Torino Film Festival 35: After Hours – Il contemporaneo nel cinema di genere

Nel circuito festivaliero nazionale dedicato al cinema quello di Torino, da svariati dei suoi trentacinque anni di vita, ha imparato a ritagliarsi un suo spazio anche e soprattutto grazie alla seguitissima (e sempre gradita da pubblico e critica) sezione dedicata al cinema di genere e a tutti quei titoli a metà strada tra l’essere borderline e di culto – valori che spesso coincidono e convivono – chiamata After Hours. Una rassegna che fa trasparire l’attitudine del festival, che vuole da sempre distanziarsi da salottini e elitarismi fini a loro stessi, diventando alternativa all’alternativa e come spesso accade divenire poi tendenza e standard a sua volta; cercando poi altre vie, districandosi dalle strade battute precedentemente con audacia e spirito. È forse per questo motivo che il futuro della direzione del Torino Film Festival è appeso ad un filo, perché è evidente che l’essere alternativi viene spesso inteso come essere scomodi e fuori moda.
Una incertezza che colpisce e coinvolge anche il programma della manifestazione ma che mantiene la propria identità. Personalità che traspare anche e soprattutto nella suddetta categoria dedicata al cinema di genere, di cui ho selezionato tre lungometraggi capaci di tradurre linguaggi e temi del contemporaneo nei territori del cinema da festival.

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Tokyo Vampire Hotel – L’assurdo e la serialità

Se c’è un regista affezionato al TFF è senza ombra di dubbio Sion Sono. Dalla retrospettiva monografica del 2011, infatti, il regista giapponese più punk e romanticamente anarchico sulla piazza è sempre stato presenza fissa del cartellone e bandiera da portare con orgoglio per rappresentare i film dell’After Hours. Quest’anno è toccato alla versione ridotta e concentrata della serie che Sono ha creato in collaborazione con Amazon. Ciò che abbiamo potuto vedere in sala di Tokyo Vampire Hotel è circa un quarto del pacchetto totale ed è palese come il tutto risenta pesantemente della sua riduzione. Un film che conta forse quasi più come un trailer per presentare il prodotto che non come uno a sé stante ma che posto in un contesto come quello di un festival del cinema perde tale connotazione e, conseguentemente, anche il suo senso. Diventando un film, infatti, risente della mancanza di un filo conduttore preciso che possa spiegarci (in maniera coerente con la forma filmica) la bizzarra e strampalata storia – nello stile tipico di Sono – della lotta millenaria tra due clan di vampiri e di tre ragazze giapponesi che hanno nel loro corpo il sangue di Dracula. Quello che rimane è un lungometraggio troppo lungo e evidentemente incompleto, costantemente in bilico tra due medium che hanno linguaggi sempre più differenti. Un tentativo retroattivo di rendere la formula seriale sovrapponibile a quella filmica che fallisce nella sua concezione invalidando completamente l’eventuale bontà del contenuto.

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Game Of Death – Nostalgia e millennials

Inserito nel programma della Notte Horror – uno degli eventi di punta del Torino Film Festival che prevede la proiezione notturna a partire dalla mezzanotte di tre titoli della rassegna fino al mattino successivo – Game Of Death rappresenta la ricerca del film di tipo horror/splatter di avvicinarsi alla tendenza di riadattare con occhi pop e contemporanei tutti quegli elementi nostalgici tanto cari a moltissimmi millennial. Un vecchio gioco da tavolo che costringe i giocatori a diventare degli assassini per non morire viene trovato da un gruppo di ragazzi durante una festa a casa di uno del gruppo. Un incipit che può sembrare curioso e allettante che, però, si esaurisce piuttosto in fretta lasciando il passo ad un sussegguirsi di citazioni – tra cui l’ovvio Jumanji e Armageddon, inserito piuttosto a forza nel contesto con un video di gameplay  – tenuto in piedi in maniera goffa e senza una vera imbastitura che possa sostenerne il peso. La vuotezza e l’essere fine a se stesse delle strizzate d’occhio alla cultura che ha invaso il periodo a cavallo tra i ’90 e la prima metà degli anni 2000 non ha nessun altro tipo di scopo fuorchè quello di essere citazioni e momenti di estemporanea fratellanza, neanche così riuscita, tra autori e spettatori. Al vuoto, poi, si aggiunge anche una totale mancanza di direzione e intenzione: il film passa da toni scanzonati – tra cui le due uniche cose interessanti del film, rappresentate da scene che ricreano le Stories di Instagram e un finto video musicale animato con intelligenza e stile – ad altri più strettamente horrorifici terminando con un tentativo maldestro di sensibilizzare la violenza rendendola metaforica e filosofica che, a conti fatti, non porta da nessuna parte. Un prodotto che cerca di seguire una scia, tracciata da prodotti come Stranger Things, senza avere nient’altro da dire se non l’essere di tendenza in maniera quasi obbligatoria: non stupisce, infatti, sapere che Game Of Death diventerà una serie televisiva cercando di portare il prodotto su lidi più agevoli per il pubblico a cui tenta di riferirsi.

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The Cured – Zombies e emarginazione

Il film proposto come portata finale della suddetta Notte Horror, per i pochi che hanno resistito fino alle 5 del mattino, si è rivelato quello più riuscito e apprezzabile del pacchetto.
Ambientato in Irlanda, The Cured racconta di una epidemia che ha reso parte della popolazione qualcosa di simile a quello che nella cultura popolare individuiamo come zombi. Per tre quarti degli infetti, però, la situazione prende una svolta quando viene scoperta una cura all’infezione che ha un solo tragico effetto collaterale: tutto ciò che il soggetto ha compiuto e vissuto durante la malattia gli rimarrà impresso nella memoria per sempre.
Comincia così un percorso che usa il tema zombesco per raccontare dell’emarginazione nelle sue varie forme, faceondo risalire e risuonare tutte le voci che possono essere presenti in entrambi i branchi – i “normali” e gli emarginati del caso. Il film ci dà la possibilità di vedere negli zombi una parafrasi più attuale rispetto alla romeriana conseguenza del consumismo sfrenato che ormai si era tradotta con semplice e banale carne da macello. Una riflessione sulla condizione di reclusione sociale, che sia voluta o imposta da fattori esterni, e su quanto i ruoli – di discriminati e discriminatori – possono invertirsi in qualunque momento.

 

Luca Parri

Videogiocatore anomalo: più interessato al contesto che al contenuto. Perde ore a guardare i caratteri usati e l’HUD in un videogioco. Ossessionato dalla teoria GNS.

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