The Lion’s Song – L’eroico ruggito della normalità

La violenta lotta tra scienza e arte, spirito e logica, anima da secoli la storia dell’uomo, e ha da sempre costituito uno dei dibattiti più accesi tra le élite culturali. L’approccio scientifico e matematico, alla ricerca di una chiave di lettura oggettiva del mondo, si scontra con il romanticismo melanconico e drammatico di chi vede la realtà come il regno dell’umana percezione. E se questa percezione fosse qualcosa di più? Se fosse visibile, reale, concreta? The Lion’s Song, di Mi’pu’mi Games, partendo da questo presupposto ci chiederà di vestire i panni di tre personaggi diversi, ognuno legato quasi biologicamente al mondo della scienza o dell’arte, e di vivere attraverso di essi i loro diversi punti di vista di questo secolare dibattito, portandoci a una sola, possibile conclusione: che siano scienza o arte, sono comunque strumenti che utilizziamo per comprenderci meglio.

Il luogo in cui si ambientano queste vicende è l’Austria, con una particolare attenzione alla splendida capitale, Vienna, descritta e illustrata in uno dei periodi più illuminati della sua storia, immediatamente prima di sprofondare, insieme al mondo intero, nel buio più cupo della Prima Guerra Mondiale. Vienna e l’Austria non sono però un semplice pretesto che ci permette di visitare monumenti e luoghi storici, ma tramite loro vengono approfonditi i contesti culturali e sociali che caratterizzavano l’alta società dell’epoca. Ecco dunque che i cafè, luogo d’incontro tra le grandi menti dell’epoca, diventano anche strumento di divisione sociale, dove le donne giocano a carte mentre gli uomini, unici rappresentanti dell’accademia viennese, discutono di matematica in circoli elitari.

 

Uno screen di The Lion's Song

I colori esaltano una direzione artistica già clamorosa.

Le figure illustrate dallo splendido dipinto tratteggiato da Mi’pu’mi Games sono umane, vere, forse troppo estreme nel loro essere così facilmente interpretabili all’apparenza, eppure comunque capaci di nascondere alcuni lati delle loro personalità fino alla fine dell’avventura che li vede protagonisti. Ogni episodio (quattro in tutto) si concentra su una tematica specifica senza mai metterla da parte, ma anzi esplorandola a fondo con ogni tecnica narrativa possibile, e adattando meccaniche e design alle peculiriatà di ogni figura raccontata. Così, le note musicali, i grafici matematici e i tratti del pennello diventano strumenti per arricchire le personalità dei nostri personaggi, metafora di evoluzioni e riflessioni che solo apparentemente riguardano le arti padroneggiate dai nostri avatar, ma che in realtà ci raccontano molto di più. Il concetto di cambiamento in Matematica si trasforma nella dimostrazione empirica di uguaglianza tra donna e uomo; la straordinaria visionarietà del pittore si evolve in un psicanalisi salvifica e necessaria; la musica che si compone nelle idee dell’autore si trasforma fluidamente a seconda degli stati d’animo, cambiando in funzione delle sensazioni della sua mente, come se si scrivesse da sola.

 

Uno screen di The lion's Song

Vienna, l’unica protagonista dell’intera stagione.

I ritmi del racconto ci permettono di non perdere mai di vista i personaggi e le loro evoluzioni caratteriali, perché non vengono diluiti e annacquati con enigmi necessari a suggerire sensazioni ben distanti da quelle dei protagonisti (potenza, superiorità), ma anzi sfruttano una varietà eccellente per il genere, e una serie di trovate decisamente interessanti dal punto di vista narrativo. Su tutte, la possibilità di agire sulle “visioni” che saltuariamente colpiscono ognuno di questi personaggi, per modificarne i pensieri non solo con le scelte di dialogo (ci arriveremo), ma anche con queste piccole, fondamentali meccaniche. Bloccarsi sarà dunque veramente difficile se non impossibile, e il rilievo dato all’interattività è più sostanzioso del classico muro che ci impedisce di proseguire, ma collabora e coopera con la narrazione per aiutarci a descrivere vicende e personaggi.

I dialoghi, generalmente buoni, raggiungo picchi qualitativi ottimi in alcuni frangenti, e gli scrittori hanno dimostrato di sapersi giostrare agilmente tra umorismo e credibilità, realismo e surreale. La scena del dibattito universitario, con la “boss fight verbale” che ci accompagna verso la fine dell’episodio, è forse il simbolo più chiaro ed elegante della capacità di Lee Sheldon e Tobe Mayr di arricchire The Lion’s Song di momenti indimenticabili e divertenti, senza dover rinunciare però al voler raccontare qualcosa di umano e credibile, reale. 

 

Uno screen di The Lion's Song

Partecipiamo alle visioni dei protagonisti nei momenti più concitati.

Una delle caratteristiche principali di The Lion’s Song, le scelte di dialogo, attinge a piene mani dal lavoro Telltale, elaborando percentuali di “partecipazione” a fine episodio, raccontandoci quanti altri interattori hanno condiviso le nostre idee e opinioni. Peculiare il modo in cui ciò che facciamo in un episodio avrà ripercussioni nel successivo, dato che interpreteremo personaggi diversi di luoghi e realtà diverse, che condividono con gli altri solo una grande passione per ciò che fanno, e la splendida Austria come luogo in cui dare sfogo a questo fuoco che li arde. Nonostante abbia iniziato una seconda partita sin dal primo episodio, ho immediatamente deciso di rinunciare, poiché stavo ripetendo in maniera pressocché identica le stesse scelte della prima volta, segno di una buona empatia e immedesimazione nelle vicende e nei personaggi, e dunque di una buona scrittura. 

Ciò che però rende The Lion’s Song un’esperienza eccellente non è la qualità delle sue scelte, la direzione artistica o i suoi personaggi, ma l’unione di questi e altri elementi, che concorre a renderla un’esperienza sorprendente, malinconica e originale. 

Uno screen di The Lion's Song.

Agli autori, grazie.

Claudio Cugliandro

Anche se ama parlare solo di titoli indipendenti e di dissonanze, in realtà il suo passatempo preferito è sparare agli alieni insieme agli amici. Fondatore di Deeplay.

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