Westworld o il destino dell’immaginazione

A un certo punto, nella vita di un gamer, arriva un momento in cui inevitabilmente inizi a chiederti cosa ti spinga ad amare i videogiochi. Arriva il momento in cui, per una sopraggiunta maturità intellettuale, un esempio colto altrove, una particolare congiunzione astrale, non puoi più fare a meno di guardarti attorno, osservare la realtà e compararla con la finzione.

Quando il momento arriva, spesso si rimane atterriti, o perlomeno, lo si rimane se la domanda è stata posta nel modo giusto e se, soprattutto, la risposta è stata tratta dal profondo. Si arriva all’orrenda considerazione che qualcosa in questo mondo reale non è più abbastanza soddisfacente. Si comprende che la routine esterna, le persone conosciute, gli obiettivi inseguiti, sembrano solo grige analogie di ciò che in realtà, nella zona più intima di se stessi, è agognato oltre ogni razionalità.
Il giorno, mentre stringi la tua nuova cravatta — quell’oggetto che per tanti anni hai osteggiato nei tuoi deliri di gioventù e alla quale hai dovuto infine soccombere — guardandoti allo specchio cogli ancora l’eco distorta della scintillante armatura da cavaliere che sognavi da ragazzo. Scendi le scale, raggiungi la fermata del bus circondato dal caos cittadino e ripensi a quando credevi che le tue azioni avrebbero potuto renderti l’eroe che avrebbe salvato il mondo, o qualcuno, o almeno te stesso.

La tua razionalità ti dice che sei maturo ormai, che la fantasia, l’immaginazione, altro non sono che belle caratteristiche da poter pubblicizzare per una conquista al bar o per guadagnare qualche consenso fra gli amici. L’immaginazione è quella cara amica che ti ha accompagnato da bambino nelle infinite ore di solitudine, quella che ti ha aiutato a costruire i tuoi castelli, quella che ti ha fatto cavalcare draghi e guidare astronavi, quella che ti ha reso ciò che sei. Ma questa cara amica ti pare quasi di non riconoscerla più e ti chiedi, come ogni qual volta si perde un amico, se sia stata lei a cambiare oppure tu.

Nel mondo degli adulti l’immaginazione si dirada, non solo perché sembrerebbe servire meno, ma soprattutto perché tu sembri averla abbandonata.

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Le ispirazioni di WestWorld sembrano essere fortemente influenzate dal mondo videoludico.

Questo lento e triste declino pare inarrestabile ma, e si tratta di un grosso “ma”, qualcosa comunque rimane. Una scintilla, per quanto fioca, ti sembra di coglierla ancora nei momenti di silenzio. Nella quieta pace dell’introspezione sai che sei ancora in grado di vedere oltre la realtà, sei ancora in grado di vivere la finzione. Ti sembra di sentire ancora una voce che dalla profondità delle tue viscere sussurra qualcosa, e quel qualcosa stride con ciò che invece i tuoi occhi osservano.

L’arte, l’arte sembra la soluzione, quel mistico luogo che accoglie e invita il tuo grido segreto a esprimersi libero. Apri un libro e tutto d’un colpo un caleidoscopio di immagini sembra inondare la tua mente, la tua immaginazione incatenata si libera per qualche istante e ti ricorda che forse, e dico forse, il tuo mondo d’origine non è quello reale… Bensì quello fittizio.

Ma la tua smania, la tua lotta non si arresta. L’intelletto sferra un colpo e l’immaginazione reagisce d’istinto. Kant già lo sapeva. Guardi un film, osservi un dipinto… Altri arabeschi di immagini e sensazioni. La tua psiche estasiata freme dinnanzi all’irrealtà che ti si propone, l’immaginazione gioisce come inebriata e ubriaca, danza nuda e ti mostra tutto quello che sembrava ormai perduto nel labirinto dei tempi passati e della lontana giovinezza.

Ancora non basta. Sai che quello che ora si crea nella tua coscienza è irreale, lo cogli con troppo raziocinio. Credi e crei quel che ti fronteggia, ma tutto ciò è un viaggio in cui non sei tu ad avere il totale controllo. Ti servirebbe qualcosa che possa garantirti un’azione, un mondo attivo, un mondo nuovo.

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Dr. Robert Ford, il creatore degli androidi, interpretato da Anthony Hopkins.

Giunge allora la tecnologia, giunge la realtà virtuale, giungono i videogiochi e i loro universi. Che brividi la prima volta che posi gli occhi su un nuovo mondo appena forgiato. Ogni volta che posi gli occhi su un nuovo mondo.

Iniziando a videogiocare, da ragazzo, neppure sapevi perché quello che stavi facendo ti piaceva tanto, ma arrivato a un certo punto, a quel punto, capisci. Ami i videogiochi perché ti permettono di vivere di immaginazione, di essere quello che la tiranna realtà (hai ormai capito) non ti concederà forse mai. Ami i videogiochi perché sono l’ultimo porto del sognatore prima dell’infinito mare della realtà.

Westworld è tutto ciò, è la trasposizione televisiva (ma che in realtà è molto più cinematografica del cinema stesso) di quella pulsione che domina il videogiocatore e che questi comprende solo in una epifania spesso, dagli aspetti tragici. Westworld ci dice, ricordandoci Huizinga: «Sai perché qui è meglio del mondo reale? Il mondo reale è in preda al caos, succede tutto per caso. Ma qui dentro ogni dettaglio fa parte di qualcosa di più grande».
Westworld sembra allora proporsi come il manifesto del videogioco, o forse sarebbe meglio dire il manifesto del perché del videogioco. Westworld non parla la lingua del videogame e non potrebbe farlo, proprio perché è altro rispetto a esso, ma Westworld ritrae al meglio quella naturale necessità dell’immaginare che è la base di ogni fuga videoludica.

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Il processo creativo per dar vita agli androidi di WestWorld richiama alla mente l’Istituto di Fallout 4.

Quello che questo serial sembra mostrare è il destino dell’uomo comune, il destino di coloro che affogati dalla realtà hanno bisogno di rifugiarsi nei meandri della fantasia. Mostra un mondo fatto di routine di funzionamento, png, respawn e quest. È un serial che mostra il lavoro di una software house meglio di quanto potrebbe fare un documentario, ci mostra aspetti del gioco elettronico meglio di come questo stesso potrebbe fare e, ci propone una possibile risposta al perché videogiochiamo. Il signor Ford (o forse dottore, professore) ci dice:

«Qual è l’obiettivo, dare qualche brivido da quattro soldi, qualche sorpresa? […] non basta l’eccitazione, l’orrore, la soddisfazione, sono solo trucchi da prestigiatore. Gli ospiti non tornano per la parte più evidente di ciò che facciamo, le cose appariscenti. Tornano per le sottigliezze, i dettagli. Tornano perché scoprono qualcosa che pensano che nessuno abbia mai notato prima, qualcosa di cui si sono innamorati. Non cercano una storia che racconti loro chi sono, quello lo sanno già, vengono qui perché vogliono scoprire chi potrebbero essere».

Noi siamo gli “ospiti”, potremmo forse dire i “videogiocatori”, ma probabilmente in tutta sincerità non siamo altro che questo: ospiti. Ciò che ci farebbe bene capire però, è se siamo ospiti nella finzione oppure lo siamo nella realtà.

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