Cinema

Torino Film Festival 36 – Santiago, Italia: Com’eravamo, Nanni Moretti

Io sono arrivato come esule, in un Paese che per me era nuovo sotto tanti aspetti, un Paese che aveva fatto la guerra partigiana, un Paese che aveva difeso uno statuto dei lavoratori. Sono arrivato in un Paese che era molto simile a quello che sognava Allende in quel momento lì. Oggi viaggio per l’Italia e vedo che l’Italia somiglia sempre di più al Cile, nelle cose peggiori del Cile. Questa cosa di mettersi in questa società di consumismo terribile, dove la persona che hai al fianco non te ne frega niente, se la puoi calpestare la calpesti. Questa è la corsa: l’individualismo

– Erik Merino, imprenditore

Si può senza dubbio partire da questo pensiero – reso ancora più vero dalla sua grammatica scarna ed imprecisa – per comprendere quali siano le riflessioni, piuttosto palesi, che Nanni Moretti ha voluto trasmettere e far intendere agli spettatori del suo ultimo film, Santiago, Italia. Questa frase, che chiude il documentario, rende concreta la necessità di far notare che un’altra Italia, fatta di accoglienza e solidarietà politica, esisteva ed è ormai troppo lontana ma non irrecuperabile. Il precedente storico chiamato in causa dal regista romano è un esempio perfettamente calzante del declino che l’individualismo della nostra società ha causato, facendoci dimenticare la potenza dei valori e inghiottendoli nell’oblio della morale. Una contro-evoluzione culturale che ha portato l’Italia accogliente degli anni settanta alla terra della diffidenza e della paura creata con la propaganda degli ultimi vent’anni. Uno stato che ha perso la sua essenza di stato, relegando il cittadino a un essere individuale escluso da una società che di fatto non è coesa; facendoci perdere ogni possibilità solidale. Non sono solo condanna e rimpianto i sentimenti che guidano Santiago, Italia, ma dalla pellicola si percepisce con forza anche la possibilità di tornare a ciò che si è perso; riabbracciando le ideologie e cercando in tutti di modi di far capire quanto sia fondamentale una risposta unitaria contro il capitale che sta devastando il tessuto sociale delle fasce povere – indipendentemente dal loro essere italiani o meno – che aumentano sempre di più nel paese.

Quello preso in esame per arrivare alla considerazione di cui sopra è un fatto conosciuto da molti, e su cui Moretti non aggiunge molto dal punto di vista della ricostruzione storica perché non è utile per ciò che desidera mostrare. Nel film, si racconta degli esuli cileni e del loro flusso migratorio dal Cile all’Italia a cavallo tra il 1973 e il 1974, in tutte le sue fasi; dall’elezione del governo socialista di Allende, al golpe fascista dei militari guidati da Pinochet, che lo fa cadere, per poi giungere alla storia straordinaria dell’ambasciata italiana che accoglie e poi trasferisce i dissidenti verso terre più sicure, per quanto lontane. Un racconto che alterna immagini di repertorio alle testimonianze di quei cileni – quasi tutti militanti del MIR e degli altri movimenti comunisti cileni dell’epoca – che hanno avuto la fortuna di poter essere accolti dagli ambasciatori e dai diplomatici italiani, creando un dialogo interno tra la voce viva e quella oggettiva. Gli sguardi commossi dei vari testimoni ci servono da lasciapassare per una realtà che non ci è distante, ma che percepiamo sempre più come indifferente. E il loro compito è proprio quello di farci rendere conto che non vi è differenza alcuna tra ciò che accadeva allora e ciò che accade oggi, se non nel nostro approccio che per Moretti è modificabile e riscattabile. Abbiamo ancora la possibilità di riconoscere la sofferenza negli occhi dell’estraneo, sebbene ci venga detto ogni giorno che siamo stanchi di farlo. Si riprende un illustre esempio del passato non per piangerci addosso o per aggiungere dettagli non conosciuti ad esso, ma per farci capire come sia fondamentale ora proferirsi non-indifferenti a ciò che accade in Italia, e sulla fondamentale necessità di leggerlo con occhi impegnati e volenterosi.

Moretti, per presentare il suo film, non si è trattenuto nel sottolineare come si sia reso conto quanto la situazione di politica interna gli abbia fatto capire quanto fosse giusto perseguire e proseguire nella realizzazione. È stata proprio la nomina a ministro dell’interno data a Matteo Salvini a fargli capire quanto fosse urgente la presenza di un’opera che celebrasse un esempio di umanità dal basso, un eccellente documento contrario e contrapposto a una retorica d’appropriazione del pensiero popolare proveniente da un “basso” costruita e imposta, che danneggia tutti “gli ultimi” della nostra società, mettendoli costantemente in guerra tra di loro. Alcuni potranno dire che l’effetto sperato e voluto dal regista finirà in una bolla, un messaggio relegato a circoli e salotti “radical chic”, o peggio ancora si perderà in un nulla cosmico quale è la sinistra italiana oggi, almeno per come è dipinta da chi le è avverso. Personalmente, reputo Santiago, Italia una scintilla che potrebbe convincerci del valore e della potenza delle idee, e di come esse non siano mai scomparse dal nostro tessuto sociale, e stanno aspettando un nostro ritorno a braccia aperte.

Approfondimenti #Cinema

Torino Film Festival 35: After Hours – Il contemporaneo nel cinema di genere

Nel circuito festivaliero nazionale dedicato al cinema quello di Torino, da svariati dei suoi trentacinque anni di vita, ha imparato a ritagliarsi un suo spazio anche e soprattutto grazie alla seguitissima (e sempre gradita da pubblico e critica) sezione dedicata al cinema di genere e a tutti quei titoli a metà strada tra l’essere borderline e di culto – valori che spesso coincidono e convivono – chiamata After Hours. Una rassegna che fa trasparire l’attitudine del festival, che vuole da sempre distanziarsi da salottini e elitarismi fini a loro stessi, diventando alternativa all’alternativa e come spesso accade divenire poi tendenza e standard a sua volta; cercando poi altre vie, districandosi dalle strade battute precedentemente con audacia e spirito. È forse per questo motivo che il futuro della direzione del Torino Film Festival è appeso ad un filo, perché è evidente che l’essere alternativi viene spesso inteso come essere scomodi e fuori moda.
Una incertezza che colpisce e coinvolge anche il programma della manifestazione ma che mantiene la propria identità. Personalità che traspare anche e soprattutto nella suddetta categoria dedicata al cinema di genere, di cui ho selezionato tre lungometraggi capaci di tradurre linguaggi e temi del contemporaneo nei territori del cinema da festival.

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Tokyo Vampire Hotel – L’assurdo e la serialità

Se c’è un regista affezionato al TFF è senza ombra di dubbio Sion Sono. Dalla retrospettiva monografica del 2011, infatti, il regista giapponese più punk e romanticamente anarchico sulla piazza è sempre stato presenza fissa del cartellone e bandiera da portare con orgoglio per rappresentare i film dell’After Hours. Quest’anno è toccato alla versione ridotta e concentrata della serie che Sono ha creato in collaborazione con Amazon. Ciò che abbiamo potuto vedere in sala di Tokyo Vampire Hotel è circa un quarto del pacchetto totale ed è palese come il tutto risenta pesantemente della sua riduzione. Un film che conta forse quasi più come un trailer per presentare il prodotto che non come uno a sé stante ma che posto in un contesto come quello di un festival del cinema perde tale connotazione e, conseguentemente, anche il suo senso. Diventando un film, infatti, risente della mancanza di un filo conduttore preciso che possa spiegarci (in maniera coerente con la forma filmica) la bizzarra e strampalata storia – nello stile tipico di Sono – della lotta millenaria tra due clan di vampiri e di tre ragazze giapponesi che hanno nel loro corpo il sangue di Dracula. Quello che rimane è un lungometraggio troppo lungo e evidentemente incompleto, costantemente in bilico tra due medium che hanno linguaggi sempre più differenti. Un tentativo retroattivo di rendere la formula seriale sovrapponibile a quella filmica che fallisce nella sua concezione invalidando completamente l’eventuale bontà del contenuto.

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Game Of Death – Nostalgia e millennials

Inserito nel programma della Notte Horror – uno degli eventi di punta del Torino Film Festival che prevede la proiezione notturna a partire dalla mezzanotte di tre titoli della rassegna fino al mattino successivo – Game Of Death rappresenta la ricerca del film di tipo horror/splatter di avvicinarsi alla tendenza di riadattare con occhi pop e contemporanei tutti quegli elementi nostalgici tanto cari a moltissimmi millennial. Un vecchio gioco da tavolo che costringe i giocatori a diventare degli assassini per non morire viene trovato da un gruppo di ragazzi durante una festa a casa di uno del gruppo. Un incipit che può sembrare curioso e allettante che, però, si esaurisce piuttosto in fretta lasciando il passo ad un sussegguirsi di citazioni – tra cui l’ovvio Jumanji e Armageddon, inserito piuttosto a forza nel contesto con un video di gameplay  – tenuto in piedi in maniera goffa e senza una vera imbastitura che possa sostenerne il peso. La vuotezza e l’essere fine a se stesse delle strizzate d’occhio alla cultura che ha invaso il periodo a cavallo tra i ’90 e la prima metà degli anni 2000 non ha nessun altro tipo di scopo fuorchè quello di essere citazioni e momenti di estemporanea fratellanza, neanche così riuscita, tra autori e spettatori. Al vuoto, poi, si aggiunge anche una totale mancanza di direzione e intenzione: il film passa da toni scanzonati – tra cui le due uniche cose interessanti del film, rappresentate da scene che ricreano le Stories di Instagram e un finto video musicale animato con intelligenza e stile – ad altri più strettamente horrorifici terminando con un tentativo maldestro di sensibilizzare la violenza rendendola metaforica e filosofica che, a conti fatti, non porta da nessuna parte. Un prodotto che cerca di seguire una scia, tracciata da prodotti come Stranger Things, senza avere nient’altro da dire se non l’essere di tendenza in maniera quasi obbligatoria: non stupisce, infatti, sapere che Game Of Death diventerà una serie televisiva cercando di portare il prodotto su lidi più agevoli per il pubblico a cui tenta di riferirsi.

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The Cured – Zombies e emarginazione

Il film proposto come portata finale della suddetta Notte Horror, per i pochi che hanno resistito fino alle 5 del mattino, si è rivelato quello più riuscito e apprezzabile del pacchetto.
Ambientato in Irlanda, The Cured racconta di una epidemia che ha reso parte della popolazione qualcosa di simile a quello che nella cultura popolare individuiamo come zombi. Per tre quarti degli infetti, però, la situazione prende una svolta quando viene scoperta una cura all’infezione che ha un solo tragico effetto collaterale: tutto ciò che il soggetto ha compiuto e vissuto durante la malattia gli rimarrà impresso nella memoria per sempre.
Comincia così un percorso che usa il tema zombesco per raccontare dell’emarginazione nelle sue varie forme, faceondo risalire e risuonare tutte le voci che possono essere presenti in entrambi i branchi – i “normali” e gli emarginati del caso. Il film ci dà la possibilità di vedere negli zombi una parafrasi più attuale rispetto alla romeriana conseguenza del consumismo sfrenato che ormai si era tradotta con semplice e banale carne da macello. Una riflessione sulla condizione di reclusione sociale, che sia voluta o imposta da fattori esterni, e su quanto i ruoli – di discriminati e discriminatori – possono invertirsi in qualunque momento.