That Dragon, Cancer – Paralizzati dal dolore

Mi trovo qui, davanti al PC, mentre tento di parlare di That Dragon, Cancer, e mi sento ridicolo e inadatto a voler descrivere i contenuti di un’esperienza che probabilmente non posso capire. Trovo ancora più ridicolo tentare di spiegare cosa si fa, cosa accade in That Dragon, Cancer: non c’è una progressione, non c’è uno sviluppo narrativo, c’è solo tanto dolore vissuto dal giocatore seguendo prospettive inusuali, e ricorrendo a interazioni peculiari. E sebbene il gioco mi abbia colpito nel profondo, una volta terminato, dopo qualche ora di stordimento ho continuato con la mia vita di tutti i giorni, sono andato avanti memore dell’esperienza ma libero, con i miei pensieri, le mie speranze e le mie paure. Non posso capire, e nessun’opera potrà mai mostrarmelo, cosa significa dover avere a che fare con un dolore semplicemente al di là della nostra comprensione.

Mentre scrivo queste parole però ricordo, e piango. Piango ripensando alle ura del figlio, impresse e indelebili nella mia mente, che mi accompagnano, incessanti e disumane, provocate dall’atroce tumore che si sviluppava dentro di lui. Piango pensando al padre, stanco, affamato e sporco, impotente di fronte alla cosa che più di tutte vorrebbe poter evitare. Piango pensando alla rabbia e alla frustrazione per le opinioni degli altri, che sempre osservano, che sempre giudicano. Impossibile però capire cosa significhi vivere tutto questo in prima persona, e gli autori del gioco lo sanno: non c’è immedesimazione, non c’è trasferimento in That Dragon, Cancer, siamo diversi spettatori dello stesso dramma.

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Nessun film, libro o videogioco può preparare a questo.

I coniugi Green sanno molte cose, sugli “altri”. Sanno che giudicano, sanno che osservano, sanno che valutano e soppesano e criticano e attaccano. Ma ai coniugi Green nessuno può più fare del male (la loro storia a questo link). I coniugi Green, quindi, creano un videogioco sul figlio malato di cancro, lo mettono in vendita a un prezzo alto («per un indie di merda dove non si fa nulla»), e non pensano neanche per un secondo di poter chiedere al giocatore di capire, ma anzi contrattaccano. Non gli interessa il politically correct, non gli importa dei pregiudizi degli altri, ma mettono in mostra se stessi e i loro drammi per criticare noi maestri di vita che in realtà, del mondo, conosciamo solo l’uscio di casa.

E se c’è qualcosa che chiunque può comprendere, in That Dragon, Cancer, e che emerge chiaramente dai momenti esperibili durante il gioco, è la forza della fede che accompagna la famiglia Green nel percorso verso la cura o la morte (ai tempi del gioco, Joel era ancora in vita) del figlio. La cieca fiducia nell’intervento divino lascia inizialmente storditi, poi basiti, quasi incazzati per il modo in cui i genitori di Joel si affidano totalmente alla mano di Dio, e sorpende notare la forza dell’invettiva della madre nei confronti di chi già la definiva «incapace di accettare». È forse anche per questo che la maggior parte del tempo la passiamo seguendo il padre, Ryan, il più dubbioso dei due, il più terrorizzato dal futuro, dal trascorrere degli eventi. C’è un momento, mentre si avvicina a un faro con la chitarra in mano, che riesce per un secondo a renderci partecipi della terribile certezza di non essere nulla, granelli di sabbia in un universo che non è neanche cosciente della nostra presenza. E perché la cosa dovrebbe essere diversa, per Dio? Con tutti i suoi problemi…

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Uno dei momenti più smaccatamente ludici diventa una terribile corsa contro il destino.

That Dragon, Cancer alterna delle sessioni completamente diverse l’una dall’altra, arricchendo l’esperienza, già di per sé breve, con momenti difficilmente dimenticabili: una semplice esplorazione spaziale di stanze d’ospedale si trasforma in una sfida contro il tempo per evitare l’annegamento. In That Dragon, Cancer ci sono persino dei livelli arcade, che prendono la formula visiva e ludica del genere di riferimento, e la attualizzano metaforicamente, trasformando un Galaga nella fuga di Joel da un cancro imbattibile, e un Super Mario nella lotta contro il Dragone, che però potrebbe anche vincere. Anche in questo caso, la fede rimane un tema sempre presente, mai messo da parte.

That Dragon, Cancer riesce ad alternare anche lo spettro emotivo generato durante l’esperienza, cosa non da poco, dato il tema trattato. La delicatezza dei doppiaggi è perfetta, la forza dei testi stimolante, e la semplicità visiva è al servizio di una resa sempre più evidente del conflitto tra nero e bianco, cavaliere e dragone. That Dragon, Cancer è un’esperienza complessa, che rischia di lasciare storiditi più per l’approccio al tema da parte degli sviluppatori, che per il dolore causato dall’empatia nei confronti del piccolo Joel. Ma concedete agli sviluppatori, e al gioco, un pò del vostro tempo.

Claudio Cugliandro

Anche se ama parlare solo di titoli indipendenti e di dissonanze, in realtà il suo passatempo preferito è sparare agli alieni insieme agli amici. Fondatore di Deeplay.

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