Yonder: the Cloud Catcher – Di adulti immaturi e bambini cresciuti

Ogni giocatore ha una posizione da “momento difficile”. Che siano i gomiti appoggiati sulle gambe o il pad posizionato sotto il mento, tutti noi assumiamo una posa che ci permette di concentrarci di più, di dare il meglio di noi stessi. È però decisamente raro, almeno per il sottoscritto, poter giocare qualcosa rilassandomi totalmente, vivendo l’interazione con totale piacere e non sempre e solo come un tentativo di primeggiare e migliorare in una realtà fittizia e digitale. Al novero delle rare e brevi esperienze che ci permettono di giocare con tranquillità e leggerezza, si aggiunge da oggi Yonder: the Cloud Catcher, degli australiani Prideful Sloth. Ispirandosi chiaramente a Zelda ma deviando verso un rapporto con la natura più vicino a quello di Stardew Valley, Yonder: the Cloud Catcher si presenta come un “open world pacifista”, dove ai più tradizionali combattimenti e alle creature mostruose si sostituiscono la cucina e degli abitanti gioisi e disponibili.

A seguito di un naufragio, ci ritroveremo da soli sulle coste dell’isola di Gemea, proprio il regno verso cui stavamo navigando alla ricerca della verità sulle nostre origini e sui nostri genitori, scomparsi oramai da tempo. Da quel momento in poi faremo la conoscenza di numerose creature e abitanti del regno, viaggiando in lungo e in largo nel tentativo di sanare Gemea dall’influenza maligna che oramai appesta vilaggi, sentieri e foreste. Prevedibile sin dalle prime battute, la semplicità della trama chiarisce da subito il pubblico di riferimento a cui idealmente punta Prideful Sloth: un target infantile e preadolescenziale, carpito efficacemente dall’estetica e dalle terminologie utilizzate, dai nomi delle creature fantastiche fino alla morbidezza del design architettonico e naturale. Al contempo, siamo ben lontani dal minimalismo estetico funzionale di The Last Guardian o Journey, ma la ricchezza di dettagli, effetti e colori è eccellente, sicuramente in grado di appagare la vista dei più piccini. Inoltre, l’assenza di doppiaggio e di cinematiche non fa che suggerire ulteriormente il desidero di “immersività” perseguito da Prideful Sloth, obiettivo parzialmente raggiunto grazie a un’ottima gestione del mondo di gioco.

Uno screen di Yonder: the Cloud Catcher

Il colpo d’occhio è sempre notevole.

La mappa di Gemea, è ottimamente interconnessa, con delle scorciatoie che alternativamente richiamano la serie Souls e open world recenti più classici, come Far Cry o Zelda. Partendo dalla costa, infatti, in maniera quasi totalmente libera riusciremo ad esplorare l’isola fino alla cima del monte più alto, ed essendo priva di caricamenti, la mappa sarà totalmente visibile in ogni momento, a seconda della posizione. Dunque, potremo lanciarci dall’alto e ritornare velocemente a valle, per poi affidarci a uno dei tanti magici teletrasporti a disposizione dei giocatori più attenti. La varietà degli ambienti è ottima, e la natura infantile e giocosa del titolo non rende fastidiose assurde alternanze di clima e fauna, come avviene invece in altri titoli recenti che si professano più maturi, ma per questo considerabili decisamente meno riusciti (Horizon: Zero Dawn). 

Data l’assenza di un sistema di combattimento (in Yonder: the Cloud Catcher non si combatte mai), le interazioni concesse con l’ambiente sono decisamente più “normali”, genuine e forse scontate, ma non per questo meno utili per restituirci un’ottima sensazione di progressione e miglioramento. Asce, falci, picconi e accette ci saranno utili per raccogliere le decine e decine di risorse diverse con cui dovremo creare pietanze, strumenti e vesti che ci permettano di proseguire nel nostro cammino. Tra una gara di cucina e una di pesca, tra un gattino sperduto e una fattoria da ricostruire, dovremo epurare la terra di Gemea da alcune piccole zone di corruzione, che ci apriranno la strada verso la più grande delle infestazioni. Con questa tecnica, gli sviluppatori hanno posto dei leggeri limiti all’esplorazione, senza però far mai pesare al giocatore la necessità di dover collezionare o raccogliere tanti oggetti per proseguire. L’assenza di livelli e nemici, infatti, libera il giocatore dalle superflue, ripetitive e spesso inutili attività di raccolta e ammassamento di risorse e armi, e inoltre il sistema economico (che funziona secondo domanda e offerta di regione in regione) si basa sul baratto, quindi non potremo mai collezionare troppe risorse, ma solo qualche oggetto più raro di altri. 

Uno screen di Yonder: the Cloud Catcher

Una piccola battuta degli sviluppatori riservata alle logiche moderne di costruzione dell’open world.

In generale, sorprende la pulizia di design di Yonder: the Cloud Catcher, ed è davvero divertente esplorare e scoprire i nuovi, delicati luoghi nascosti nelle valli e nei picchi di Gemea. Dopo qualche ora, alcuni nodi vengono però al pettine: Ad esempio, determinate missioni secondarie risultano essere eccessivamente legate alla raccolta di risorse, sebbene siano totalmente ininfluenti per la trama principale. Inoltre, verso la fine del gioco, le missioni principali obbligano inspiegabilmente il giocatore ad aspettare il trascorrere di alcuni giorni in-game, che rappresentano a volte più di un’ora di gioco, e ci costringono ad andare via e poi tornare senza viaggi rapidi. Per alcuni, potrebbe anche risultare decisamente negativo il blocco strutturale in cui ci si troverà se non si saranno raggiunti determinati luoghi di Gemea, dove si può accedere ai progetti per la costruzione di ponti e archi, fondamentali per crearci dei percorsi in zone altrimenti non esplorabili della mappa. In realtà, però, questa è la più bella delle ricompense, nei sandbox, e il fatto che il gioco riesca complessivamente a garantire un ottima esperienza è decisamente sorprendente, data la tradizionale fedeltà ai concetti di “farming” e “combat system” su cui solitamente si poggia la base della struttura di questo genere di opere.

Uno screen di Yonder: the Cloud Catcher

Il nostro obiettivo finale sarà sempre ben visibile.

L’assenza di violenza permette un avvicinamento idilliaco e positivo con la natura, senza le incoerenze della retorica di titoli come Pokemon, teoricamente incentrati sul legame tra uomo e animale, ma strutturalmente gestiti come l’esaltazione e il positivo riconoscimento di chi ne danneggia di più. La libertà di esplorare a piacimento interagendo in maniera sana e non violenta con le creature rende di certo Yonder: the Cloud Catcher un’esperienza particolare e originale nel panorama console, ma probabilmente non per meriti personali quanto per demeriti del resto dell’industria. Se infatti è legittimo voler puntare su temi più complessi o maturi, è certo che quest’ultimi non s’ottengono aggiungendo sangue ed esplosioni a trame comunque mal scritte e infantili, come accade oramai da tempo con l’animazione giapponese sdoganata anche in occidente. Gli sviluppatori di Prideful Sloth, ben consapevoli di questa realtà, hanno fortunatamente deciso di aggiungere uno strato emotivo in più alle corde toccate dal medium videoludico più mainstream, raggiugendo l’eccellente risultato di creare un’esperienza adatta a tutti ma costruita per un pubblico più piccolo e meno costretto da pregiudizi, libero dalle necessità videoludiche moderne di farming, grinding, killing e shitposting. Non necessariamente in quest’ordine.

Claudio Cugliandro

Anche se ama parlare solo di titoli indipendenti e di dissonanze, in realtà il suo passatempo preferito è sparare agli alieni insieme agli amici. Fondatore di Deeplay.

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