano amore, ed è per ciò che, nelle scene immediatamente successive, le soggettive dal punto di vista del ragazzo hanno una luce che oscura quasi completamente il volto della ragazza. David è quindi innamorato dell’idea che ha di Sydney, piuttosto che di quello che lei realmente è, senza curarsi troppo della riluttanza che la donna ha nei confronti del contatto fisico e finendo dunque per strapparle un bacio, rivelando a chi guarda il motivo di tale rifiuto: il rischio di scambiare la propria personalità con quella di colui che la tocca. Un’idealizzazione totalizzante e opprimente che David si autoinfligge, una persuasione ipnotica che sfocia in un balletto alla Bollywood che serve a sottolineare la natura ideologica della relazione tra i due.
Oltre che con i colori, poi, gli stati d’animo e le emozioni vengono comunicate anche attraverso il formato dell’inquadratura. Il momento in cui Sydney rivela a David la caratteristica del suo potere, e il conseguente ritorno di ciascuno nel proprio corpo, avviene con un cambiamento del rapporto di aspetto che diventa, per una solo scena, a 16:9, per enfatizzare il valore risolutivo di quella sequenza, incastonandola tra le due bandelle nere come segno di importanza.

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Questi, ovviamente, sono solo alcuni dei simboli e dei mezzi che la nuova serie FX usa per raccontare la storia del personaggio ideato da Chris Claremont in questo episodio pilota, di quelli con tutte le carte in regola per diventare la base del prodotto su licenza Marvel più originale e distante dalla concezione comune di supereroismo offertaci fino a oggi. Non è un caso, quindi, che la produzione abbia voluto specificare più volte la lontananza dai circuiti classici delle produzioni cinematografiche e televisive sui personaggi della casa delle idee.
Io, personalmente, non vedo l’ora di immergermi nuovamente nella mente di questo personaggio ,e di lasciarmi abbandonare nel turbine disorientante che sembra poter essere Legion.

Approfondimenti

Westworld o il destino dell’immaginazione

A un certo punto, nella vita di un gamer, arriva un momento in cui inevitabilmente inizi a chiederti cosa ti spinga ad amare i videogiochi. Arriva il momento in cui, per una sopraggiunta maturità intellettuale, un esempio colto altrove, una particolare congiunzione astrale, non puoi più fare a meno di guardarti attorno, osservare la realtà e compararla con la finzione.

Quando il momento arriva, spesso si rimane atterriti, o perlomeno, lo si rimane se la domanda è stata posta nel modo giusto e se, soprattutto, la risposta è stata tratta dal profondo. Si arriva all’orrenda considerazione che qualcosa in questo mondo reale non è più abbastanza soddisfacente. Si comprende che la routine esterna, le persone conosciute, gli obiettivi inseguiti, sembrano solo grige analogie di ciò che in realtà, nella zona più intima di se stessi, è agognato oltre ogni razionalità.
Il giorno, mentre stringi la tua nuova cravatta — quell’oggetto che per tanti anni hai osteggiato nei tuoi deliri di gioventù e alla quale hai dovuto infine soccombere — guardandoti allo specchio cogli ancora l’eco distorta della scintillante armatura da cavaliere che sognavi da ragazzo. Scendi le scale, raggiungi la fermata del bus circondato dal caos cittadino e ripensi a quando credevi che le tue azioni avrebbero potuto renderti l’eroe che avrebbe salvato il mondo, o qualcuno, o almeno te stesso.

La tua razionalità ti dice che sei maturo ormai, che la fantasia, l’immaginazione, altro non sono che belle caratteristiche da poter pubblicizzare per una conquista al bar o per guadagnare qualche consenso fra gli amici. L’immaginazione è quella cara amica che ti ha accompagnato da bambino nelle infinite ore di solitudine, quella che ti ha aiutato a costruire i tuoi castelli, quella che ti ha fatto cavalcare draghi e guidare astronavi, quella che ti ha reso ciò che sei. Ma questa cara amica ti pare quasi di non riconoscerla più e ti chiedi, come ogni qual volta si perde un amico, se sia stata lei a cambiare oppure tu.

Nel mondo degli adulti l’immaginazione si dirada, non solo perché sembrerebbe servire meno, ma soprattutto perché tu sembri averla abbandonata.

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Le ispirazioni di WestWorld sembrano essere fortemente influenzate dal mondo videoludico.

Questo lento e triste declino pare inarrestabile ma, e si tratta di un grosso “ma”, qualcosa comunque rimane. Una scintilla, per quanto fioca, ti sembra di coglierla ancora nei momenti di silenzio. Nella quieta pace dell’introspezione sai che sei ancora in grado di vedere oltre la realtà, sei ancora in grado di vivere la finzione. Ti sembra di sentire ancora una voce che dalla profondità delle tue viscere sussurra qualcosa, e quel qualcosa stride con ciò che invece i tuoi occhi osservano.

L’arte, l’arte sembra la soluzione, quel mistico luogo che accoglie e invita il tuo grido segreto a esprimersi libero. Apri un libro e tutto d’un colpo un caleidoscopio di immagini sembra inondare la tua mente, la tua immaginazione incatenata si libera per qualche istante e ti ricorda che forse, e dico forse, il tuo mondo d’origine non è quello reale… Bensì quello fittizio.

Ma la tua smania, la tua lotta non si arresta. L’intelletto sferra un colpo e l’immaginazione reagisce d’istinto. Kant già lo sapeva. Guardi un film, osservi un dipinto… Altri arabeschi di immagini e sensazioni. La tua psiche estasiata freme dinnanzi all’irrealtà che ti si propone, l’immaginazione gioisce come inebriata e ubriaca, danza nuda e ti mostra tutto quello che sembrava ormai perduto nel labirinto dei tempi passati e della lontana giovinezza.

Ancora non basta. Sai che quello che ora si crea nella tua coscienza è irreale, lo cogli con troppo raziocinio. Credi e crei quel che ti fronteggia, ma tutto ciò è un viaggio in cui non sei tu ad avere il totale controllo. Ti servirebbe qualcosa che possa garantirti un’azione, un mondo attivo, un mondo nuovo.

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Dr. Robert Ford, il creatore degli androidi, interpretato da Anthony Hopkins.

Giunge allora la tecnologia, giunge la realtà virtuale, giungono i videogiochi e i loro universi. Che brividi la prima volta che posi gli occhi su un nuovo mondo appena forgiato. Ogni volta che posi gli occhi su un nuovo mondo.

Iniziando a videogiocare, da ragazzo, neppure sapevi perché quello che stavi facendo ti piaceva tanto, ma arrivato a un certo punto, a quel punto, capisci. Ami i videogiochi perché ti permettono di vivere di immaginazione, di essere quello che la tiranna realtà (hai ormai capito) non ti concederà forse mai. Ami i videogiochi perché sono l’ultimo porto del sognatore prima dell’infinito mare della realtà.

Westworld è tutto ciò, è la trasposizione televisiva (ma che in realtà è molto più cinematografica del cinema stesso) di quella pulsione che domina il videogiocatore e che questi comprende solo in una epifania spesso, dagli aspetti tragici. Westworld ci dice, ricordandoci Huizinga: «Sai perché qui è meglio del mondo reale? Il mondo reale è in preda al caos, succede tutto per caso. Ma qui dentro ogni dettaglio fa parte di qualcosa di più grande».
Westworld sembra allora proporsi come il manifesto del videogioco, o forse sarebbe meglio dire il manifesto del perché del videogioco. Westworld non parla la lingua del videogame e non potrebbe farlo, proprio perché è altro rispetto a esso, ma Westworld ritrae al meglio quella naturale necessità dell’immaginare che è la base di ogni fuga videoludica.

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Il processo creativo per dar vita agli androidi di WestWorld richiama alla mente l’Istituto di Fallout 4.

Quello che questo serial sembra mostrare è il destino dell’uomo comune, il destino di coloro che affogati dalla realtà hanno bisogno di rifugiarsi nei meandri della fantasia. Mostra un mondo fatto di routine di funzionamento, png, respawn e quest. È un serial che mostra il lavoro di una software house meglio di quanto potrebbe fare un documentario, ci mostra aspetti del gioco elettronico meglio di come questo stesso potrebbe fare e, ci propone una possibile risposta al perché videogiochiamo. Il signor Ford (o forse dottore, professore) ci dice:

«Qual è l’obiettivo, dare qualche brivido da quattro soldi, qualche sorpresa? […] non basta l’eccitazione, l’orrore, la soddisfazione, sono solo trucchi da prestigiatore. Gli ospiti non tornano per la parte più evidente di ciò che facciamo, le cose appariscenti. Tornano per le sottigliezze, i dettagli. Tornano perché scoprono qualcosa che pensano che nessuno abbia mai notato prima, qualcosa di cui si sono innamorati. Non cercano una storia che racconti loro chi sono, quello lo sanno già, vengono qui perché vogliono scoprire chi potrebbero essere».

Noi siamo gli “ospiti”, potremmo forse dire i “videogiocatori”, ma probabilmente in tutta sincerità non siamo altro che questo: ospiti. Ciò che ci farebbe bene capire però, è se siamo ospiti nella finzione oppure lo siamo nella realtà.