32 anni e ancora in gioco: la regola delle due ore

Molti si ricordano esattamente quale fu il primo giorno della loro vita da giocatori. Io non ho la memoria così lunga ma ho dei ricordi: mi vengono in mente immagini, sensazioni, odori, piccolissime quantità di informazioni che tutte assieme formano le mie memorie di videogiocatore. Ricordo Pitfall!, naturalmente Super Mario Bros e Duck Hunt, la Zapper, il peculiare odore che avevano le cartucce del NES quando ci soffiavo dentro per farle funzionare (ve lo ricordate quell’odore? Bei ricordi), la prima PlayStation, la tech demo del T-Rex e della manta (non ditemi che non ci avete passato le ore perché non vi credo!), i CD con il retro nero (e i graffi!), le scatole spaccate dentro all’armadietto, i libretti di istruzioni, la memory card. Insomma, avete capito: anche se non ricordo esattamente quale fu il mio primo gioco. è passato molto tempo dalla mia prima volta e oggi, all’età di trentadue anni, posso dire che il gaming è una delle passioni più antiche della mia storia personale e che tuttora è presente nella mia vita di ogni giorno: se non riesco a giocare magari leggo qualche notizia, guardo qualche video, ne parlo con amici e in questo momento ne sto scrivendo.

Qualcosa però è cambiato.

Oggi il mio rapporto con il gioco è radicalmente diverso da quando passavo i pomeriggi su Final Fantasy VII, o prima ancora su Super Mario Bros o The Adventures of Bayou Billy (chi se lo ricorda mi scriva, potremmo parlarne per ore): la differenza principale consiste nel tempo. Il tempo è innanzitutto un costrutto sociale e in quanto tale è soggetto alle nostre percezioni e alla nostra rappresentazione della realtà, cambia assieme al modificarsi delle nostre abitudini sociali e del nostro approccio alla vita di ogni giorno. Quando ero un ragazzino, il tempo libero aveva un valore completamente diverso da quello che ha ora, a trentadue anni: adesso ho un lavoro, ho una compagna con cui convivo, ho molti più amici e degli impegni sociali a cui adempiere. Sostanzialmente sono cresciuto e i miei interessi, i miei gusti, le mie esigenze sono cambiati; oggi sento il bisogno di riempire il mio tempo libero con una serie di cose che non possono essere solo il gioco. Senza contare i diversi problemi che si presentano normalmente nella vita di una persona adulta.

Ma al di là di quelle che possono essere le convenzioni sociali con cui spesso le persone della mia età si scontrano, non mi sento assolutamente troppo cresciuto o addirittura vecchio per giocare con i videogiochi; in fondo il gioco è un aspetto fondamentale della natura umana e se riflettiamo sulla definizione stessa di gioco è facile capire come questa attività sia comunemente praticata da chiunque in forme e modi più o meno differenti.

Ma quello che ci interessa qui e di cui io vi voglio parlare è il videogioco. Più precisamente vorrei esporvi una mia personale teoria che spero possa aiutare chi come me ha poco tempo da dedicare al gaming a godersi al meglio i momenti che decidiamo di concedere allo svago interattivo. 

Forse anche a voi sarà capitato di sentirvi sopraffatti dalla grandezza di alcuni giochi. A me è successo la prima volta cercando di giocare ad Assassin’s Creed Unity. Da un po’ di tempo la mia esperienza videoludica si limitava al multiplayer online, che mi consentiva di fare qualche partita con gli amici senza troppo impegno, oppure di farne una veloce prima di uscire o di passarci tutta la sera dopo il lavoro. Era un’esperienza flessibile e la flessibilità era ciò di cui avevo bisogno. Il multiplayer online è stata la mia prima scelta di gioco per molto tempo perché mi permetteva di divertirmi e rilassarmi in modo facile e veloce, ma con il tempo ho iniziato a sentire la mancanza di qualcosa di diverso, qualcosa che il gioco online non poteva darmi: una storia ben scritta e ben raccontata, l’emozione di un’avventura, le gioie di una scoperta, della risoluzione di un intricato rompicapo e la soddisfazione del completamento di un gioco.

Guidato dalla voglia di colmare questo vuoto, e vista la mia adorazione per i primi tre capitoli, ho deciso di acquistare Assassin’s Creed Unity, ma dopo un primo momento di interesse sono subito sopraffatto dall’incredibile moltitudine di icone che affollavano la mappa. Ognuna rappresentava una missione secondaria, un evento, un collezionabile, una cosa da fare. Era troppo e io non avevo né il tempo né la voglia di decifrare e affrontare tutto quello che il gioco mi stava proponendo.

la mappa di Unity.

La sobiretà della mappa di Assassin’s Creed Unity.

Qual è la lunghezza giusta di un gioco? La risposta ovviamente è soggettiva, ma per quanto mi riguarda ho scoperto che i grandi open world pieni di cose da fare sono decisamente troppo: non si può certo giocare un The Witcher 3 per mezz’ora prima di uscire a fare altro o mentre aspetti che la cena in forno sia pronta! Ho deciso allora di darmi una regola che ho scoperto funzionare alla grande: la regola delle due ore. La durata media di un film è perfetta perché è un lasso di tempo che, bene o male, nell’arco di una settimana è possibile ritagliarsi in diversi momenti della giornata: si possono avere due ore libere la sera dopo cena oppure nel pomeriggio, o al mattino quando non si lavora. Durante questo breve intervallo si possono fare diverse cose: leggere un libro, guardare un film, due puntate di una serie TV, schiacciare un pisolino. Tutte queste attività possono essere svolte in modo più che soddisfacente nell’arco di due ore, e ho scoperto che se un gioco mi permette di ritenermi pienamente soddisfatto in questo breve lasso di tempo, allora è quello che fa per me.

Badate bene, non sto assolutamente dicendo che non ha senso giocare a grandi capolavori come The Witcher 3 — si può trovare il tempo anche per questo (e io ogni tanto ce la faccio a trovarlo). Tuttavia, in una vita mediamente impegnata è più difficile, e spesso ci si può trovare ad abbandonare grandi giochi proprio perché non si ha il tempo e si rischia di perdere interesse molto velocemente. Non a caso il mercato dei videogiochi per dispositivi mobili ha riscosso un enorme successo da quando tablet e smartphone hanno preso piede: giochi come Monument Valley, Hitman GO, Clash Royale o Hearthstone, per citarne solo alcuni, sono interpreti perfetti di un modo di giocare sempre più diffuso tra persone adulte che hanno una vita impegnata, visto che permettono di rilassarsi e divertirsi in maniera rapida e immediata.

Ma i videogiochi per dispositivi mobili non sono l’unica via per godere di qualche ora di gioco in modo non troppo impegnativo: ci sono numerosi titoli anche su console e PC che propongono un intrattenimento altrettanto accessibile. Ad esempio, il mercato indipendente è una miniera infinita per persone con esigenze simili alle mie, e i cataloghi di Steam, XBox e PlayStation sono ricchi di giochi che possono soddisfare le richieste di tutti.

Titoli come lo splendido Inside di Playdead, capolavori conclamati come Journey, e strani esperimenti che si sono rivelati piccole meraviglie come Virginia, sono giochi si finiscono tranquillamente in una, massimo due sessioni di un paio d’ore sul divano, ma che al contempo sapranno regalarvi momenti che difficilmente troverete in altri titoli così brevi. Sperimentare la strana sensazione di finire un gioco in brevissimo tempo e sentirvi pienamente appagati dall’esperienza che avete affrontato è da solo un motivo più che valido per provare questi piccoli capolavori, ma la regola delle due ore è valida anche per titoli che più lunghi e impegnativi. Un esempio? Dark Souls 3. Nonostante sia un titolo notoriamente impegnativo, in realtà l’eccellente game design del titolo FromSoftware consente di affrontarlo anche in molteplici sessioni di un paio d’ore prendendosi il giusto tempo per esplorare una determinata area a fondo, e fermarsi subito prima di un boss che magari non avete il tempo o la voglia di affrontare in quel momento, per  poi riprendere il gioco in un secondo momento.
Se invece non vi piace l’idea di morire decine di volte nel tentativo di recuperare le anime perdute, potete optare per qualche titolo come Tomb Raider o Uncharted, che propongono un mix perfetto tra videogioco a piattaforme, rompicapo e d’avventura, e che potete tranquillamente affrontare in comode rate da due ore al giorno.
Sherlock Holmes: Crimes and Punishments ha poi una struttura che sembra pensata appositamente per la regola delle due ore. Il gioco infatti è suddiviso in sei casi da risolvere, ognuno dei quali vi ruberà non più di un paio d’ore.
Infine, perché non rivisitare qualche vecchio classico che magari vi eravate persi? Ho scoperto che molti dei giochi un po’ più vecchi si adattano perfettamente al nostro scopo. Quindi perché non sfruttare la retrocompatibilità di Xbox One per gustarvi Dead Space o Alan Wake? A questo proposito potete anche comprare un NES Classic Mini (se lo trovate ancora) o perché no, rispolverare una vecchia console per rigiocare i grandi classici della vostra infanzia. 

Insomma non credo di avere la verità in tasca, ma applicando la semplice regola delle due ore io ho cambiato radicalmente il mio rapporto con i videogiochi, e adesso posso continuare a godermi grandi storie e grandi emozioni in compatibilità con i tempi e i ritmi della vita da adulto. Provateci anche voi.
Il tempo è importante e crescendo ne abbiamo sempre meno, soprattutto in una società che corre più veloce di quanto noi riusciamo a starle dietro. Ma imparare a gestire questo tempo per ritagliarci dei momenti di gioia ci renderà giocatori (e persone) migliori.

Datemi un pad e vi conquisterò qualsiasi mondo. Sempre che il gioco duri poco.

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