Analisi #Cinema

Baby Driver – L’estetica è il suono

Parlare di cinema utilizzando il suo linguaggio unico è da sempre una prerogativa irrinunciabile per Edgar Wright. In ciascuno dei suoi film, infatti, il regista è stato capace di mostrare come fosse possibile veicolare messaggi usando i codici dell’audiovisivo, anziché farli narrare e palesare dai suoi personaggi. Dalla Trilogia del Cornetto a Scott Pilgrim, ogni fotogramma realizzato dall’autore è ricco di studio, citazioni, calcoli su come il cinema può (e spesso deve) parlare per distinguersi dal teatro e dalla letteratura, tanto che le sue commedie sono indissolubilmente legate al medium attraverso cui vengono comunicate1. Un cinema, quello di Wright, cinefilo in modo sano e mai presuntuoso, ma che si pone obiettivi alti come la massima estensione dell’amore per il linguaggio cinematografico tramite sceneggiature leggere e comiche, che arrivino allo spettatore tanto per la costruzione della battuta (sempre pensata per nascere e morire nel cinema) quanto per la cura posta nei comparti tecnici.

Aspettarsi tutto questo nel suo ultimo lavoro, Baby Driver, è tanto legittimo quanto errato: chi conosce bene Wright come artista e come persona sa che non si tratta di una persona che si adagia su facili allori. Specialmente dopo il mezzo smacco subito con la faccenda Ant-Man, il regista ha iniziato a ragionare su modi utili per slegarsi dal passato. Il regista abbandona il cinismo e la commedia pur restando fedele alla sua personale concezione di cinema che gli ha permesso di creare mondi che sono diventati istantaneamente dei cult tra pubblico e critica. Una sfida per se stesso e per il panorama cinematografico, quindi, una doppia sperimentazione che coinvolge un’inversione di rotta e un mantenimento di una cifra stilistica precisa e distinguibile: un film d’azione legato a doppio filo con la musica, che fa del suono la componente che scandisce il tempo utile per la risoluzione di una scena e che vede nel montaggio il mezzo perfetto per comunicare.

baby driver

Edgar Wright.

Se vi descrivessero la peculiarità di Baby Driver, ossia l’essere composto da una quarantina di montaggi musicali durante cui le azioni degli attori corrispondono ai battiti della canzone scelta come sottofondo per una scena, penserete a poco più che a un’idea curiosa. Guardando le due scene di apertura, soprattutto la seconda che accompagna i titoli di testa, si intuisce però che questa simpatica trovata è decisamente qualcosa di più: un modo fresco e incredibilmente coerente di raccontare la storia di Baby e il modo in cui lui vede (e sente) il suo mondo. Tutto si orienta seguendo il tempo della musica che il giovane pilota specializzato in rapine sta ascoltando, diventando componente narrativa e scolpendo lo svolgimento della trama in più punti. L’acufene che affligge il protagonista, la scelta di uno specifico iPod con una scocca e una playlist particolare a seconda delle attività che lo attendono e del suo umore, canzoni che diventano più dolci quando il battito cardiaco di Baby rallenta e si rilassa pensando a Deborah – la cameriera di cui è innamorato e che rappresenta la molla necessaria a rendersi conto di aver bisogno di tagliare i ponti con le rapine e la malavita – o ancora tracce musicali create a partire da campioni di dialoghi delle persone che lo circondano. Tutto è pensato per dare ritmo alla vicenda, con cui la musica si accorda e mescola diventando essa stessa narrazione, modificando il senso di quanto accade e orientandolo secondo lo sguardo e l’orecchio del personaggio principale. Il suono diventa immagine e l’immagine diventa suono in un rapporto di dipendenza diretta che scandisce e definisce una storia che ruota intorno a entrambe le componenti.

Baby Driver

A essere sinceri Baby Driver è una storia di redenzione piuttosto semplice e già vista, ma che viene resa fresca e appetibile da quello che da subito si mostra come qualcosa di più di un simpatico gesto tecnico fine a se stesso, qualcosa di più di una masturbazione. Ogni scena è coreografata a partire da un brano non soltanto perché bello da vedere ma perché funzionale alle emozioni e al senso che ha quella specifica sequenza nell’economia narrativa; una dipendenza diretta tra tecnica e sceneggiatura che ibridano il film con il musical tenendo però bene in vista quei linguaggi unici del cinema tanto cari a Edgar Wright. I vari personaggi danzano davanti agli occhi di Baby, di Wright e dello spettatore creando uno sguardo collettivo e condiviso che parte dal personaggio, viene reso e messo in scena da regista e attori e viene assimilato da chi guarda. Una crescita di senso che prende ragione via via che la storia si dipana e il ritmo incalza rendendo palese la necessità di essere come è stato creato.

Baby Driver

Una volta concluso il viaggio di Baby Driver, guardando indietro ai precedenti lavori dell’autore, forse si percepisce una certa mancanza della battuta cinica tipica della filmografia del regista (che è comunque presente) ma la si giustifica immediatamente quando si pensa al coraggio di cui è infusa la pellicola. Proporre un cinema d’azione che si costruisce intorno al suono senza mai rinunciare ai suoi stilemi è una sfida che forse solo un talento attento e cosciente come Edgar Wright poteva proporci, rendendo questo il suo lavoro più sperimentale e rischioso ma al contempo vincente, quello che per me, in una sfilza di grandi film di culto forse troppo poco considerati, è ad oggi il suo capolavoro

 

Note
¹ Trovo molto interessante l’analisi compiuta dal canale Youtube Every Frame a Painting sul modo usato da Edgar Wright per creare commedie visuali dipendenti dal linguaggio cinematografico.

 

Cinema

Scott Pilgrim vs. the World – Giocare disegnando un film

Scott Pilgrim vs. the World è il miglior film mai tratto da un fumetto. Non è un’affermazione volta a scatenare polemiche o aprire diverbi in base ai gusti o alla fedeltà della trasposizione, è piuttosto qualcosa che il film stesso decide di dimostrare fin dai primissimi minuti. Per quanto siano ormai innumerevoli le produzioni cinematografiche di altissima qualità tratte da opere della nona arte, poche, anzi pochissime sono quelle capaci di distinguersi per un utilizzo del linguaggio filmico peculiare e unico. Sì, Civil War è girato con grande tecnica e maestria e sì, i long-take sbandierati da Joss Whedon nei suoi due Avengers sono spettacolari; niente di tutto ciò però va oltre l’offrire un godimento visivo puramente machista, veicolato unicamente ad esaltare le abilità degli eroi e delle loro retoriche motivazioni. Con Scott Pilgrim vs. the World, invece, Edgar Wright decide di giocare col mezzo cinematografico, infarcendo la sua pellicola di ammiccamenti al fumetto tutto e, ovviamente, all’opera di riferimento in particolare.

A essere narrata è la storia d’amore, o meglio, il colpo di fulmine fra Scott Pilgrim (Michael Cera) – nerd, lamentoso, gracilino, ma anche rubacuori e bassista niente male – e la misteriosa Ramona Flowers (Mary Elizabeth Winstead), una ragazza dai capelli viola, poi blu, poi verdi, di poche parole e dall’indole decisa. Il problema è che Scott Pilgrim, al momento, è già impegnato con Knives Chau, liceale di origine asiatica che stravede per lui e che, grazie a lui, comincia ad appassionarsi alla buona musica e a uscire sempre più spesso di casa. Nonostante i costanti avvertimenti (e minacce) degli amici, Scott decide comunque di frequentare Ramona senza però chiudere la relazione con Knives, e nel momento in cui lo scoglio dell’incomprensione e del malinteso sarà oltrepassato, se ne presenterà uno ben peggiore: i sette malvagi ex di Ramona, disposti a tutto pur di impedire a Scott di uscire con lei.

Un momento del film.

“Per affrontare le avversità, prenditi una vita!”

I sette malvagi ex rappresentano un po’ sette boss di fine livello di difficoltà crescente, da sconfiggere per conoscere sempre più a fondo la ragazza (e per incrementare il proprio punteggio, ovvio) e conquistare insieme a lei la serenità desiderata. Ora, il punto è questo: non avendo letto l’opera originale e non volendo raccontare troppo nel dettaglio la genuina follia e genialità dei vari scontri con questi sette ex, mi limito a dire che ogni combattimento è una gioia per gli occhi. Intendo letteralmente, e lo intendo nel senso prettamente cinematografico dell’espressione. Pur essendo in buona sostanza un film comico, Scott Pilgrim vs. the World può vantare alcune fra le migliori e più spettacolari coreografie mai girate per un film tratto da un fumetto, o per un film d’azione americano in generale. Vedere Michael Cera, impossibilitato ad essere sostituito dalla controfigura a causa dei piani americani utilizzati durante buona parte dei combattimenti, esibirsi in fluide combinazioni di colpi eseguite con precisione è davvero, davvero divertente. La partecipazione sua e di ogni attore appare sentita proprio grazie alla dedizione totale mostrata nel curare nel dettaglio un aspetto così importante, eppure non fondamentale nella logica commerciale dell’opera.

Un effetto visivo nel film.

Gli effetti visivi non sono mai fini a se stessi.

Oltre alle splendide scene d’azione – arricchite di effetti visivi che, appunto, arricchiscono anziché appesantire o mascherare le limitazioni del girato –, a spiccare sono i dialoghi e il montaggio, anche se forse questi due elementi potrebbero essere lodati insieme in virtù di ciò che li accomuna e li fa spiccare: il ritmo. Dirigere un film comico, per Edgar Wright, equivale a giocare con le infinite possibilità che la macchina da presa consente, così come a giocare con i tempi. Non un singolo campo e controcampo didascalico, non un primo piano buttato là tanto per sopperire alla mancanza di un’idea sono riscontrabili nel suo film. I dialoghi sono esilaranti e fanno rischiare allo spettatore di strozzarsi dalle risate non per il loro contenuto, ma per il modo in cui vengono rappresentati. I silenzi, i rantoli, i sospiri, ogni cosa, ogni espressione è finalizzata a caratterizzare sempre più i personaggi, così come a offrire motivo di risate. Motivi ancora più presenti nelle azioni. Coprirsi i capelli con un berretto, allacciare le scarpe preparandosi per la sfida finale, uscire dalla “porta” sul retro o offrire un cappuccino vegano diventano pretesti per mettere in scena gag originalissime, tanto demenziali quanto, nella logica filmica dell’opera, perfettamente ordinarie. I tagli velocissimi operati da Wright nel descrivere le piccole azioni quotidiane, oltre a essere sinonimo del suo stile fin dall’esordio con L’alba dei morti dementi, rendono più asciutto e preciso il racconto, evitando al flusso narrativo prolissi e inutili intoppi.

Tanto, troppo ancora ci sarebbe da dire su Scott Pilgrim vs. the World. Un film che si permette di giocare con lo spettatore, con il genere, con il proprio linguaggio e con i suoi stessi personaggi, nonché un’opera curata meticolosamente e infarcita, una volta tanto, di riferimenti a chi il giocare lo apprezza davvero e non si accontenta di qualche grande attore che interpreti i suoi personaggi preferiti per essere felice.